Un’esperienza lontana e vicina: Il mio bisnonno bipolare

Per la nostra rubrica “Ma esiste davvero un fuori?” ho intervistato mio padre Elio, nel ruolo di familiare e di persona che ha vissuto vicino ad un manicomio. Con la delicatezza consueta, mio padre mi ha sorpreso con la storia del mio Bisnonno Arrigo, bipolare, che, come molti bipolari ha unito creatività e depressione. La cosa che mi ha colpito molto è stato l’alto livello di inserimento nella comunità esemplare di Arrigo.

Nel 40esimo anniversario della chiusura dei manicomi, secondo la sua esperienza, che impatto ha avuto questo sui familiari.

Mio nonno ( nato alla fine dell’800) afflitto da quello che oggi si chiamerebbe disturbo bipolare e allora si chiamava depressione, venne curato con elettroshock, con nessun risultato. Si trattava di un uomo che aveva espletato il servizio militare come porta feriti nella Prima Guerra Mondiale e al ritorno, continuò la sua attività di imbianchino e collaborò alla fondazione della Opera Assistenziale Croce Verde di Reggio Emilia. Mio nonno era minuto, ma aveva molta forza. Le prime autoambulanze erano carretti  tirati dai volontari. Nonostate i suoi problemi mio nonno era inserito  nella comunità. I genitori di mio nonno erano osti e mio nonno faceva il vino, molto buono, si occupava anche di altre pratiche contadine. Lui aveva un ordine mentale che trasmetteva a chi gli stava intorno. A quei tempi queste malattie venivano trattate nel silenzio. Si tendeva ad avere il pudore di non nominarle, a quei tempi, chi veniva ricoverato veniva poi segnato a dito.

Come vede il ruolo del familiare nel progetto terapeutico dell’utente.

La mia esperienza mi ha insegnato che la vicinanza dei familiari è stata positiva. Mio nonno Arrigo aveva accanto sua moglie Degarda e sua figlia Carla che gli hanno permesso di vivere Bene.

Partendo dalla sua esperienza personale e ai recenti casi giudiziari, in cui la causa di violenza è stata, erroneamente, attribuita al disagio mentale, lei come vede il rapporto tra salute mentale e pericolosità?

E’ tutto collegato alla salute fisica del soggetto, alla condizione psicologica dal soggetto, alle persone che gli sono vicine e al fatto che si possa creare un appoggio, un legame che porti a superare il disagio psichico e trasformare una situazione negativa in una positiva.

Lei che ha vissuto accanto al manicomio di Reggio, cosa ricorda di quel periodo e cosa pensa della chiusura dei manicomi.

Io ho vissuto una realtà con delle esperienze, dei fatti vissuti o in prima persona o solo notati che mi portano a riflettere. Ho vissuto a Reggio dal 1945 al 1963 e ho vissuto di fianco all’ospedale psichiatrico. Personalmente non mi ricordo di aver ricevuto delle negatività perché si svolgeva tutto a porte chiuse, in reparti, in villette, dove gli ammalati venivano trattati in base all’entità della loro malattia. I reparti portavano il nome di illustri studiosi delle malattie mentali: De Santis, Marro, Esquirol etc. C’era un piccolo rione abitato dagli infermieri che operavano nell’istituto e per quello che ricordo il rapporto tra infermiere e ammalato era profondamente umano e c’era una grossa comprensione da parte dell’operatore verso l’ammalato. Nelle vicinanze c’erano anche case coloniche dove trovavano possibilità di lavorare gli ammalati presso gli agricoltori. Un giorno dalla finestra ho visto una donna che urlava che voleva essere ricoverata circondata da parenti. Immagino che per lei fosse una situazione troppo brutta. Questo episodio, vedendo le reazioni di questa signora era evidente il desiderio di isolarsi da una realtà scomoda e rifugiarsi nella solitudine e nell’isolamento-

 

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