Dalla nascita dei manicomi alla loro chiusura

Manicomio dal greco manìa (follia) e komèo (curare)

Nell’antichità la malattia, soprattutto mentale, veniva spesso ricondotta all’intervento di forze soprannaturali, divine, per questo veniva “curata” attraverso riti mistico-religiosi. I sacerdoti di quell’epoca, tentavano di leggere messaggi che provenivano dall’aldilà.

Nel Medioevo, invece, le persone che manifestavano comportamenti ritenuti “bizzarri”, venivano considerate possedute; ed anche in questo caso la “cura” era affidata ad esponenti della Chiesa, tentando di combattere la possessione e, soprattutto le donne venivano messe al rogo, con l’idea che l’anima si allontanasse o si rimuovesse il più rapidamente possibile.

Nell’Età Classica il problema della “follia” perse il carattere mistico-religioso e iniziò ad essere considerato un punto di vista sociale: “folli” erano coloro che erano una minaccia per la società, da allontanare e rimuovere il più velocemente possibile. L’idea di allontanare dalla società chiunque fosse considerato pericoloso si verificò in seguito alla Riforma attuata da Martin Lutero (aiutando le persone povere ci si poteva guadagnare la salvezza in Paradiso), ma con la negazione di questa riforma, la povertà perse questo significato trasformandosi in una colpa attribuibile alla persona.

Nel XVII secolo, con la nascita della psichiatria, si iniziò a denunciare il sistema correttivo capendo che la maggior parte delle persone rinchiuse non aveva bisogno di alcun trattamento. Tuttavia la malattia mentale continuava ad essere considerata incomprensibile, ed i metodi restavano disumani.

Proprio in questo periodo sorsero moltissime case di internamento, destinate a rinchiudere in un’unica struttura una varietà di persone rifiutate dalla società: persone con malattie mentali, poveri, vagabondi, mendicanti, criminali, dissidenti politici, persone nulla facenti………………………

Una delle prime case fu l’Hospital General di Parigi, fondato nel 1656. Qui le persone non venivano per essere curate, ma per finire i propri giorni di vita lontano dalla società. Una volta entrate in questi luoghi, le persone venivano spogliate della loro dignità e trattate senza alcun rispetto. Allo stesso tempo vivevano in condizioni disumane ed erano costrette a punizioni corporali.

Presto le case di internamento si diffusero in tutta Europa diventando uno strumento di enorme potere, utilizzando nessun criterio logico sulla decisione della vita delle persone e su chi doveva essere rinchiuso. Vi erano cancelli, inferriate, porte e finestre sempre chiuse; catene, lucchetti e serrature ovunque. Le cure consistevano nell’internamento e nell’isolamento e gli strumenti erano quelli provocare stati di shock nelle persone. Il cambiamento nell’elaborazione delle concezioni della mente e del suo funzionamento, si ebbe tra la fine ‘800 e inizio ‘900, anni in cui nacque la psicoanalisi.

Gli ospedali psichiatrici istituiti in Italia dal XV secolo furono, regolati per la prima volta, nel 1904. Furono chiamati “manicomi”, “frenocomi” o con altri nomi caratterizzanti. La richiesta di queste strutture venne richiesta da alcuni ordini monastici, da amministrazioni provinciali o da medici illustri.

Nei manicomi provinciali italiani, sparsi in tutto lo stivale, entravano malati affetti da disturbi mentali ma anche persone che avevano la colpa di rappresentare un pericolo per la società, un rischio, un semplice imbarazzo (senza tetto, sbandati e principalmente oppositori politici). Il manicomio, divenne il più pratico strumento per “togliere” di mezzo persone scomode, bypassando lunghi e complessi iter giuridici.

Nel XIX secolo, a causa del crescente numero dei malati, si iniziò a discutere una legge che potesse regolare tutti i manicomi del Paese. Già dal 1874 venne proposto un “progetto di regolamento” che però non venne mai attuato. Nel 1891 in una ispezione sui manicomi del Regno, le strutture presentavano scarsa qualità o fatiscenza nei locali, inadeguatezza degli strumenti di cura, scarse condizioni igieniche, mancanza di una registrazione e vi era il sovraffollamento. Anche se formalmente le autorizzazioni erano sempre necessarie, per evitare complicazioni e ritardi, si praticava l’ammissione d’urgenza con domanda di autorizzazione agli organi competenti. La legge venne approvata nel Febbraio 1904 con alcune modifiche, rimanendo in vigore fino al 1978.

Il manicomio diventava, il sostituto del carcere o del semplice ospedale, l’alleanza fra psichiatri e tutori dell’ordine, il ricovero era non solo di “pazzi” ma anche di paralitici, pellagrosi, alcolisti, degenerati, oligofrenici, tossicomani, dementi e tutti quei soggetti che potevano dare scandalo alla società o alla famiglia. Negli anni del fascismo fu un “arma” per eliminare in maniera silenziosa una persona che raffigurava l’oppositore politico ed anche l’omosessuale.

A sancire il ricovero d’urgenza, senza alcuna volontà della persona (TSO), non era solo l’autorità di pubblica sicurezza, ma anche la figura politica con nomina governativa, che dal 1926 sostituì quella del sindaco.

Le condizioni di vita, in un manicomio, erano ben peggiori di quelle di un qualsiasi penitenziario. Le terapie applicate erano la segregazione nei letti di contenzione, la camicia di forza, l’elettroshock praticato in maniera selvaggia, le docce fredde, l’insulino-terapia, la lobotomia. Questi trattamenti si basavano sulla speranza di modificare qualcosa nel paziente creandogli uno shock ed un malato di mente vi entrava come “persona” per poi diventare una “cosa”.

Ovviamente, nei manicomi non era previsto nessun tipo di colloquio terapeutico, perché il problema psichiatrico aveva la solo eccezione biologica e non psicologica. Ai pazienti era impedito di avere contatti con l’esterno e non usufruivano, più, di nessun tipo di rapporto umano. Questo provocava dei veri e propri quadri di deterioramento mentale e fisico.

Un paziente con disturbo psichiatrico, all’epoca dei manicomi, coinvolgeva tutta la sua famiglia andando incontro a limitazioni (l’impossibilità di fare concorsi pubblici, la difficoltà di spostarsi, il nascondersi e l’allontanamento come fosse una malattia contagiosa). Una volta diagnosticato, la persona perdeva, anche, una serie di diritti civili e politici (il voto, i beni immobili, l’eventuale eredità); la malattia veniva annotata nel casellario giudiziario, con conseguente macchia sulla fedina penale, come individuo pericoloso.

L’utilizzo non proprio ortodosso dei manicomi non terminò con la caduta del Fascismo e tantomeno con la fine della II° Guerra Mondiale. La permanenza delle persone, in cui le condizioni erano a dir poco peggiori, li portava ad una morte anticipata nel più assoluto, colpevole e raccapricciante silenzio.

Intorno al 1950, con la scoperta del primo neurolettico-la clorpromazina, antagonista della dopamina, comincia a cambiare anche il trattamento del “folle”. La società iniziò a condannare i manicomi come luoghi in cui le persone perdevano la loro identità.

Negli anni ’60 si inaugurarono i primi governi dove affermavano l’aspettativa di un cambiamento e di apertura anche sulla psichiatria. Vi era l’intento di trasformare i manicomi in ospedali psichiatrici dove poter curare, se non addirittura guarire, i malati di mente; si cominciò a parlare, anche, di Unità Sanitaria Locale.

Nel 1965, il ministro della sanità, tento l’avvio di una riforma, ovviamente non tutti si dimostrarono favorevoli per la paura di mescolare i “matti” tra la gente “normale”. Il movimento antipsichiatrico partì da Gorizia per poi diffondersi anche nel resto d’Italia. A Nocera Superiore venne abolito l’elettroshock, il direttore dell’Istituto prese contatti con Basaglia; a Cividale del Friuli venne inserito il nuovo metodo terapeutico basato sul dialogo individuale col paziente, ma venne richiesto di chiudere questo progetto sottolineando come vi fossero profonde spaccature presenti in quegli anni.

Il 1968 fu l’anno della svolta, vi fu l’occupazione dell’Ospedale di Colorno per richiamare l’attenzione della città sui problemi della reclusione manicomiale; in Italia vennero approvate alcune modifiche normative iniziando a prevedere il ricovero volontario e si cominciarono ad istituire i centri di igiene mentale a livello provinciale. Si abbatteva la regola dell’annotazione nel casellario giudiziario il paziente non perdeva più i diritti civili (come quello di votare); il paziente aveva la possibilità di effettuare un ricovero volontario; nascono le cliniche private, i pazienti potevano avere una via d’uscita dal manicomio. L’idea, comunque, non cambiava e i manicomi rimanevano sempre luoghi di aberrazione.

Nel 1977 si cominciò a considerare la tutela della salute quale diritto fondamentale della persona e interesse della collettività, sottolineando la necessità di creare un Servizio Sanitario, in grado di affrontare la malattia mentale in un’ottica completamente differente.

Nel 1978 arriverà la famosissima legge 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale dove il cittadino era garantito e non vi era nessuna distinzione di ceto o etnia, per il recupero della salute fisica e psichica.

Pian piano le persone cominciarono a rendersi conto della realtà del manicomio ed è in questo clima che nasce la legge 180. Una vera rivoluzione storica grazie al suo promotore, Basaglia, che in molti ritengono che sia stata proprio questa legge a far si di chiudere i manicomi, anche se in realtà rappresentava soltanto l’inizio di un processo culturale e politico molto complesso.

Solo sul finire degli ’80, a seguito della definitiva applicazione della legge Basaglia, i manicomi furono definitivamente chiusi. La strada è stata lunga e tortuosa, piena di ostacoli che hanno impedito per molto tempo a tantissime persone di sentirsi tali.

Ad oggi sono stati compiuti numerosi passi avanti in questo campo, ma ci sono ancora molti aspetti da chiarire e molti stereotipi da sradicare connessi all’handicap sia fisico che mentale, pregiudizi che si sono rafforzati nel corso degli anni, favorendo l’insorgere di immagini che etichettano le persone “folli” come categoria a parte, divisa dai normali.

 Cristina Balestrazzi

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