Riunione di Le parole ritrovate del 28 Aprile 2018

 

Anche una numerossissima e partecipatissima riunione, in cui ci siamo confrontati sul procedere del progetto di costruire un libricino di storie di persone che vogliano lasciare un loro contributo rispetto al mondo della salute mentale.

Oggi sono venuti anche gli amici fumettisti del gruppo di P. Harris ed abbiamo ragionato su un loro possibile contributo, illustrando alcune storie e se possibile proponendo una copertina, compatibilmente con la linea della casa editrice.

La casa editrice contatta è Sensibili alle foglie che si occupa di pubblicazioni legate al sociale e se il progetto è in linea con la loro linea editoriale potrebbe anche agevolarci sui costi. Entro metà Giugno dovremo far pervenire loro i materiali al fine di poterli visionare e decidere, appunto, se è in linea con il loro progetto. Una volta ottenuto il nulla osta ci vorranno circa 60 giorni per la stampa del libro.

Entro metà Maggio è quindi indispensabile fare pervenire i materiali a: redazioneideeincircolo@gmail.com, al fine di raccogliere e sistemare i materiali per la pubblicazione si incontrerà un gruppo ristretto con questo mandato. Faranno parte del gruppo ristretto:Clelia, Alessia, Lucia, Agnese e Paolo oltre a Sara? e Manuela

Fanny propone anche di provare ad intervistare alcune persone che potrebbero avere storie interessanti da raccontare ma potrebbero essere in difficoltà nel raccontarle spontaneamente.

Dato che il 19 Maggio ci sarà la Notte Bianca che vedrà molti di noi impegnati negli eventi proposti, si è pensato di anticipare a Sabato 12 Maggio il prossimo incontro, quindi anche quello di Giugno è anticipato al 9 Giugno per riuscire a stringere sulla pubblicazione.

 

 

Sulla Follia

Per la rubrica  “Ma esiste veramente un fuori?” una raccolta di citazioni di Basaglia ed altri scrittori:

E’ nel silenzio di questi sguardi che egli si sente posseduto, perduto nel suo corpo, alienato, ristretto nelle sue strutture temporali, impedito di ogni coscienza intenzionale. Egli non ha più in sé alcun intervallo: non c’è distanza fra lui e lo sguardo d’altri, egli è oggetto per altri tanto da arrivare ad essere una composizione a più piani di sé, posseduto dall’altro “in tutti i piani possibili del suo volto e in tutte le possibili immagini che di volta in volta possono derivare dai vari atteggiamenti che si possono cogliere”. Il corpo perché sia vissuto è dunque nella relazione di una particolare distanza dagli altri, distanza che può essere annullata o aumentata a seconda della nostra capacità di opporsi. Noi desideriamo che il nostro corpo sia rispettato; tracciamo dei limiti che corrispondono alle nostre esigenze, costruiamo un’abitazione al nostro corpo.»

(Franco Basaglia in Corpo, sguardo e silenzio, 1965)

Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita.

(Alda Merini)

È che se non abbiamo una follia a cui dedicarci, ci sembra di impazzire.

(istintomaximo, Twitter)

«Per poter veramente affrontare la “malattia”, dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dall’istituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono. Ma esiste veramente un fuori sul quale e dal quale si possa agire prima che le istituzioni ci distruggano?»

(in Il problema della gestione, 1968)

Se è vero, come è vero, che una legge dello Stato prescrive la chiusura dei manicomi, come mai l’Italia è ancora aperta?”

Dino Verde

Intervista hamza

Come mai sei qui?

Per fare un percorso di alternativa alla sospensione scolastica

Conoscevi già il mondo del volontariato?

Si tramite un mio amico che lo aveva gia fatto e ne parlava sempre male  dicendo che era una rottura andarci ogni pomeriggio

Quindi anche tut ti aspettavi di viverla cosi?

Si mi aspettavo che sarebbe stata una scocciatura perchè ho tanti impegni già al pomeriggio

E ti sei ricreduto?

Non tanto perchè e comunque un impegno consistente fare volontariato due volte a settimana

Che impressione ti ha fatto il contesto della salute mentale? Che emozioni/senzazioni che ti ha smosso?

Mi ha fatto una buona impressione perchè ho conosciuto tante nuove persone e sono stati tutti molto carini e disponibili con me

Aver già avuto esperienze con strutture di volontariato che si occupano di salute mentale? Se si quali?

No e la prima volta che entro in contatto con questa tipo di contesto

Ti sei sentito coinvolto nelle attività?

Nella redazione mi sono sentito coinvolto, ma l’attività che ho apprezzato di più e in cui mi sono sentito più utile e sicuramente “Ufficio mani sporche” perchè mi piaccioni di più le attvità manuali

Pensi di aver imparato qualcosa di nuovo?

Si mi hanno raccontato la storia dei manicomi in Italia

Cosa non ti è piaciuto?

L’unica cosa che non mi è piaciuta e stata la Radio perchè trasmettono un genere di musica che non ascolto.

In generale e stata un esperienza positiva?

Si perche ho lavorato con persone con disagio psichico ed è stato interessante

Te lo saresti aspettato?

Si non avevo aspettative negative

Continuaresti a fare attività di volontariato? E perchè?

No perche il pomeriggio lavoro finisco tardi e torno a casa stanco

Hai qualche consiglio da darci?

Praticare sport uscire al parco con gli utenti

 

Un’esperienza lontana e vicina: Il mio bisnonno bipolare

Per la nostra rubrica “Ma esiste davvero un fuori?” ho intervistato mio padre Elio, nel ruolo di familiare e di persona che ha vissuto vicino ad un manicomio. Con la delicatezza consueta, mio padre mi ha sorpreso con la storia del mio Bisnonno Arrigo, bipolare, che, come molti bipolari ha unito creatività e depressione. La cosa che mi ha colpito molto è stato l’alto livello di inserimento nella comunità esemplare di Arrigo.

Nel 40esimo anniversario della chiusura dei manicomi, secondo la sua esperienza, che impatto ha avuto questo sui familiari.

Mio nonno ( nato alla fine dell’800) afflitto da quello che oggi si chiamerebbe disturbo bipolare e allora si chiamava depressione, venne curato con elettroshock, con nessun risultato. Si trattava di un uomo che aveva espletato il servizio militare come porta feriti nella Prima Guerra Mondiale e al ritorno, continuò la sua attività di imbianchino e collaborò alla fondazione della Opera Assistenziale Croce Verde di Reggio Emilia. Mio nonno era minuto, ma aveva molta forza. Le prime autoambulanze erano carretti  tirati dai volontari. Nonostate i suoi problemi mio nonno era inserito  nella comunità. I genitori di mio nonno erano osti e mio nonno faceva il vino, molto buono, si occupava anche di altre pratiche contadine. Lui aveva un ordine mentale che trasmetteva a chi gli stava intorno. A quei tempi queste malattie venivano trattate nel silenzio. Si tendeva ad avere il pudore di non nominarle, a quei tempi, chi veniva ricoverato veniva poi segnato a dito.

Come vede il ruolo del familiare nel progetto terapeutico dell’utente.

La mia esperienza mi ha insegnato che la vicinanza dei familiari è stata positiva. Mio nonno Arrigo aveva accanto sua moglie Degarda e sua figlia Carla che gli hanno permesso di vivere Bene.

Partendo dalla sua esperienza personale e ai recenti casi giudiziari, in cui la causa di violenza è stata, erroneamente, attribuita al disagio mentale, lei come vede il rapporto tra salute mentale e pericolosità?

E’ tutto collegato alla salute fisica del soggetto, alla condizione psicologica dal soggetto, alle persone che gli sono vicine e al fatto che si possa creare un appoggio, un legame che porti a superare il disagio psichico e trasformare una situazione negativa in una positiva.

Lei che ha vissuto accanto al manicomio di Reggio, cosa ricorda di quel periodo e cosa pensa della chiusura dei manicomi.

Io ho vissuto una realtà con delle esperienze, dei fatti vissuti o in prima persona o solo notati che mi portano a riflettere. Ho vissuto a Reggio dal 1945 al 1963 e ho vissuto di fianco all’ospedale psichiatrico. Personalmente non mi ricordo di aver ricevuto delle negatività perché si svolgeva tutto a porte chiuse, in reparti, in villette, dove gli ammalati venivano trattati in base all’entità della loro malattia. I reparti portavano il nome di illustri studiosi delle malattie mentali: De Santis, Marro, Esquirol etc. C’era un piccolo rione abitato dagli infermieri che operavano nell’istituto e per quello che ricordo il rapporto tra infermiere e ammalato era profondamente umano e c’era una grossa comprensione da parte dell’operatore verso l’ammalato. Nelle vicinanze c’erano anche case coloniche dove trovavano possibilità di lavorare gli ammalati presso gli agricoltori. Un giorno dalla finestra ho visto una donna che urlava che voleva essere ricoverata circondata da parenti. Immagino che per lei fosse una situazione troppo brutta. Questo episodio, vedendo le reazioni di questa signora era evidente il desiderio di isolarsi da una realtà scomoda e rifugiarsi nella solitudine e nell’isolamento-

 

Ossa (Voina)

E per la nostra rubrica- Ma esiste veramente un “fuori”?- oggi vi proponiamo il testo della  canzone Ossa dei Voina che tratta il tema della salute mentale…
Ossa
Chissà se ci hai fatto caso
Hai visto come ci guardano male?
Tutte queste persone
Queste persone che sono persone normali
In fondo non è importante
Io e te siamo sempre stati diversi
Tutti questi stronzi
Che fanno foto ai loro silenzi
Fondamentalisti dell’ottimismo
Facce sempre tristi con bellissimi denti
Con la paura dei pazzi
Delle nostre risate
Che amano i grattacieli e le spiagge affollate
Che sognano una bella casa al mare
A noi ci basta un tavolo in un bar
E sedie scomode che ballano
Quando ci baciamo
Io e te siamo come l’oceano indiano
E due galassie nel pieno di un collasso
E nuvole gonfie d’alcol
Chissà se questo cuore tiene
Ti prego andiamo a fare schifo insieme
E vorrei fare un disastro con te
Spaccare questo stupido locale
Le nostre ossa che sbattono
Le nostre ossa che sbattono
Il rumore che fanno quando si abbraciano
I nostri disturbi mentali
Ridiamo mentre ci guardano
Le nostre ossa che sbattono
Mi sono perso il momento
Di quando è finito il tempo
Qualcosa andato storto
Sono stato stupido a non capirlo
Forse ero solo distratto
Distratto dal tuo sguardo
Che ogni volta è come un pugno
Nei miei ricordi non esiste il silenzio
Le nostre grida ad uno stupido concerto
Quando eravamo felici
In un modo così strano
Vorrei fare un disastro con te
Spaccare questo stupido locale
Le nostre ossa che sbattono
Le nostre ossa che sbattono
Il rumore che fanno quando si abbraciano
I nostri disturbi mentali
Ridiamo mentre ci guardano
Le nostre ossa che sbattono
Sei bella come una piazza in fiamme
Vorrei fare un disastro con te
Spaccare questo stupido locale
Le nostre ossa che sbattono
Le nostre ossa che sbattono
Il rumore che fanno quando si abbraciano
I nostri disturbi mentali
Ridiamo mentre ci guardano
Le nostre ossa che sbattono
Sei bella come una piazza in fiamme
Come la nostra rabbia
Che non si disperde
Come la prima volta
Come la prima volta
Come quando tutto crolla
E come quando tutto crolla
Voina

Intervista a Cristina Bianchi, modenese, residente in Repubblica Domenicana

Per la nostra rubrica – ma esisite veramente un “fuori”?- abbiamo intervistato Cristina Bianchi, 36 anni. Modenese. Residente in Repubblica Dominicana. Co-fondatrice dell’Associazione Idee In Circolo.

1. Come ti sei avvicinata al mondo della Salute Mentale e come hai conosciuto l’associazione?

Sono venuta in contatto con il mondo della salute mentale per vicinanza di ufficio. Il progetto Social Point usava (e ancora usa) la stanza accanto a quella dove lavoravo, dentro il Centro Servizi per il Volontariato. Passavano molte persone di lì, tutte molto originali. Non sapevo se erano operatori, volontari, utenti di un qualche servizio, ma c’era un bello spirito di gruppo ed erano simpatici!

2. Pensi che una persona che attraversa il modo della Salute Mentale possa riacquisire pari dignità nella vita?
Certamente sì, nella misura in cui riesca a incontrare un equilibrio per gestire la sua salute mentale, con l’appoggio di tutta la società: medici, infermieri, psicologi, famiglie, parrocchie, centri sociali, volontariato, Comune, Servizi, lavoro, socialità, persone singole e organizzate; e nella misura in cui si smetta di discriminare la persona che manifesta problemi di salute mentale.

3. Cosa pensi si potrebbe fare per migliorare l’inclusione sociale delle persone seguite dai servizi di Salute Mentale?
Da parte dei Servizi di Salute Mentale: maggior interdisciplinarietà, motivare di più il personale attraverso formazione e scambi a livello internazionale per portare testimonianze sull’esperienza italiana all’estero, visto che siamo un esempio, pur con tutti gli aspetti che ancora bisogna migliorare. Inoltre, fare pressione per ricevere più fondi e questo è legato anche al sapersi raccontare, al fatto che si fa un servizio non solo di urgenza e non solo per una fascia vulnerabile di popolazione, ma per tutti. Questo è ogni giorno più evidente, visto che l’instabilità psichica in persone che non avevano mai manifestato prima squilibri mi sembra aumentata, a causa della crisi e forse anche a una perdita di un certo tipo di socialità vera e positiva che con i ritmi di oggi, i diritti de llavoro negati (annullamento crontratti collettivi nazionali), privatizzazione di servizi che fino a prima erano stati pubblici ec., è andata peggiorando.

Una azione concreta che mi viene in mente è anche far raccontare alle persone che sono passate per i Servizi di Salute Mentale, la loro esperienza, per dare una testimonianza a tutti e in particolare ai giovani. E mi riferisco in particolare a quelle persone che magari hanno avuto un episodio di disequilibrio psichiatrico che è stato curato assieme ai Servizi (mai dai Servizi, ma sempre assieme), in modo tale da decostruire col tempo i principali stereotipi sui cosiddetti matti.

Tutto questo è responsabilità di tutti e particolarmente di coloro che, per vari motivi, sono in contatto o dentro il mondo della salute mentale.

4. Circa recenti casi giudiziari in cui la causa di violenza è stata, erroneamente attribuita al disagio mentale, lei come vede il legame tra Salute Mentale e pericolosità?

Io non ci vedo legame. Vivo in Repubblica Dominicana, in un paese in cui ci sono molte persone strane,nel senso fuori dalle righe, che probabilmente in un altro paese verrebbero definite “un po’ toccate”, “un po’ fuori” ecc. e non sono persone di cui ho paura. Le persone di cui bisogna guardarsi sono altre.
Creo che “l’attimo di follia” che prende assassini, di cui spesso si scrive sui giornali, in realtà si voglia riferire al fatto che è assurdo uccidere un’altra persona, ma riconosco che un uso impreciso dei termini non fa altro che aumentare la discriminazione e la cattiva informazione dei cittadini verso che purtroppo con la follia ci deve convivere ogni giorno.
Non ci vedo quindi nessun legame, anche se c’è ancora molto da fare per rimpere questo schema di interpretazione fra le persone. Credo, invece, che vivere in una società violenta (e per violenza intendo tutti gli aspetti, sia verbali, che emozionali, che discriminatori, che fisici) favorisca disperazione e non contribuisca a dare gli strumenti per gestire situazioni difficili che possono sfociare in ulteriore violenza. Ma questo ha a che vedere con tutti e con tutto, non solo con il mondo della salute mentale.

Abbiamo fatto degli enormi passi avanti in Italia, nel tema della salute mentale, proprio perchè non la consideriamo più come una cosa da nascondere, ma come un disagio o una malattia che come le altre va curata o gestita. Fino a quando i nostri medici continueranno a curarci per organi o per patologie, ignorando la salute della mente, del cuore, dell’anima, come invece fanno altre culture di popoli originari, cureranno sempre una parte.
La salute mentale è un diritto e un dovere di tutti e tutte!

 

La Salute Mentale (dal mio punto di vista)

Molte sono le persone (purtroppo) che hanno bisogno di questo Servizio. E, di conseguenza, molte lavorano per aiutarle. Sono molte le problematiche a livello psichico che appaiono e che hanno bisogno di risposte positive e di vere e proprie cure farmacologiche dove le parole sono insufficienti a risolvere i problemi. Il disagio a livello mentale mi accorgo che è un fenomeno in continua crescita. Giusto ed essenziale è  il lavoro della ricerca in questo senso.

Non è facile per gli psicologi e psichiatri indovinare la cura esatta per ciascuno, o per lo meno non in tempi veloci. La psiche è davvero una brutta bestia, è molto complessa al suo interno.

Bisogna cercare di aiutarsi da soli, e non aspettare che sia sempre il medico ad aiutarti. Non smettere di prendere i farmaci anche se ti senti meglio in alcuni momenti perché è peggio, si rischia di stare male, di avere ricadute.

Molto fanno le Associazioni come Idee in circolo, Social Point, l’Arci, etc… a livello del sociale promuovendo corsi, laboratori e iniziative di volontariato preposte a questo.

Spero che in un prossimo futuro il problema che oggi assilla molte persone di tutte le età venga sempre a meno e le cure sempre di più.

 

Andrea B.

Attenzione! Attenzione! Arrivano le Maddalene Matte!!!!!

 

Tutti i giovedì dalle 18 alle 20 donne pericolose si aggirano al Vibra: le Maddalene Matte. Le trovi a cantare, ballare, giocare, celebrare le Ancestre e celebrare noi stesse.  Sotto l’ occhio da strega della nostra Luciana Talamonti matte certificate e no viaggiano all’interno del loro cuore, crescendo come donne e come, ebbene sì usiamo la parola F : femministe.

Luciana, donna di lunga storia di teatro dell’oppresso, e di impegno politico e femminista, è una magica guida.

Il lavoro, basato sugli insegnamenti del Teatro dell’Oppresso ( https://it.wikipedia.org/wiki/Teatro_dell%27oppresso ) è molto stimolante.

Per esempio due settimane fa abbiamo lavorato sugli elementi, immaginando di essere acqua, fuoco, terra, e aria., di vivere gli elementi come noi stessi. E’ stata un’esperienza molto profonda.

In un altro esercizio in cui ci siamo immaginate nel ruolo delle nostre ancestre (antenate) , io, Alessia, mi sono sentita vicina a mia Nonna. Lei aveva un problema alla schiena e camminava piegata. Ho riconosciuto la mia postura un pò sbilenca in lei. Ho ripromesso di camminare diritta d’ora in poi, per onorare lei e me stessa.

Se vi abbiamo incuriosito interessato od intrigato vi aspettiamo tutte al Vibra con il Teatro delle Maddalene Matte, ogni giovedì sera dalle 18 alle 20,

Alessia e Lilliana.

Il Manifesto delle Maddalene:

negli anni mi trasformai:

fui santa, fui strega, fui puttana,

ma mai azzittì,

ma mai azzittì.

Son forte guerriera, io son,

ma zitta non sto, ma zitta non sto!

 

Dalla nascita dei manicomi alla loro chiusura

Manicomio dal greco manìa (follia) e komèo (curare)

Nell’antichità la malattia, soprattutto mentale, veniva spesso ricondotta all’intervento di forze soprannaturali, divine, per questo veniva “curata” attraverso riti mistico-religiosi. I sacerdoti di quell’epoca, tentavano di leggere messaggi che provenivano dall’aldilà.

Nel Medioevo, invece, le persone che manifestavano comportamenti ritenuti “bizzarri”, venivano considerate possedute; ed anche in questo caso la “cura” era affidata ad esponenti della Chiesa, tentando di combattere la possessione e, soprattutto le donne venivano messe al rogo, con l’idea che l’anima si allontanasse o si rimuovesse il più rapidamente possibile.

Nell’Età Classica il problema della “follia” perse il carattere mistico-religioso e iniziò ad essere considerato un punto di vista sociale: “folli” erano coloro che erano una minaccia per la società, da allontanare e rimuovere il più velocemente possibile. L’idea di allontanare dalla società chiunque fosse considerato pericoloso si verificò in seguito alla Riforma attuata da Martin Lutero (aiutando le persone povere ci si poteva guadagnare la salvezza in Paradiso), ma con la negazione di questa riforma, la povertà perse questo significato trasformandosi in una colpa attribuibile alla persona.

Nel XVII secolo, con la nascita della psichiatria, si iniziò a denunciare il sistema correttivo capendo che la maggior parte delle persone rinchiuse non aveva bisogno di alcun trattamento. Tuttavia la malattia mentale continuava ad essere considerata incomprensibile, ed i metodi restavano disumani.

Proprio in questo periodo sorsero moltissime case di internamento, destinate a rinchiudere in un’unica struttura una varietà di persone rifiutate dalla società: persone con malattie mentali, poveri, vagabondi, mendicanti, criminali, dissidenti politici, persone nulla facenti………………………

Una delle prime case fu l’Hospital General di Parigi, fondato nel 1656. Qui le persone non venivano per essere curate, ma per finire i propri giorni di vita lontano dalla società. Una volta entrate in questi luoghi, le persone venivano spogliate della loro dignità e trattate senza alcun rispetto. Allo stesso tempo vivevano in condizioni disumane ed erano costrette a punizioni corporali.

Presto le case di internamento si diffusero in tutta Europa diventando uno strumento di enorme potere, utilizzando nessun criterio logico sulla decisione della vita delle persone e su chi doveva essere rinchiuso. Vi erano cancelli, inferriate, porte e finestre sempre chiuse; catene, lucchetti e serrature ovunque. Le cure consistevano nell’internamento e nell’isolamento e gli strumenti erano quelli provocare stati di shock nelle persone. Il cambiamento nell’elaborazione delle concezioni della mente e del suo funzionamento, si ebbe tra la fine ‘800 e inizio ‘900, anni in cui nacque la psicoanalisi.

Gli ospedali psichiatrici istituiti in Italia dal XV secolo furono, regolati per la prima volta, nel 1904. Furono chiamati “manicomi”, “frenocomi” o con altri nomi caratterizzanti. La richiesta di queste strutture venne richiesta da alcuni ordini monastici, da amministrazioni provinciali o da medici illustri.

Nei manicomi provinciali italiani, sparsi in tutto lo stivale, entravano malati affetti da disturbi mentali ma anche persone che avevano la colpa di rappresentare un pericolo per la società, un rischio, un semplice imbarazzo (senza tetto, sbandati e principalmente oppositori politici). Il manicomio, divenne il più pratico strumento per “togliere” di mezzo persone scomode, bypassando lunghi e complessi iter giuridici.

Nel XIX secolo, a causa del crescente numero dei malati, si iniziò a discutere una legge che potesse regolare tutti i manicomi del Paese. Già dal 1874 venne proposto un “progetto di regolamento” che però non venne mai attuato. Nel 1891 in una ispezione sui manicomi del Regno, le strutture presentavano scarsa qualità o fatiscenza nei locali, inadeguatezza degli strumenti di cura, scarse condizioni igieniche, mancanza di una registrazione e vi era il sovraffollamento. Anche se formalmente le autorizzazioni erano sempre necessarie, per evitare complicazioni e ritardi, si praticava l’ammissione d’urgenza con domanda di autorizzazione agli organi competenti. La legge venne approvata nel Febbraio 1904 con alcune modifiche, rimanendo in vigore fino al 1978.

Il manicomio diventava, il sostituto del carcere o del semplice ospedale, l’alleanza fra psichiatri e tutori dell’ordine, il ricovero era non solo di “pazzi” ma anche di paralitici, pellagrosi, alcolisti, degenerati, oligofrenici, tossicomani, dementi e tutti quei soggetti che potevano dare scandalo alla società o alla famiglia. Negli anni del fascismo fu un “arma” per eliminare in maniera silenziosa una persona che raffigurava l’oppositore politico ed anche l’omosessuale.

A sancire il ricovero d’urgenza, senza alcuna volontà della persona (TSO), non era solo l’autorità di pubblica sicurezza, ma anche la figura politica con nomina governativa, che dal 1926 sostituì quella del sindaco.

Le condizioni di vita, in un manicomio, erano ben peggiori di quelle di un qualsiasi penitenziario. Le terapie applicate erano la segregazione nei letti di contenzione, la camicia di forza, l’elettroshock praticato in maniera selvaggia, le docce fredde, l’insulino-terapia, la lobotomia. Questi trattamenti si basavano sulla speranza di modificare qualcosa nel paziente creandogli uno shock ed un malato di mente vi entrava come “persona” per poi diventare una “cosa”.

Ovviamente, nei manicomi non era previsto nessun tipo di colloquio terapeutico, perché il problema psichiatrico aveva la solo eccezione biologica e non psicologica. Ai pazienti era impedito di avere contatti con l’esterno e non usufruivano, più, di nessun tipo di rapporto umano. Questo provocava dei veri e propri quadri di deterioramento mentale e fisico.

Un paziente con disturbo psichiatrico, all’epoca dei manicomi, coinvolgeva tutta la sua famiglia andando incontro a limitazioni (l’impossibilità di fare concorsi pubblici, la difficoltà di spostarsi, il nascondersi e l’allontanamento come fosse una malattia contagiosa). Una volta diagnosticato, la persona perdeva, anche, una serie di diritti civili e politici (il voto, i beni immobili, l’eventuale eredità); la malattia veniva annotata nel casellario giudiziario, con conseguente macchia sulla fedina penale, come individuo pericoloso.

L’utilizzo non proprio ortodosso dei manicomi non terminò con la caduta del Fascismo e tantomeno con la fine della II° Guerra Mondiale. La permanenza delle persone, in cui le condizioni erano a dir poco peggiori, li portava ad una morte anticipata nel più assoluto, colpevole e raccapricciante silenzio.

Intorno al 1950, con la scoperta del primo neurolettico-la clorpromazina, antagonista della dopamina, comincia a cambiare anche il trattamento del “folle”. La società iniziò a condannare i manicomi come luoghi in cui le persone perdevano la loro identità.

Negli anni ’60 si inaugurarono i primi governi dove affermavano l’aspettativa di un cambiamento e di apertura anche sulla psichiatria. Vi era l’intento di trasformare i manicomi in ospedali psichiatrici dove poter curare, se non addirittura guarire, i malati di mente; si cominciò a parlare, anche, di Unità Sanitaria Locale.

Nel 1965, il ministro della sanità, tento l’avvio di una riforma, ovviamente non tutti si dimostrarono favorevoli per la paura di mescolare i “matti” tra la gente “normale”. Il movimento antipsichiatrico partì da Gorizia per poi diffondersi anche nel resto d’Italia. A Nocera Superiore venne abolito l’elettroshock, il direttore dell’Istituto prese contatti con Basaglia; a Cividale del Friuli venne inserito il nuovo metodo terapeutico basato sul dialogo individuale col paziente, ma venne richiesto di chiudere questo progetto sottolineando come vi fossero profonde spaccature presenti in quegli anni.

Il 1968 fu l’anno della svolta, vi fu l’occupazione dell’Ospedale di Colorno per richiamare l’attenzione della città sui problemi della reclusione manicomiale; in Italia vennero approvate alcune modifiche normative iniziando a prevedere il ricovero volontario e si cominciarono ad istituire i centri di igiene mentale a livello provinciale. Si abbatteva la regola dell’annotazione nel casellario giudiziario il paziente non perdeva più i diritti civili (come quello di votare); il paziente aveva la possibilità di effettuare un ricovero volontario; nascono le cliniche private, i pazienti potevano avere una via d’uscita dal manicomio. L’idea, comunque, non cambiava e i manicomi rimanevano sempre luoghi di aberrazione.

Nel 1977 si cominciò a considerare la tutela della salute quale diritto fondamentale della persona e interesse della collettività, sottolineando la necessità di creare un Servizio Sanitario, in grado di affrontare la malattia mentale in un’ottica completamente differente.

Nel 1978 arriverà la famosissima legge 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale dove il cittadino era garantito e non vi era nessuna distinzione di ceto o etnia, per il recupero della salute fisica e psichica.

Pian piano le persone cominciarono a rendersi conto della realtà del manicomio ed è in questo clima che nasce la legge 180. Una vera rivoluzione storica grazie al suo promotore, Basaglia, che in molti ritengono che sia stata proprio questa legge a far si di chiudere i manicomi, anche se in realtà rappresentava soltanto l’inizio di un processo culturale e politico molto complesso.

Solo sul finire degli ’80, a seguito della definitiva applicazione della legge Basaglia, i manicomi furono definitivamente chiusi. La strada è stata lunga e tortuosa, piena di ostacoli che hanno impedito per molto tempo a tantissime persone di sentirsi tali.

Ad oggi sono stati compiuti numerosi passi avanti in questo campo, ma ci sono ancora molti aspetti da chiarire e molti stereotipi da sradicare connessi all’handicap sia fisico che mentale, pregiudizi che si sono rafforzati nel corso degli anni, favorendo l’insorgere di immagini che etichettano le persone “folli” come categoria a parte, divisa dai normali.

 Cristina Balestrazzi