Franco Basaglia

Questo primo articolo introduttivo della nuova rubrica ma esiste veramente un “fuori”? vuole essere una introduzione alla storia dello psichiatra che ha, con il suo lavoro, dato il nome alla legge 180 o legge Basaglia, che in Italia ha sancito la chiusura delle istuituzioni manicomiali a partire dal 1978. In onore del quarant’ennale della stessa usciremo con alcune interviste e alcuni articoli ad essa dedicati.

Franco Basaglia (Venezia, 11 marzo 1924 – Venezia, 29 agosto 1980) è stato uno psichiatra e neurologo italiano, professore, fondatore della concezione moderna della salute mentale, riformatore della disciplina psichiatrica in Italia e ispiratore della cosiddetta Legge Basaglia (n. 180/1978) che introdusse un’importante revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici in Italia e promosse notevoli trasformazioni nei trattamenti sul territorio.

Secondo di tre figli, trascorre un’adolescenza tranquilla e agiata. Dopo aver conseguito la maturità classica nel 1943 si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Padova. Basaglia tenta di integrare la rigida impostazione medica di matrice positivista, con un nuovo approccio filosofico di stampo fenomenologico-esistenziale. Egli è alla ricerca di nuovi strumenti di validazione funzionali alla nuova idea psichiatrica che gradualmente sta maturando in lui proprio grazie alle letture filosofiche. Durante gli studi universitari frequenta un gruppo di studenti antifascisti. In seguito al tradimento di uno di loro, Basaglia viene arrestato e detenuto per sei mesi fino alla fine della guerra. Milita nel Partito Socialista Italiano e nel 1949 consegue la laurea. In questo periodo si dedica ai classici dell’esistenzialismo: Sartre, Maurice Merleau-Ponty, Husserl e Heidegger.

Nel 1949 si laurea in medicina e chirurgia e inizia a frequentare la clinica delle malattie nervose e mentali di Padova, dove lavora come assistente fino al 1961.

Nel 1952 Basaglia consegue la specializzazione in malattie nervose e mentali e l’anno dopo si sposa con Franca Ongaro, con la quale avrà due figli. Con lei stabilisce anche uno straordinario sodalizio intellettuale e scrive molti dei suoi libri ed entrerà in Parlamento con la Sinistra Indipendente. Nel 1958 Basaglia ottiene la libera docenza in psichiatria. Per le sue idee innovative e rivoluzionarie non viene bene accolto in ambito accademico, nel 1961 decide di rinunciare alla carriera universitaria e di trasferirsi a Gorizia per dirigere l’ospedale psichiatrico della città. Si tratta di un esilio professionale dovuto soprattutto alle scelte politiche e scientifiche. L’impatto con la realtà del manicomio è durissimo.

Dopo tredici anni di lavoro all’Università di Padova, nel 1961 aveva vinto il concorso di direttore nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove avviò l’esperienza di apertura del manicomio.

A Gorizia, dopo alcuni soggiorni all’estero (fra cui la visita alla comunità terapeutica di Maxwell Jones), avvia nel 1962, insieme ad Antonio Slavich, la prima esperienza anti-istituzionale nell’ambito della cura dei malati di mente. In particolare, tenta di trasferire il modello della comunità terapeutica all’interno dell’ospedale e inizia una vera e propria rivoluzione. Si eliminano tutti i tipi di contenzione fisica e le terapie elettroconvulsivanti (elettroshock), vengono aperti i cancelli dei reparti. Non più solo terapie farmacologiche, ma anche rapporti umani rinnovati con il personale. I pazienti devono essere trattati come uomini, persone in crisi.

Fu l’inizio di una riflessione sociopolitica sulla trasformazione dell’ospedale psichiatrico e di ulteriori esperienze di rinnovamento nel trattamento della follia, alternative anche alla esperienza di Gorizia. Nel 1969 lascia Gorizia dove il tentativo di superare il manicomio purtroppo fallirà per le resistenze opposte dall’amministrazione locale nel dare luogo a un’assistenza psichiatrica sul territorio. Poi fu invitato come visiting professor al Community Mental Health Centre Maiminides Hospital di New York. Per una anno, nel 1970, diresse l’ospedale psichiatrico di Colorno ( Parma ), qui avvia la prima fase di un processo di trasformazione che si rivela ben presto un’esperienza molto difficile perché Basaglia deve affrontare numerose difficoltà di ordine amministrativo, opposte dalla giunta di sinistra della Provincia di Parma, che pure si è impegnata a sostenere il processo di trasformazione, ma che di fatto non lo appoggia per non stravolgere gli equilibri politici e gli interessi economici locali. L’esperienza si chiuse tra difficoltà burocratiche e dissidi politici. Dal 1971 al 1972 è incaricato dell’insegnamento di igiene mentale presso la facoltà di magistero dell’Università di Parma.

Nell’agosto del 1971 divenne direttore del manicomio di Trieste, dove riuscì a portare avanti il progetto di chiudere il manicomio e di dare vita a un nuovo sistema di servizi di salute mentale.

Basaglia istituisce subito, all’interno dell’ospedale psichiatrico, laboratori di pittura e di teatro. Nasce anche una cooperativa di lavoro per i pazienti, che così cominciano a svolgere lavori riconosciuti e retribuiti. Sente il bisogno di andare oltre la trasformazione della vita all’interno dell’ospedale psichiatrico: il manicomio per lui va chiuso ed al suo posto va costruita una rete di servizi esterni, per provvedere all’assistenza delle persone affette da disturbi mentali. La psichiatria, che non ha compreso i sintomi della malattia mentale, deve cessare di giocare un ruolo nel processo di esclusione del “malato mentale”, voluto da un sistema ideologico convinto di poter negare e annullare le proprie contraddizioni, allontanandole da sé ed emarginandole.

Nel 1973 Basaglia fonda il movimento Psichiatria Democratica, favorendo la diffusione in Italia dell’antipsichiatria, una corrente di pensiero sorta in Inghilterra nel quadro della contestazione e dei fermenti rivoluzionari del 1968 ad opera principalmente di David Cooper.

Infatti, nel 1976 il clima politico peggiora e l’esperienza di superamento del manicomio subisce attacchi sempre più violenti. È l’aggravamento di una crisi politica e amministrativa che porta alla fine della giunta Zanetti, che, messa in minoranza, deve dimettersi. Zanetti insieme con Basaglia annuncia in conferenza stampa la chiusura entro la fine del 1977 dell’ospedale psichiatrico. Lo stesso anno, nel comprensorio dell’ospedale psichiatrico, si svolge il terzo incontro del Réseau internazionale di alternativa alla psichiatria, intitolato “Il circuito del controllo”, a cui partecipano circa quattromila persone.

Nel gennaio 1977 viene annunciata la chiusura del manicomio “San Giovanni” di Trieste entro l’anno. L’anno successivo, il 13 maggio 1978, in Parlamento viene approvata la legge 180 di riforma psichiatrica che si ispira alle esperienze di superamento dell’ospedale psichiatrico sviluppatesi in Italia a partire dall’inizio degli anni sessanta, sei mesi dopo viene inserita negli articoli 33, 34, 35 e 64 della legge di riforma sanitaria n.833. Approvata quasi all’unanimità, la legge 180 avrà tuttavia un iter difficile nella fase di realizzazione. Nel 1979 Basaglia parte per il Brasile, dove, attraverso una serie di seminari raccolti successivamente nel volume Conferenze brasiliane, testimonia la propria esperienza.

Nel novembre del 1979 lascia la direzione di Trieste e si trasferisce a Roma, dove assume l’incarico di coordinatore dei servizi psichiatrici della Regione Lazio. Nella primavera del 1980, Basaglia era a Berlino, in uno dei suoi numerosi viaggi, quando si sentì male la prima volta, dopo una conferenza nell’aula magna della Freie Universitaet si manifestano i primi sintomi di un tumore al cervello, che in pochi mesi lo porterà alla morte, avvenuta il 29 agosto 1980 nella sua casa di Venezia. A distanza di quasi 40 anni, benché sia stata oggetto di discussione e di tentativi di revisione, la legge 180 è ancora in vigore e regola l’assistenza psichiatrica in Italia.

Franco Basaglia è stato sepolto presso l’Isola di San Michele, cimitero di Venezia.

 

Prima intervista della rubrica- Ma esiste veramente un “fuori”?-

 

 

Intervista a Paolo Tagliazzucchi

Ha voglia di raccontare la sua storia?

Sono stato 15 anni in Diagnosi e Cura, sono uscito  per 7 mesi e sono andato in albergo, andavo a prendere le medicine al centro di salute mentale che c’era lì dalle torri di Vacilio, c ‘era l’ambulatorio di una psichiatra. Dopo i 7 mesi di albergo sono andato al pensionato Villa Margherita, poi sono andato alla Barca, e il Centro Diurno alla Madonnina. Io ho il problema di farmi da mangiare e lavarmi i vestiti che non sono bravo.

La sua storia ieri e oggi?

Quando avevo 13 anni si sono sposati i miei fratelli, io sono il terzo di tre fratelli ed avevamo 4 anni di differenza l’uno dall’altro. Si sono sposati una settimana l’uno e una settimana l’altro ed io sono rimasto da solo, avevo solo la nonna. Il nonno era morto quando ero piccolo e sono rimasto solo con la nonna ed il papà, la mamma ha avuto un esaurimento nervoso, non voleva andare in ospedale e neanche in manicomio, allora c’erano i manicomi, i genitori di lei non hanno voluto portarla. Lei era legata alla sua mamma e al suo papà ed io ero legata alla mia nonna e al mio papà.

A 12 anni avevo la scuola, fortunatamente ero molto bravo a scuola, ero sempre il migliore, me la cavavo bene perché mia nonna mi ha fatto da mamma, mia mamma vera veniva a casa, non andava d’accordo con mio padre, però veniva a stirare i miei vestiti ed è per questo che io ora sono così attaccato dei miei abiti. E quando tornavo da scuola la prima cosa che facevo era correre da mia madre per darle un bacio perché sapevo che mi veniva a trovare. Poi all’età di 70 anni è morta anche la nonna per un attacco di cuore, perché il medico è andato da lei dopo tre giorni, come facevano gli psichiatri di Basaglia che facevano un colloquio ogni tre anni, me lo ha detto Francesco Corlito , quello che ci ha fatto il corso di facilitazione, e che le persone venivano legate.

Quando è morta la mia nonna ha lasciato un grosso vuoto e lo ha colmato la mia prima ragazza.

A 16 anni ho messo su una ragazza che ne aveva 15, eravamo due ragazzini fantastici, ci volevamo bene, ci vestivamo molto bene, andavamo sempre a ballare, anche la sua famiglia mi ha accolto molto bene, una volta la settimana andavo a casa loro e mi facevano la bistecca. Ce n’erano poche di bistecche in giro, delle bistecche grandi così.. e stavo molto bene, lei mi voleva molto bene, e siamo arrivati a 8/10 atti d’amore. Ho cominciato a 16 anni a misurarmi con il sesso, tolta questa parentesi qua sono andato a militare e a militare è stata un cosa bellissima. Ero molto timido e diventavo tutto rosso, ho fatto una psicoterapia dalla dottoressa Bernardoni e mi ha aiutato molto in breve tempo.

Che cosa rappresenta per lei la legge Basaglia?

Basaglia ha fatto una cosa meravigliosa nel 1978, la data di preciso non la ricordo, ha chiuso i manicomi a Trieste e in tutta Italia. Basaglia è stato un grande liberatore, ha veramente liberato l’Italia dai manicomi. La 180 ha messo in discussione i Servizi di Igiene Mentale. Hanno chiuso i manicomi e hanno emanato una legge che è la 180 che gestisce la malattia mentale. In mano agli psichiatri, se ritengono una persona molto agitata gli danno 7 mesi di Trattamento Sanitario Obbligatorio, disposto dagli psichiatri e dal sindaco, io ci sono stato in questi 7 mesi qua… 3, 4,5 ,6 10 volte ho fatto il Trattamento sanitario Obbligatorio. 15 anni di psichiatria (Diagnosi e Cura) di quella cattiva, non il manicomio ma mi legavano al letto, mi avevano abituato loro a stare nel letto per cui io stavo bene anche a letto, sono stato anche menato una volta. Un altro internato mi ha dato dei cazzotti di un forte, di un forte che per punizione è stato legato per un settimana, non avevano il coraggio di slegarlo, dopo ho preso coraggio e sono entrato da lui e abbiamo fatto amicizia. Ecco la legge Basaglia ha messo al posto dei manicomi dei Servizi di Igiene Mentale che si dividono in dipartimenti (un dipartimento diviso in più distretti), a Modena ci sono quello est e quello ovest, dove ci sono gli adeguati operatori: psichiatri, capo sala, infermieri e OTA .

Quest’estate ho fatto anche la scuola per Utenti Esperti e mi hanno messo a farlo a casa, alla Barca.

Quando sto male divento nostalgico, sento le voci che mi dicono che se bevo questo bicchiere sono un terrorista, ma questa è acqua non è mica terrorismo…

A Giugno avrò il Duvre e mi hanno dato tempo cinque mesi per disabituarmi alla Barca per andare poi alla Sacca, non per niente faccio anche gli incontri in cui sono facilitatore del gruppo di uditori di voci, l’altro facilitatore ha avuto problemi di salute e da tre mesi tengo il gruppo solo io. Questi incontri li prendo come una palestra perché per me è importante che tutti abbiamo lo stesso spazio e che tutti impariamo ad intervenire.

Le voci a volte mi dicono che mi rubano i soldi o i vestiti però ne parlo volentieri perché è giusto che imparino a stare al loro posto.

A militare mi sono trovato benissimo perché la vita in comune mi piaceva, mi piacevano le camerate e si faceva tutto da soli. Lì non c’era posto per il sesso. Una ragazza di Padova mi ha chiamato e mi ha detto che assomigliavo a Mal dei Primitives, e mi ha chiesto di andarla a trovare e ci sono andato con il colonnello che aveva l’auto e abbiamo passato una bella giornata insieme, per il resto il militare mi è servito molto perché, sono diventato subito caporale in prima nomina, insegnavo agli altri a marciare, sono andato in Sardegna, sono andato a Bologna a fare la Festa delle Forze Armate, siamo stati tutta la notte dentro un carro armato aspettando che venisse giorno e ci hanno dato del cognac e del caffè, solo che in psichiatria il cognac lo vietano, se lo imparano gli operatori vanno su tutte le furie!

Terminato il militare sono tornato dalla dottoressa Bernardoni. La dottoressa Bernardoni è un’antipsichiatra e non andava d’accordo con Basaglia poiché ha chiuso i manicomi grandi facendone però tanti piccoli e molto costosi.Nel mio fascicolo c’è scritto che sono malato di psichiatria e devo prendere dei farmaci, così dicono gli psichiatri. Gli psichiatri hanno imparato dai loro pazienti che alcune cose fanno male come la solitudine, la mancanza di rapporti interpersonali, la mancanza di una ragazza, la morte di un parente.

La psichiatria è un ramo secco della medicina perché non ha futuro

L’handicap più grosso della psichiatria moderna sono gli psicofarmaci, sono meglio dei manicomi però sono ancora da accettare, allora la malattia mentale è vera o falsa? Uno sta male davvero o per finta? Chi è che lo ha fatto stare male?

Io vi racconto una cosa del diagnosi e cura, io ero legato e un mio amico e la sua ragazza facevano l’amore davanti e me ed io ero legato e le infermiere non passavano.

Anche in psichiatria si può fare sesso.

Quali sono stati i suoi punti di riferimento che l’hanno spinta ad andare avanti?

Sono alla Barca da 16 anni, posso dire che per me la Barca è stata una famiglia perché mi ha raccolto dal nulla e mi ha fatto diventare grande, proprio grande per la mia storia, dopo 15 anni di manicomio, dico manicomio perché sono andato al manicomio di Reggio e ci sono ancora le stringhe per legare, e lì ( in Diagnosi e Cura) erano uguali precise, pensate che nel mese di Luglio la mia dottoressa è andata in ferie e mi hanno lasciato legato tutto il tempo, mi lavavano a letto con una spugna e questa per me è stata una umiliazione grave, veramente sono da manicomio loro, poi ho avuto un buon rapporto con loro perché io sono veramente buono, sono passato sopra a troppe cose, per questo ci sono rimasto tanto tempo se fossi stato uno che faceva dei casini sarei uscito prima.

Quando mio fratello ha avuto la pensione mi veniva a prendere tutti i giorni e mi ha insegnato a fare la spesa, a comprarmi i vestiti, a fare la lavatrice, è stato fantastico, abbiamo fatto due o tre mesi insieme poi si sono sposate le sue figlie, anche quella che adesso è il mio amministratore.

Ha sogni per il futuro? Fare il bravo utente esperto.

Buon Compleanno Vincent

30 Marzo: Buon Compleanno Vincent Van  Gogh! Perché è una data importante? Non solo perché Vincent era un tipo tosto, ma perché, come tanti tipi tosti, era Bipolare. Allora, tutti gli altri bipolari hanno deciso di celebrare Vincent rendendo il 30 Marzo Giornata Mondiale del Disturbo Bipolare.

Il disturbo bipolare è una strana malattia, perché è come un rollercoaster: un po’ sei così su da far paura, poi precipiti urlando nelle profondità della depressione. Ripeti a volontà. O meglio a volontà dei tuoi neuroni.

Bipolare è un termine recente, prima ci chiamavano Maniaco Depressivi. Spaventati? I bipolari lo sono. Quando sei maniacale spendi e spandi, crei e distruggi, tutti sono amici e tutti sono nemici (ho perso tanti amici per strada), sei convinta di essere bravissima sul lavoro superiore a tutti a tal punto che non solo raggiungi il burn out ma il lavoro lo perdi, perché stai antipatica a tutti e non sei più capace di lavorare tra lacrime ed urla. Quando sei in fase depressiva non esci dal letto.  Sei immobile, non fate l’onda, non fate l’onda. Ti senti legata ti senti affogata.

Anche la tua famiglia si stanca di te. “ Che rompiballe, o rompe le scatole con le sue scenate o si chiude in camera a piangere.” Alle volte non ci sono neppure le lacrime. “Trovasse un equilibrio”. Ci proviamo a trovare un equilibrio, ci proviamo con le medicine, le terapie: tutte le terapie. Ma facciamo fatica a smuoverci.

Come il musicista Robert Schumann la cui produzione fu fortemente influenzata dallo stato dell’umore. Infatti compose 24 opere nel 1840 e 27 nel 1847, periodi di ipomania, mentre non compose nulla negli anni 1833/34 1843/44 mentre era in profonda crisi depressiva.

In Italia ci sono più di 3.000.000 di persone con disturbo bipolare, diagnosticato. E’ un disturbo che è difficile diagnosticare, perché chi pensa di andare dallo psichiatra quando si sente benissimo? mai stato meglio? Il disturbo è altamente invalidante,  è una  condizione psichiatrica ricorrente e una delle principali cause di disabilità nel mondo nella fascia di età 15-44 anni. Il disturbo è associato ad un rischio aumentato di suicidio (15 volte superiore alla media). Sebbene la maggior parte delle persone trattate nel tempo tenda ad un miglioramento, circa i due terzi possono presentare sintomatologia residua e almeno il 40% presenta una ricaduta nei successivi 2 anni.

Quindi Buon Compleanno Vincent e Buona vita a noi. Venite, parlateci. Abbiamo storie da raccontare, forse vere e forse no, ma sempre interessanti.

Street culture party

Nella settimana dal 21 Marzo al 26 ci siamo ritrovati nello spazio nuovo, con il laboratorio ricreativo chiamato “El arte de la basura”, in cui abbiamo potuto vivere il nuovo spazio e imparare nuove tecniche di arredamento.

Il clou della settimana c’è stato Sabato 24 quando abbiamo avuto l’evento denominato STREET CULTURE PARTY, in cui nel pomeriggio numerose iniziative si sono svolte nell’area dell’ex Macello. Infatti sono state installate delle rampe da skate in cui i ragazzi  hanno potuto esibirsi, per la gioia del pubblico, la giornata è stata accompagnata anche dall’esibizione di giovani cantanti Rap.

Dal pomeriggio nel nostro nuovo spazio è stato aperto un laboratorio per bambini in cui hanno potuto sbizzarirsi colorando e dipingendo esprimendo il loro lato artistico e divertendosi.

Fin dalla mattinata si sono messi all’opera i writers che per tutta la giornata hanno dipinto e concluso un bel murales che andrà ad abbellire il nostro spazio. Sono state giornate belle e intense in cui abbiamo potuto cominciare a vivere,far conoscere la nostra realtà e gli obiettivi che ci poniamo con questo progetto.

 

 

Abituati o esci dal sistema

Vorrei scrivere una lettera aperta a qualche maschio  della mia associazione che nel corso di un dibattito o “fuori onda “ho sentito fare certi discorsi rispetto a una presunta “caccia alle streghe”iniziata dal movimento #Me too in America ,arrivato fino in Italia , che pretenderebbe colpevolizzare uomini  per molestie sessuali ”presunte” compiute in passato, e sospette in quanto  non  denunciate al tempo degli accadimenti.

Dunque Perchè tanto tempo? Già , me lo domando pure io. Perchè il movimento femminista non abbia condotto una campagna efficace contro la reificazione del corpo ,innanzitutto quello femminile che ha portato a un uso pornografico per vendere ogni cosa. Certo ci si voleva liberare anche dal moralismo benpensante , era in ballo la liberalizzazione del sesso e si pensava che l’appropriazione del proprio corpo da parte delle donne fosse un processo inarrestabile e irreversibile dopo le battaglie per il divorzio e l’aborto, la contraccezione, l’autodeterminazione,ecc.

C’era stato a dire il vero un sussulto di dignità durante il periodo berlusconiano  in una campagna di sensibilizzazione promossa da Lorella Zanardo col suo documentario “Il corpo delle donne” molto efficace, ma poi tutto si era inabissato.

Secondo me non abbiamo posto abbastanza attenzione a un fenomeno che si stava manifestando oltre a quello del Consumismo che uccideva le culture come denunciava Pasolini; mi riferisco alla SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO. Questa denominazione risale all’uscita nel 1967 di un panphlet scritto da Guy Debord per designare un processo in atto nel capitalismo:

Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine”

“Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra le persone mediato dalle immagini”.

Debord ha intuito la problematica del Post-moderno e vent’anni dopo è tornato a parlarne descrivendo lo spettacolo come concentrato e diffuso ,fine e menzogna della società, è ormai multiforme, “il governo dello spettacolo, che oggi detiene tutti i mezzi per falsificare l’insieme della produzione oltre che della percezione, è padrone assoluto dei ricordi come è padrone incontrollato dei progetti che forgiano il più lontano avvenire”.”Regna da solo ovunque; esegue le sue condanne sommarie”. E la società dello spettacolo “si caratterizza per cinque tratti principali che sono: il rinnovamento tecnologico incessante; la fusione economico-statale; il segreto generalizzato; il falso senza replica; un presente perpetuo.”

Un altro aspetto che Debord ha messo in luce proprio studiando la società italiana è che mentre il terrorismo forniva lo spettacolo di copertura che monopolizzava ogni attenzione, si è andato provando e attuando il trapasso delle democrazie occidentali verso l’ultima fase del loro sviluppo storico: nel giro di pochi anni, ideologie, confessioni religiose,sindacati, partiti,giornali, tra i quali esistevano differenze sensibili, si sono accordati,come seguendo le istruzioni di una velina invisibile, per ripetere con le stesse parole lo stesso discorso sugli stessi temi.

Vengo ora al punto: alla cerimonia di premiazione del David di Donatello 2018, l’attrice Cortellesi  ha esordito con un monologo dedicato all’uso di alcune parole declinate al genere femminile facendo notare come alludano a un’accezione negativa  di prostituzione, le altre attrici italiane intervenute alla manifestazione le han fatto da spalla (https://youtu.be/hMM-JajDbJU ).

Le istanze evidenziate da questo monologo erano state riassunte in una lettera presentata a Febbraio da perte del movimento delle attrici italiane con il nome di ”Dissenso Comune” con 123 firmatarie.

Dalle donne dello spettacolo a tutte le donne. Unite per una riscrittura degli spazi di lavoro e per una società che rifletta un  nuovo equilibrio tra donne e uomini.

Da qualche mese a questa parte, a partire dal caso Weinstein, in molti paesi le attrici, le operatrici dello spettacolo hanno preso parola e hanno iniziato a rivelare una verità così ordinaria da essere agghiacciante.

Questo documento non è solo un atto di solidarietà nei confronti di tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia e che per questo sono state attaccate, vessate, querelate, ma un atto dovuto di testimonianza.

Noi vi ringraziamo perché sappiamo che quello che ognuna di voi dice è vero e lo sappiamo perché è successo a tutte noi con modi e forme diverse.

Noi vi sosteniamo e sosterremo in futuro voi e quante sceglieranno di raccontare la loro esperienza.

Quando si parla di molestie quello che si tenta di fare è, in primo luogo, circoscrivere il problema a un singolo molestatore che viene patologizzato e funge da capro espiatorio.

Si crea una momentanea ondata di sdegno che riguarda un singolo regista, produttore, magistrato, medico, un singolo uomo di potere insomma.

Non appena l’ondata di sdegno si placa, il buonsenso comune inizia a interrogarsi sulla veridicità di quanto hanno detto le “molestate” e inizia a farsi delle domande su chi siano, come si comportino, che interesse le abbia portate a parlare.

Il buon senso comune inizia a interrogarsi sul libero e sano gioco della seduzione e sui chiari meriti artistici, professionali o commerciali del molestatore che alla lunga verrà reinserito nel sistema.

Così facendo questa macchina della rimozione vorrebbe zittirci e farci pensare due volte prima di aprire bocca, specialmente se certe cose sono accadute in passato e quindi non valgono più.

Insomma, che non si perda altro tempo a domandarci della veridicità delle parole delle molestate: mettiamole subito in galera, se non in galera al confino, se non al confino in convento, se non in convento almeno teniamole chiuse in casa.

Questo e solo questo le farà smettere di parlare! Ma parlare è svelare come la molestia sessuale sia riprodotta da un’istituzione.

Come questa diventi cultura, buonsenso, un insieme di pratiche che noi dovremmo accettare perché questo è il modo in cui le cose sono sempre state, e sempre saranno.

La scelta davanti alla quale ogni donna è posta sul luogo di lavoro è: “Abituati o esci dal sistema”.

Non è la gogna mediatica che ci interessa. Il nostro non è e non sarà mai un discorso moralista.

La molestia sessuale non ha niente a che fare con il “gioco della seduzione”. Noi conosciamo il nostro piacere, il confine tra desiderio e abuso, libertà e violenza.

Perché il cinema? Perché le attrici? Per due ragioni.

La prima è che il corpo dell’attrice è un corpo che incarna il desiderio collettivo, e poiché in questo sistema il desiderio collettivo è il desiderio maschile, il buonsenso comune vede in loro creature narcisiste, volubili e vanesie, disposte a usare il loro corpo come merce di scambio pur di apparire.

Le attrici in quanto corpi pubblicamente esposti smascherano un sistema che va oltre il nostro specifico mondo ma riguarda tutte le donne negli spazi di lavoro e non.

La seconda ragione per cui questo atto di accusa parte dalle attrici è perché loro hanno la forza di poter parlare, la loro visibilità è la nostra cassa di risonanza.

Le attrici hanno il merito e il dovere di farsi portavoce di questa battaglia per tutte quelle donne che vivono la medesima condizione sui posti di lavoro la cui parola non ha la stessa voce o forza.

La molestia sessuale è fenomeno trasversale. È sistema appunto.

È parte di un assetto sotto gli occhi di tutti, quello che contempla l’assoluta maggioranza maschile nei luoghi di potere, la differenza di compenso a parità di incarico, la sessualizzazione costante e permanente degli spazi lavorativi.

La disuguaglianza di genere negli spazi di lavoro rende le donne, tutte le donne, a rischio di molestia poiché sottoposte sempre a un implicito ricatto.

Succede alla segretaria, all’operaia, all’immigrata, alla studentessa, alla specializzanda, alla collaboratrice domestica. Succede a tutte.

Nominare la molestia sessuale come un sistema, e non come la patologia di un singolo, significa minacciare la reputazione di questa cultura.

Noi non siamo le vittime di questo sistema ma siamo quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo.

Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo “molestatore”. Noi contestiamo l’intero sistema.

Questo è il tempo in cui noi abbiamo smesso di avere paura. ”

Pare che stavolta si riparta a pretendere rispetto dei diritti umani delle donne che pareva naturale dovessero difendersi fin da bambine dalle molestie sessuali e imparare a schivare i corteggiamenti non desiderati o a sopravvivere a veri propri traumi che devastano l’autostima e possono portare al suicidio. Con un effetto domino le donne prendono coraggio per denunciare i ricatti e le pressioni che fino ad ora affrontavano da sole nel mondo del lavoro o in famiglia o per strada, al cinema, sui mezzi pubblici ,al parco, a scuola, ecc. E non solo loro, altre vittime si affiancano come uomini, lgbt+.

L.F e La Redazione di Idee in circolo

“Parole Ritrovate”: l’operatività all’ordine del giorno

Sabato 17 Marzo, la realtà di Modena e provincia si è incontrata per programmare e porre le basi rispetto il progetto pensato ed elaborato nei precedenti incontri. Il progetto consiste nell’elaborazione di un opuscolo contenente la voce di coloro che quotidianamente si incontrano nei vari gruppi di “Parole Ritrovate”. La voce dei partecipanti si espande e concentra su diverse tematiche della vita, tematiche nate e discusse all’interno del gruppo di Castelfranco. Le tematiche vertono sulla fiducia, l’amore, la solitudine, l’amicizia, il lavoro e la famiglia. Tuttavia, parliamo di tematiche flessibili. Potrebbero aumentare come anche modificarsi in base alle diverse esigenze del gruppo allargato di “Parole Ritrovate”.

Le tematiche sono necessarie per canalizzare gli argomenti e i racconti delle persone al fine di far conoscere al mondo sia interno che esterno la realtà di chi è direttamente o indirettamente a contatto con la Salute Mentale. Risulta importante, per noi, divulgare una vera e propria cultura rispetto il benessere o il malessere vissuto in prima persona senza alcuna barriera che possa ostacolare le emozioni, le sensazioni e i punti di vista provati durante i possibili cammini di ognuno.

Sicuramente il nostro obiettivo è quello di divulgare il più possibile l’opuscolo nei confronti di diversi soggetti ma permane ben salda la caratteristica con cui è nato il movimento di “Parole Ritrovate”. Ecco che, la metodologia del raccontarsi si rinnova ogni qualvolta ci si incontra. Insomma, quella metodologia che stimola le stesse persone ad incontrarsi e lavorare insieme per un bisogno comune, fatto certamente di sfumature personali ma proiettato verso un obiettivo.

Detto questo, l’incontro di Sabato ha visto i partecipanti dividersi in gruppetti misti. Questi ultimi hanno potuto dar voce ai pensieri affiorati rispetto i temi da cui siamo partiti. Tali pensieri e racconti sono stati raccolti e la redazione di Idee in Circolo si è proposta di accogliere tutti gli altri racconti che vorranno essere parte dell’opuscolo.

I lavori continueranno. Attendiamo il prossimo incontro di “Parole Ritrovate” per condividere i nuovi racconti e la rielaborazione di quelli già raccolti. Da ora in poi, l’operatività sarà all’ordine del giorno.

 

Coordinamento nazionale “Parole Ritrovate”

Sabato 10 marzo l’associazione Idee in Circolo ha partecipato all’incontro che si è tenuto a Bologna rispetto il movimento “Parole Ritrovate”.

All’ordine del giorno vi erano diversi punti di discussione tra cui la volontà di rivedere e riorganizzare il sito e i canali social del movimento. Si è pensato di rendere le pagine di comunicazione più accessibili e fruibili ad un pubblico più vasto per poter pubblicizzare gli eventi di incontro nelle diverse realtà d’Italia. Dunque, l’idea è quella di formare un comitato ristretto che si occupi di curare l’aggiornamento delle pagine citate sopra. Idee in Circolo, portavoce del gruppo di Parole Ritrovate di Modena e provincia, si è resa disponibile nell’accogliere articoli e offrire il proprio contributo per rendere questi ultimi più chiari e più ricchi.

“Parole Ritrovate”, movimento italiano di grande portata, deve poter divenire un vero e proprio movimento che muove e stimola l’attenzione e la curiosità di diversi interlocutori. Ecco che il “fareassieme” diviene anche la base di una linea editoriale discussa tra i vari gruppi appartenenti al movimento.

Si sono poi susseguite una serie di proposte provenienti dalle varie realtà. Noi abbiamo dato voce all’idea che è nata dal gruppo “Parole Ritrovate” di Modena e provincia ossia la creazione di una pubblicazione contenente vari temi su cui i singoli gruppi della provincia stanno lavorando. L’impegno è dunque quello di far conoscere all’esterno il mondo all’interno del quale siamo coinvolti. Vista la volontà di rendere il movimento il più possibile vicino alla cittadinanza e dunque vicino ad un pubblico vasto ci è sembrata un’ottima idea quella di arrivare a creare una pubblicazione rivolta anche alle generazioni più giovani.

Sono state decise, inoltre, le date del convegno nazionale di “Parole Ritrovate” che si terrà a Trento nel mese di ottobre 2018.  Sono state discusse le varie proposte delle realtà presenti al coordinamento da proporre nelle giornate dedicate al convegno. Tra le tematiche suggerite vi erano: il lavoro, la residenzialità, l’associazionismo, il corpo e tanti altri. Accanto a tali proposte è venuta fuori anche l’idea di riunirsi in una cena sociale che possa promuovere la conoscenza di tutti i gruppi partecipanti al convegno.

Vi terremo aggiornati sul susseguirsi degli eventi e sui temi ufficiali del convegno 2018.

 

 

A un’amica

Nuvole aeree

di bruma

nei tuoi occhi

stellati

 

satura

la bocca

imbronciata

delle tue lunghe solitudini

di bimba

e delle mobili attese

tremulamente

oscillanti

nella pianura immota

 

Quante domande

gravide di vita

quanti giochi sospesi

ai fili della luce

quanti aneliti

azzurramente danzano

al vento

pulsando

ancora

sulla tua fronte febbricitante

di attesa.

 

(Luna)

Abbiamo un piano

 

Solo quando le economie verranno comprese come una questione di genere e il genere come una questione economica saremo in grado di creare un modello di distribuzione e produzione che funzioni davvero per tutti.

Nella KABALA,la mistica ebraica, la creazione avviene per un atto di autocontrazione dell’Infinito, del divino, che forma un vuoto, ovvero crea un abisso infinito dentro Dio stesso, si chiama Tsimtsun ed è un processo originario eternamente attivo che si avvicina alla volontà della donna di fare spazio perchè un altro sia. Questa costituisce una grande potenza delle donne che gli uomini han sempre avvertito fino a divinizzare Maria , alla quale l’angelo di Dio ha chiesto il consenso per l’Incarnazione.

 

 

Ma la forza di Maria è che mette al mondo , fa crescere e poi lascia andare, non è possessiva, Ama fin sotto la croce. In questa “economia del dono”, è lei a presiedere l’assemblea dei discepoli che ricevono la Grazia dello Spirito Santo, la Ruah, che è sempre femminile.

E femminile è la Shekinàh, Presenza, è l’aspetto immanente di Dio, quello che si è legato al mondo, compreso i suoi aspetti più bassi. E’ la parte di Dio maggiormente vicina a ciascuno di noi,capace di empatia. Grazie alla Shekinah, ogni cosa, che facciamo o viviamo, è santa e pregna di significato.

Tutto ciò per cercare delle cause antropologiche a quel senso di “potenza” che circonda la figura materna e che il “patriarcato” ha voluto limitare e controllare per un senso di “impotenza”di fronte a un sesso sempre pronto e altamente generativo. Nella cultura matriarcale si riconoscono i bisogni di tutti, si riconosce la dipendenza, come quella dei bambini, si dona, non è importante la competizione. La TERRA è la Madre-terra, la Pachamama. Dopo l’invasione di popoli pastori nel Neolitico provenienti dall’Asia , la Terra viene desacralizzata, e i riti della vita, dell’abbondanza sostituiti con liturgie segrete, per iniziati maschi che celebrano per divinità maschili che proteggono la Legge del Padre; le sacerdotesse ridotte a prostitute sacre. Il patriarcato, che ha prevalso per la violenza che portava con sé dando valore alla forza, è stato l’origine del capitalismo, ha conquistato man mano terre e donne(si pensi alla più recente storia di Roma col ratto delle sabine).

I valori fondanti del patriarcato coincidono con quelli del capitalismo: indipendenza, potere e competizione per il predominio. IL patriarcato economico trae il suo sostentamento dai doni gratuiti. Il suo potere deriva dal suo sfruttamento dei doni materni dei molti e dalla capacità di dirottarli secondo i propri scopi.

 

Dice Vandana Shiva:”Le donne e la Natura sono unite non nella passività, piuttosto nella creatività e nel mantenimento della vita”.

La violenza nei confronti della terra e verso le donne appartiene a uno stesso modello culturale che fa dello scambio e del profitto un idolo , dei rapporti di forza una necessità; l’economia di scambio sembra fondarsi sull’equivalenza dei prodotti scambiati, ma in realtà è motivata dall’estorsione a tutti i livelli dei doni gratuiti degli altri. Infatti sono proprio questi doni a generare il profitto, sia che si tratti del lavoro non qualificato e non riconosciuto delle casalinghe e delle madri, delle risorse gratuite di Madre Natura (valutate pari a 33.000 miliardi di $ nel 1998), degli utili che il capitalista ricava gratuitamente dal “plus-valore” del lavoro degli operai, o del differenziale del livello di vita tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo(Genevieve Vaughan).

Una strategia recente del sistema è stata quella di mercificare doni un tempo gratuiti come l’acqua, i semi, i saperi indigeni e perfino l’aria pulita (in conversione debito/natura). Oggi le persone devono pagare le multinazionali per ottenere qualcosa che esse non forniscono ma semplicemente possiedono come l’acqua, o prodotti come semi sterili degli OGM.

 

Continua la Vaughan dicendo che ai maschietti nelle società occidentali viene impartita un’educazione che li allontana dalla loro identità umana materna quando sono ancora molto vulnerabili e vengono incoraggiati a costruire la propria identità di genere intorno a un modello adulto d’indipendenza, esercizio del potere ed egocentrismo che spesso è anche violento.

In una sorta di distorsione del dare, la violenza fisica si estende e tocca l’altra persona per colpirla e danneggiarla e stabilire relazioni fondate sul dominio piuttosto che sulla mutualità e la fiducia. La violenza su ampia scala del sistema ha come fondamento la violenza fisica individuale.

Probabilmente esiste un problema psicologico a livello di complesso di Edipo che permea questo sistema economico squilibrato e deriva dall’esclusione di tutto quello che è “materno”dall’identità maschile. Una difficoltà di questo tipo sarebbe meno probabile in una società in cui il fratello della madre è la figura maschile significativa o in altre configurazioni sociali come i “matrimoni itineranti” delle popolazioni Mosuo in Cina.

La scrittrice nigeriana Ifi Adamadiume (1997) racconta di come non esista complesso di Edipo in quelle società africane in cui i bambini di entrambi i sessi vivono prevalentemente con la madre fino all’età di 6 anni. In queste società il modello della madre viene generalizzato, e ovunque la colonizzazione non abbia ancora riscosso il suo pedaggio, le economie del dono sono tuttora praticate.

Coloro che non sono state condotte a rinunciare al modello della madre per costruire la propria identità di genere, ossia le donne, sono la logica avanguardia di questo necessario cambiamento sistemico.

Esse dovrebbero allearsi con chiunque -in maniera conscia o inconscia- sia disposto ad adottare l’economia materna, al di là delle divisioni di genere, etnia, classe e nazione, per cambiare il il Patriarcato e il Capitalismo dall’interno e dall’ esterno per il bene di tutti.

 

Ciò che questo modello di sviluppo “a crescita infinita” significa per le donne in termini di qualità della vita è chiaro: le prime a essere licenziate e le prime a pagare i costi umani dei tagli ai servizi, alla sanità e alla scuola, alla cultura sono le donne che vengono uccise se praticano l’autonomia dal marito, convivente, fidanzato, padre o fratello ed è su di loro che si pratica lo stupro nei territori di guerra. Ma non solo. Questo sistema determina ancora schiavitù per le donne: la cura dei figli e della casa, l’assistenza ai malati, anziani o disabili rimane ampiamente a carico delle donne. Questo prezioso lavoro non viene retribuito perchè considerato “naturale”.

Ed ecco, tutte queste considerazioni vengono dalla”vecchia scuola”di femminismo a cui chi scrive appartiene, ma nel 2018 in piazza l’8 Marzo c’è anche una nuova generazione di donne e ragazze che a livello internazionale stanno dicendo la loro sulle ingiustizie che non possono più sopportare, ma soprattutto si sono incontrate a livello collettivo e attenzione, hanno un piano!

Si chiamano Non Una Di Meno, consiglio a tutti di andare a leggere :

Abbiamo un piano , scaricabile su internet. Questo Movimento dialoga con altri movimenti di liberazione come quello LGBT, presente in piazza anche a Modena per la festa della donna e che ha organizzato una Biblioteca vivente, per entrare in contatto con diversità sconosciute che molti temono. Auspico che tutte le Diversità trovino il modo di lottare insieme per rendere più equo questo mondo così insostenibile.

L.F.