Intervista a Cristina Bianchi, modenese, residente in Repubblica Domenicana

Per la nostra rubrica – ma esisite veramente un “fuori”?- abbiamo intervistato Cristina Bianchi, 36 anni. Modenese. Residente in Repubblica Dominicana. Co-fondatrice dell’Associazione Idee In Circolo.

1. Come ti sei avvicinata al mondo della Salute Mentale e come hai conosciuto l’associazione?

Sono venuta in contatto con il mondo della salute mentale per vicinanza di ufficio. Il progetto Social Point usava (e ancora usa) la stanza accanto a quella dove lavoravo, dentro il Centro Servizi per il Volontariato. Passavano molte persone di lì, tutte molto originali. Non sapevo se erano operatori, volontari, utenti di un qualche servizio, ma c’era un bello spirito di gruppo ed erano simpatici!

2. Pensi che una persona che attraversa il modo della Salute Mentale possa riacquisire pari dignità nella vita?
Certamente sì, nella misura in cui riesca a incontrare un equilibrio per gestire la sua salute mentale, con l’appoggio di tutta la società: medici, infermieri, psicologi, famiglie, parrocchie, centri sociali, volontariato, Comune, Servizi, lavoro, socialità, persone singole e organizzate; e nella misura in cui si smetta di discriminare la persona che manifesta problemi di salute mentale.

3. Cosa pensi si potrebbe fare per migliorare l’inclusione sociale delle persone seguite dai servizi di Salute Mentale?
Da parte dei Servizi di Salute Mentale: maggior interdisciplinarietà, motivare di più il personale attraverso formazione e scambi a livello internazionale per portare testimonianze sull’esperienza italiana all’estero, visto che siamo un esempio, pur con tutti gli aspetti che ancora bisogna migliorare. Inoltre, fare pressione per ricevere più fondi e questo è legato anche al sapersi raccontare, al fatto che si fa un servizio non solo di urgenza e non solo per una fascia vulnerabile di popolazione, ma per tutti. Questo è ogni giorno più evidente, visto che l’instabilità psichica in persone che non avevano mai manifestato prima squilibri mi sembra aumentata, a causa della crisi e forse anche a una perdita di un certo tipo di socialità vera e positiva che con i ritmi di oggi, i diritti de llavoro negati (annullamento crontratti collettivi nazionali), privatizzazione di servizi che fino a prima erano stati pubblici ec., è andata peggiorando.

Una azione concreta che mi viene in mente è anche far raccontare alle persone che sono passate per i Servizi di Salute Mentale, la loro esperienza, per dare una testimonianza a tutti e in particolare ai giovani. E mi riferisco in particolare a quelle persone che magari hanno avuto un episodio di disequilibrio psichiatrico che è stato curato assieme ai Servizi (mai dai Servizi, ma sempre assieme), in modo tale da decostruire col tempo i principali stereotipi sui cosiddetti matti.

Tutto questo è responsabilità di tutti e particolarmente di coloro che, per vari motivi, sono in contatto o dentro il mondo della salute mentale.

4. Circa recenti casi giudiziari in cui la causa di violenza è stata, erroneamente attribuita al disagio mentale, lei come vede il legame tra Salute Mentale e pericolosità?

Io non ci vedo legame. Vivo in Repubblica Dominicana, in un paese in cui ci sono molte persone strane,nel senso fuori dalle righe, che probabilmente in un altro paese verrebbero definite “un po’ toccate”, “un po’ fuori” ecc. e non sono persone di cui ho paura. Le persone di cui bisogna guardarsi sono altre.
Creo che “l’attimo di follia” che prende assassini, di cui spesso si scrive sui giornali, in realtà si voglia riferire al fatto che è assurdo uccidere un’altra persona, ma riconosco che un uso impreciso dei termini non fa altro che aumentare la discriminazione e la cattiva informazione dei cittadini verso che purtroppo con la follia ci deve convivere ogni giorno.
Non ci vedo quindi nessun legame, anche se c’è ancora molto da fare per rimpere questo schema di interpretazione fra le persone. Credo, invece, che vivere in una società violenta (e per violenza intendo tutti gli aspetti, sia verbali, che emozionali, che discriminatori, che fisici) favorisca disperazione e non contribuisca a dare gli strumenti per gestire situazioni difficili che possono sfociare in ulteriore violenza. Ma questo ha a che vedere con tutti e con tutto, non solo con il mondo della salute mentale.

Abbiamo fatto degli enormi passi avanti in Italia, nel tema della salute mentale, proprio perchè non la consideriamo più come una cosa da nascondere, ma come un disagio o una malattia che come le altre va curata o gestita. Fino a quando i nostri medici continueranno a curarci per organi o per patologie, ignorando la salute della mente, del cuore, dell’anima, come invece fanno altre culture di popoli originari, cureranno sempre una parte.
La salute mentale è un diritto e un dovere di tutti e tutte!

 

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