Abituati o esci dal sistema

Vorrei scrivere una lettera aperta a qualche maschio  della mia associazione che nel corso di un dibattito o “fuori onda “ho sentito fare certi discorsi rispetto a una presunta “caccia alle streghe”iniziata dal movimento #Me too in America ,arrivato fino in Italia , che pretenderebbe colpevolizzare uomini  per molestie sessuali ”presunte” compiute in passato, e sospette in quanto  non  denunciate al tempo degli accadimenti.

Dunque Perchè tanto tempo? Già , me lo domando pure io. Perchè il movimento femminista non abbia condotto una campagna efficace contro la reificazione del corpo ,innanzitutto quello femminile che ha portato a un uso pornografico per vendere ogni cosa. Certo ci si voleva liberare anche dal moralismo benpensante , era in ballo la liberalizzazione del sesso e si pensava che l’appropriazione del proprio corpo da parte delle donne fosse un processo inarrestabile e irreversibile dopo le battaglie per il divorzio e l’aborto, la contraccezione, l’autodeterminazione,ecc.

C’era stato a dire il vero un sussulto di dignità durante il periodo berlusconiano  in una campagna di sensibilizzazione promossa da Lorella Zanardo col suo documentario “Il corpo delle donne” molto efficace, ma poi tutto si era inabissato.

Secondo me non abbiamo posto abbastanza attenzione a un fenomeno che si stava manifestando oltre a quello del Consumismo che uccideva le culture come denunciava Pasolini; mi riferisco alla SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO. Questa denominazione risale all’uscita nel 1967 di un panphlet scritto da Guy Debord per designare un processo in atto nel capitalismo:

Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine”

“Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra le persone mediato dalle immagini”.

Debord ha intuito la problematica del Post-moderno e vent’anni dopo è tornato a parlarne descrivendo lo spettacolo come concentrato e diffuso ,fine e menzogna della società, è ormai multiforme, “il governo dello spettacolo, che oggi detiene tutti i mezzi per falsificare l’insieme della produzione oltre che della percezione, è padrone assoluto dei ricordi come è padrone incontrollato dei progetti che forgiano il più lontano avvenire”.”Regna da solo ovunque; esegue le sue condanne sommarie”. E la società dello spettacolo “si caratterizza per cinque tratti principali che sono: il rinnovamento tecnologico incessante; la fusione economico-statale; il segreto generalizzato; il falso senza replica; un presente perpetuo.”

Un altro aspetto che Debord ha messo in luce proprio studiando la società italiana è che mentre il terrorismo forniva lo spettacolo di copertura che monopolizzava ogni attenzione, si è andato provando e attuando il trapasso delle democrazie occidentali verso l’ultima fase del loro sviluppo storico: nel giro di pochi anni, ideologie, confessioni religiose,sindacati, partiti,giornali, tra i quali esistevano differenze sensibili, si sono accordati,come seguendo le istruzioni di una velina invisibile, per ripetere con le stesse parole lo stesso discorso sugli stessi temi.

Vengo ora al punto: alla cerimonia di premiazione del David di Donatello 2018, l’attrice Cortellesi  ha esordito con un monologo dedicato all’uso di alcune parole declinate al genere femminile facendo notare come alludano a un’accezione negativa  di prostituzione, le altre attrici italiane intervenute alla manifestazione le han fatto da spalla (https://youtu.be/hMM-JajDbJU ).

Le istanze evidenziate da questo monologo erano state riassunte in una lettera presentata a Febbraio da perte del movimento delle attrici italiane con il nome di ”Dissenso Comune” con 123 firmatarie.

Dalle donne dello spettacolo a tutte le donne. Unite per una riscrittura degli spazi di lavoro e per una società che rifletta un  nuovo equilibrio tra donne e uomini.

Da qualche mese a questa parte, a partire dal caso Weinstein, in molti paesi le attrici, le operatrici dello spettacolo hanno preso parola e hanno iniziato a rivelare una verità così ordinaria da essere agghiacciante.

Questo documento non è solo un atto di solidarietà nei confronti di tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia e che per questo sono state attaccate, vessate, querelate, ma un atto dovuto di testimonianza.

Noi vi ringraziamo perché sappiamo che quello che ognuna di voi dice è vero e lo sappiamo perché è successo a tutte noi con modi e forme diverse.

Noi vi sosteniamo e sosterremo in futuro voi e quante sceglieranno di raccontare la loro esperienza.

Quando si parla di molestie quello che si tenta di fare è, in primo luogo, circoscrivere il problema a un singolo molestatore che viene patologizzato e funge da capro espiatorio.

Si crea una momentanea ondata di sdegno che riguarda un singolo regista, produttore, magistrato, medico, un singolo uomo di potere insomma.

Non appena l’ondata di sdegno si placa, il buonsenso comune inizia a interrogarsi sulla veridicità di quanto hanno detto le “molestate” e inizia a farsi delle domande su chi siano, come si comportino, che interesse le abbia portate a parlare.

Il buon senso comune inizia a interrogarsi sul libero e sano gioco della seduzione e sui chiari meriti artistici, professionali o commerciali del molestatore che alla lunga verrà reinserito nel sistema.

Così facendo questa macchina della rimozione vorrebbe zittirci e farci pensare due volte prima di aprire bocca, specialmente se certe cose sono accadute in passato e quindi non valgono più.

Insomma, che non si perda altro tempo a domandarci della veridicità delle parole delle molestate: mettiamole subito in galera, se non in galera al confino, se non al confino in convento, se non in convento almeno teniamole chiuse in casa.

Questo e solo questo le farà smettere di parlare! Ma parlare è svelare come la molestia sessuale sia riprodotta da un’istituzione.

Come questa diventi cultura, buonsenso, un insieme di pratiche che noi dovremmo accettare perché questo è il modo in cui le cose sono sempre state, e sempre saranno.

La scelta davanti alla quale ogni donna è posta sul luogo di lavoro è: “Abituati o esci dal sistema”.

Non è la gogna mediatica che ci interessa. Il nostro non è e non sarà mai un discorso moralista.

La molestia sessuale non ha niente a che fare con il “gioco della seduzione”. Noi conosciamo il nostro piacere, il confine tra desiderio e abuso, libertà e violenza.

Perché il cinema? Perché le attrici? Per due ragioni.

La prima è che il corpo dell’attrice è un corpo che incarna il desiderio collettivo, e poiché in questo sistema il desiderio collettivo è il desiderio maschile, il buonsenso comune vede in loro creature narcisiste, volubili e vanesie, disposte a usare il loro corpo come merce di scambio pur di apparire.

Le attrici in quanto corpi pubblicamente esposti smascherano un sistema che va oltre il nostro specifico mondo ma riguarda tutte le donne negli spazi di lavoro e non.

La seconda ragione per cui questo atto di accusa parte dalle attrici è perché loro hanno la forza di poter parlare, la loro visibilità è la nostra cassa di risonanza.

Le attrici hanno il merito e il dovere di farsi portavoce di questa battaglia per tutte quelle donne che vivono la medesima condizione sui posti di lavoro la cui parola non ha la stessa voce o forza.

La molestia sessuale è fenomeno trasversale. È sistema appunto.

È parte di un assetto sotto gli occhi di tutti, quello che contempla l’assoluta maggioranza maschile nei luoghi di potere, la differenza di compenso a parità di incarico, la sessualizzazione costante e permanente degli spazi lavorativi.

La disuguaglianza di genere negli spazi di lavoro rende le donne, tutte le donne, a rischio di molestia poiché sottoposte sempre a un implicito ricatto.

Succede alla segretaria, all’operaia, all’immigrata, alla studentessa, alla specializzanda, alla collaboratrice domestica. Succede a tutte.

Nominare la molestia sessuale come un sistema, e non come la patologia di un singolo, significa minacciare la reputazione di questa cultura.

Noi non siamo le vittime di questo sistema ma siamo quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo.

Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo “molestatore”. Noi contestiamo l’intero sistema.

Questo è il tempo in cui noi abbiamo smesso di avere paura. ”

Pare che stavolta si riparta a pretendere rispetto dei diritti umani delle donne che pareva naturale dovessero difendersi fin da bambine dalle molestie sessuali e imparare a schivare i corteggiamenti non desiderati o a sopravvivere a veri propri traumi che devastano l’autostima e possono portare al suicidio. Con un effetto domino le donne prendono coraggio per denunciare i ricatti e le pressioni che fino ad ora affrontavano da sole nel mondo del lavoro o in famiglia o per strada, al cinema, sui mezzi pubblici ,al parco, a scuola, ecc. E non solo loro, altre vittime si affiancano come uomini, lgbt+.

L.F e La Redazione di Idee in circolo

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