Il cambiamento possibile

 

“Io non saprei proporre assolutamente niente di psichiatrico in un manicomio tradizionale. In un ospedale dove i malati sono legati credo che nessuna terapia, di nessun genere, biologica o psicologica, possa dare giovamento a persone costrette in uno stato di sudditanza e di cattività da chi deve curare.”

Ho scelto questo estratto di un intervista a Franco Basaglia di Sergio Zavoli del 1968, perché mi sembra il succo di tutta la riforma degli ospedali psichiatrici. Non cercherò di fare un’analisi storica del movimento basagliano, ma al contrario, a partire da questa semplice frase rivoluzionaria cercherò di sintetizzare tutto il possibile di quello che in ambito psichiatrico è stato conquistato da allora. Innanzitutto, oggi esistono ancora i manicomi? No, esistono le case di cura e le comunità, che sono cosa ben diversa da quello che era il manicomio tradizionale prima del 68. Nel manicomio la degenza poteva essere illimitata, si praticavano di norma terapie primitive e dannose come l’elettroshock, spesso gli utenti più problematici venivano legati ai letti per ore o anche giorni. Queste pratiche barbare oggi nelle case di cura e nelle comunità non sono di norma più praticate e sono un spiacevole ricordo del passato. Ma cos’è che Basaglia ha davvero rivoluzionato se esistono ancora forme analoghe di internamento? In certi casi la contenzione è ancora praticata, in comunità ci si può restare per anni; Basaglia ha davvero cambiato le cose o gli ha solo cambiato nome? A questa domanda non è facile rispondere, quello che si può dire è che sicuramente è cambiato il tipo di approccio all’utente. Prima il rapporto era: alla follia segue la repressione della follia. Come se la repressione violenta della follia fosse terapeutica invece di causare nuovi danni. Questo tipo di approccio che si può chiaramente definire da lager, è scomparso. O perlomeno io non l’ho provato quando sono stato ricoverato per un certo periodo. Quello che so è che la repressione della follia non è terapeutica, perché anche la follia ha un suo linguaggio. La follia ci comunica qualcosa, che ha un suo codice di interpretazione occulto e inconscio. Dobbiamo essere noi operatori, psichiatri ed esp a imparare a comunicare con l’utente col suo linguaggio. E’ un lavoro difficile, che richiede un grande impegno, ma è l’unica strada percorribile per non perdere di vista il punto di arrivo, l’obbiettivo. Obbiettivo che non è proteggere la società dei sani dai folli (come se di folli senza diagnosi psichiatrica non esistessero), ma la recovery dell’utente e il suo reinserimento nella società. Con recovery non intendiamo la piena guarigione come se niente fosse successo all’utente, ma la convivenza col disturbo senza che questo causi gravi danni alla persona. Degenze illimitate in comunità dovrebbero scomparire per sempre, se non sono già scomparse. Uno psichiatra non è un psichiatra se la sua prognosi per il paziente è la cronicità senza speranza. Un filo di speranza bisogna sempre mantenerlo anche nei casi più gravi, una qualche forma di recovery è sempre possibile in qualsiasi caso. Perché l’obbiettivo non è più far scomparire le fantasie deliranti o i comportamenti strani dalla società. L’obbiettivo è assorbire la follia nella società come una forma di creatività, sempre nel caso che non abbia niente a che fare con la violenza. Quando la follia ha a che fare con la violenza si apre un altro discorso più complesso ancora. Anche i trattamenti inumani degli OPG, ospedali psichiatrici giudiziari, sono da poco ricordo del passato. Anche qui è stata avviata una riforma, che è l’ultima tappa del percorso basagliano ad oggi. I REMS, residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, se non vogliono ricadere nello stesso errore del passato dovranno non perdere di vista l’obiettivo, che è la recovery e la riabilitazione del paziente. Recovery, che senza umanità non può esistere mai.

Alessandro Bertelli

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