C’era dell’altro

 

C’era dell’altro sotto gli alti frassini e le tapsie del Parco del Pozzo, residuo di un parco che doveva essere più importante, annesso a un pozzo che formava un laghetto tempo fa, ora manca poco che venga trasformato in parcheggio prospicente l’ospedale come il resto del verde che circondava il policlinico. Persone giunte per una festa a San Giovanni, inizio d’estate calda, rovente, che prelude lo scatenarsi degli elementi.

Prove sul palco e sotto il palco di ritmi e incastri di suoni e persone. Tutti con le migliori intenzioni lì convenuti per una festa inconsueta, con altre facce, altri colori, altri cibi, altre lingue, altre menti, altre deambulazioni, altri pesi, altre speranze.

Persone in attesa, persone il cui tempo non è considerato importante dai professionisti.

Persone che hanno una santa pazienza e tribolati aiutanti. Sono in anticipo e seduta all’ ombra , raccolgo energie per muovermi e per non essere troppo sfasata quando ci sarà da ripetere la sequenza di ritmi. Accuso l’età superiore a quella delle altre componenti della banda matta.

Mi riconosco con altri e in silenzio guardo attorno e noto.

Noto l’umanità di chi si guarda negli occhi e non c’è bisogno di parlare. Noto stralci di discorsi, una donna alta, con la coda, rincontra un amico di lunga data nella sedia a rotelle. Sono un po’ cambiati,

ma quale commozione di essere sopravvissuti alle loro tempeste perdendo qualche pezzo di sé, ma ritti; con quale tenerezza e orgoglio indulgere ad accarezzare la propria resilienza per quel non so che di piacere di respirare, ancora, di darsi la mano e tacere quel che non si può dire.

Più in là la magnolia e uno spazio dove c’era una lama d’acqua, quando transitai con mia madre, l’aria dolcissima dei fiori carnosi e l’emozione del primo rincontro: lei inguaribilmente operata, io adolescente al primo ricovero. Oggi vi si allestiscono tavoli per una cena comune al tramonto , ultimo giorno di ramadan, con specialità multietniche,-Tutte due volevamo viaggiare- e nei campetti sportivi attigui si giocano tornei tra ragazzi neri scampati al Mar Mediterraneo e ragazzi pallidi e occhialuti di buone intenzioni,con strani contratti lavorativi .

I neri siedono come lords al country club, per un giorno dominano. Il caldo è schiacciante e dopo l’esibizione di tamburi di strada, chiassosamente principianti, mi dileguo. Ma al di là della scaletta della festa, negli interstizi, c’è dell’altro.

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