Franco Basaglia

Questo primo articolo introduttivo della nuova rubrica ma esiste veramente un “fuori”? vuole essere una introduzione alla storia dello psichiatra che ha, con il suo lavoro, dato il nome alla legge 180 o legge Basaglia, che in Italia ha sancito la chiusura delle istuituzioni manicomiali a partire dal 1978. In onore del quarant’ennale della stessa usciremo con alcune interviste e alcuni articoli ad essa dedicati.

Franco Basaglia (Venezia, 11 marzo 1924 – Venezia, 29 agosto 1980) è stato uno psichiatra e neurologo italiano, professore, fondatore della concezione moderna della salute mentale, riformatore della disciplina psichiatrica in Italia e ispiratore della cosiddetta Legge Basaglia (n. 180/1978) che introdusse un’importante revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici in Italia e promosse notevoli trasformazioni nei trattamenti sul territorio.

Secondo di tre figli, trascorre un’adolescenza tranquilla e agiata. Dopo aver conseguito la maturità classica nel 1943 si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Padova. Basaglia tenta di integrare la rigida impostazione medica di matrice positivista, con un nuovo approccio filosofico di stampo fenomenologico-esistenziale. Egli è alla ricerca di nuovi strumenti di validazione funzionali alla nuova idea psichiatrica che gradualmente sta maturando in lui proprio grazie alle letture filosofiche. Durante gli studi universitari frequenta un gruppo di studenti antifascisti. In seguito al tradimento di uno di loro, Basaglia viene arrestato e detenuto per sei mesi fino alla fine della guerra. Milita nel Partito Socialista Italiano e nel 1949 consegue la laurea. In questo periodo si dedica ai classici dell’esistenzialismo: Sartre, Maurice Merleau-Ponty, Husserl e Heidegger.

Nel 1949 si laurea in medicina e chirurgia e inizia a frequentare la clinica delle malattie nervose e mentali di Padova, dove lavora come assistente fino al 1961.

Nel 1952 Basaglia consegue la specializzazione in malattie nervose e mentali e l’anno dopo si sposa con Franca Ongaro, con la quale avrà due figli. Con lei stabilisce anche uno straordinario sodalizio intellettuale e scrive molti dei suoi libri ed entrerà in Parlamento con la Sinistra Indipendente. Nel 1958 Basaglia ottiene la libera docenza in psichiatria. Per le sue idee innovative e rivoluzionarie non viene bene accolto in ambito accademico, nel 1961 decide di rinunciare alla carriera universitaria e di trasferirsi a Gorizia per dirigere l’ospedale psichiatrico della città. Si tratta di un esilio professionale dovuto soprattutto alle scelte politiche e scientifiche. L’impatto con la realtà del manicomio è durissimo.

Dopo tredici anni di lavoro all’Università di Padova, nel 1961 aveva vinto il concorso di direttore nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove avviò l’esperienza di apertura del manicomio.

A Gorizia, dopo alcuni soggiorni all’estero (fra cui la visita alla comunità terapeutica di Maxwell Jones), avvia nel 1962, insieme ad Antonio Slavich, la prima esperienza anti-istituzionale nell’ambito della cura dei malati di mente. In particolare, tenta di trasferire il modello della comunità terapeutica all’interno dell’ospedale e inizia una vera e propria rivoluzione. Si eliminano tutti i tipi di contenzione fisica e le terapie elettroconvulsivanti (elettroshock), vengono aperti i cancelli dei reparti. Non più solo terapie farmacologiche, ma anche rapporti umani rinnovati con il personale. I pazienti devono essere trattati come uomini, persone in crisi.

Fu l’inizio di una riflessione sociopolitica sulla trasformazione dell’ospedale psichiatrico e di ulteriori esperienze di rinnovamento nel trattamento della follia, alternative anche alla esperienza di Gorizia. Nel 1969 lascia Gorizia dove il tentativo di superare il manicomio purtroppo fallirà per le resistenze opposte dall’amministrazione locale nel dare luogo a un’assistenza psichiatrica sul territorio. Poi fu invitato come visiting professor al Community Mental Health Centre Maiminides Hospital di New York. Per una anno, nel 1970, diresse l’ospedale psichiatrico di Colorno ( Parma ), qui avvia la prima fase di un processo di trasformazione che si rivela ben presto un’esperienza molto difficile perché Basaglia deve affrontare numerose difficoltà di ordine amministrativo, opposte dalla giunta di sinistra della Provincia di Parma, che pure si è impegnata a sostenere il processo di trasformazione, ma che di fatto non lo appoggia per non stravolgere gli equilibri politici e gli interessi economici locali. L’esperienza si chiuse tra difficoltà burocratiche e dissidi politici. Dal 1971 al 1972 è incaricato dell’insegnamento di igiene mentale presso la facoltà di magistero dell’Università di Parma.

Nell’agosto del 1971 divenne direttore del manicomio di Trieste, dove riuscì a portare avanti il progetto di chiudere il manicomio e di dare vita a un nuovo sistema di servizi di salute mentale.

Basaglia istituisce subito, all’interno dell’ospedale psichiatrico, laboratori di pittura e di teatro. Nasce anche una cooperativa di lavoro per i pazienti, che così cominciano a svolgere lavori riconosciuti e retribuiti. Sente il bisogno di andare oltre la trasformazione della vita all’interno dell’ospedale psichiatrico: il manicomio per lui va chiuso ed al suo posto va costruita una rete di servizi esterni, per provvedere all’assistenza delle persone affette da disturbi mentali. La psichiatria, che non ha compreso i sintomi della malattia mentale, deve cessare di giocare un ruolo nel processo di esclusione del “malato mentale”, voluto da un sistema ideologico convinto di poter negare e annullare le proprie contraddizioni, allontanandole da sé ed emarginandole.

Nel 1973 Basaglia fonda il movimento Psichiatria Democratica, favorendo la diffusione in Italia dell’antipsichiatria, una corrente di pensiero sorta in Inghilterra nel quadro della contestazione e dei fermenti rivoluzionari del 1968 ad opera principalmente di David Cooper.

Infatti, nel 1976 il clima politico peggiora e l’esperienza di superamento del manicomio subisce attacchi sempre più violenti. È l’aggravamento di una crisi politica e amministrativa che porta alla fine della giunta Zanetti, che, messa in minoranza, deve dimettersi. Zanetti insieme con Basaglia annuncia in conferenza stampa la chiusura entro la fine del 1977 dell’ospedale psichiatrico. Lo stesso anno, nel comprensorio dell’ospedale psichiatrico, si svolge il terzo incontro del Réseau internazionale di alternativa alla psichiatria, intitolato “Il circuito del controllo”, a cui partecipano circa quattromila persone.

Nel gennaio 1977 viene annunciata la chiusura del manicomio “San Giovanni” di Trieste entro l’anno. L’anno successivo, il 13 maggio 1978, in Parlamento viene approvata la legge 180 di riforma psichiatrica che si ispira alle esperienze di superamento dell’ospedale psichiatrico sviluppatesi in Italia a partire dall’inizio degli anni sessanta, sei mesi dopo viene inserita negli articoli 33, 34, 35 e 64 della legge di riforma sanitaria n.833. Approvata quasi all’unanimità, la legge 180 avrà tuttavia un iter difficile nella fase di realizzazione. Nel 1979 Basaglia parte per il Brasile, dove, attraverso una serie di seminari raccolti successivamente nel volume Conferenze brasiliane, testimonia la propria esperienza.

Nel novembre del 1979 lascia la direzione di Trieste e si trasferisce a Roma, dove assume l’incarico di coordinatore dei servizi psichiatrici della Regione Lazio. Nella primavera del 1980, Basaglia era a Berlino, in uno dei suoi numerosi viaggi, quando si sentì male la prima volta, dopo una conferenza nell’aula magna della Freie Universitaet si manifestano i primi sintomi di un tumore al cervello, che in pochi mesi lo porterà alla morte, avvenuta il 29 agosto 1980 nella sua casa di Venezia. A distanza di quasi 40 anni, benché sia stata oggetto di discussione e di tentativi di revisione, la legge 180 è ancora in vigore e regola l’assistenza psichiatrica in Italia.

Franco Basaglia è stato sepolto presso l’Isola di San Michele, cimitero di Venezia.

 

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