L’ ABC della Riabilitazione Psichiatrica

 

L’obiettivo globale della riabilitazione psichiatrica è di fare in modo che le persone con disabilità psichiatrica abbiano le massime opportunità di recuperare una vita quanto più normale possibile. Essa fornisce una gamma di interventi che rendono possibile alle persone disabili di utilizzare quelle abilità cognitive, emotive, sociali, intellettive e fisiche necessarie a vivere, imparare, lavorare e funzionare quanto più normalmente e autonomamente possibile nella comunità con la minima inferenza da parte dei sintomi. Il tipo e l’entità degli interventi variano sulla base del disturbo psichiatrico e del grado di disabilità, delle differenze per intelligenza, capacità di apprendimento, competenza sociale, funzionamento cognitivo, processo di crescita, retroterra culturale ed etnico, classe sociale e risorse economiche, supporto familiare e soddisfazione rispetto all’attuale qualità di vita. Inoltre, variazioni nella disponibilità dei Servizi di Salute Mentale e delle risorse della comunità determinano quanto e con che velocità ogni persona percorrerà la strada verso il recovery. Il processo di recovery si configura essere un viaggio volto alla liberazione dai sintomi attraverso “l’avere di nuovo una vita”. Gli elementi alla base di una vita normale nella comunità sono: le relazioni, attraverso le quali si condividono esperienze, sentimenti e sogni, l’empowerment, il rispetto per se stessi che deriva dalla partecipazione, dal successo e dai risultati, la famiglia, caratterizzata da relazioni positive con affetto e considerazione reciproca, attività ricreative, partecipazione ad attività svolte nel contesto comunitario, istruzione, apprendimento delle conoscenze e delle abilità richieste per vivere autonomamente, in un’ultima analisi, l’elemento spirituale, fondamentale per recuperare il senso di sé e credere di non essere soli, e la speranza, credere in un miglioramento personale (Liberman,1991).

Il processo riabilitativo comprende tre fasi che si sovrappongono tra loro e che ricompaiono per tutto il periodo durante il quale il paziente ricorre al servizio (Anthony, Cohen, 1983). La fase di progettazione avviene attraverso interviste diagnostiche e di assessment, inventari, informatori, dati storici, role play osservazioni comportamentali dirette. La fase di pianificazione del progetto riabilitativo specifica come la persona o l’ambiente devono cambiare per raggiungere gli obiettivi prefissati. Il progetto specifica grado per grado le abilità che la persona deve acquisire per adeguare il proprio livello di funzionamento a quello richiesto dall’ambiente. Ancora, il progetto risulta flessibile in relazione ai cambiamenti che si verificano durante il percorso ed identifica le persone responsabili dell’attuazione delle varie parti. Infine, nella fase di intervento, il progetto riabilitativo ha lo scopo di aumentare le abilità dell’individuo e di rendere l’ambiente più supportivo (Liberman, 1997).

I principi della riabilitazione psichiatrica enunciati da Liberman (1991) sono sette.

Il primo obiettivo enuncia l’importanza di fornire ai pazienti psichiatrici le migliori pratiche e trattamenti riabilitativi al fine di accelerare il processo verso il recovery. Questi includono: il coinvolgimento dei pazienti e dei loro familiari nella valutazione funzionale, i trattamenti farmacologici e psicosociali basati sulla prova, gli interventi di incremento della motivazione, i programmi strutturati e supportivi in ambito lavorativo, scolastico e abitativo, ancora, l’insegnamento e il miglioramento delle capacità di coping, di comunicazione e di problem solving sia dei pazienti che dei familiari, il case management a lungo termine, proattivo, intensivo, flessibile e di durata non limitata che si pone come scopo l’utilizzazione delle abilità necessarie per l’integrazione sociale, infine, la collaborazione con amministratori e dirigenti di Servizi di Salute Mentale.

Il secondo obiettivo enuncia la necessità di ridurre o superare menomazioni, disabilità e handicap attraverso l’integrazione di trattamenti farmacologici e psicosociali con interventi di advocacy per migliorare le pratiche in ambito clinico, lavorativo, scolastico e le politiche governative. Ciò è possibile attraverso l’insegnamento di abilità sociali e di vita in autonomia tramite specifiche tecniche di training e insegnamento, da una parte, e attraverso interventi di supporto, il case management dall’altra parte.

Il terzo obiettivo enuncia l’importanza dell’individualizzazione dei trattamenti. Questi devono essere bilanciati con i livelli di funzionamento cognitivo, comportamentale e sociale dell’individuo. Ancora, tali trattamenti devono essere flessibili in relazione ai cambiamenti che coinvolgono l’individuo stesso.

Il quarto obiettivo enuncia il bisogno di coinvolgere attivamente pazienti e familiari nella pianificazione e nella partecipazione al trattamento. La partnership tra paziente, famiglia e terapeuta inizia con la valutazione iniziale e prosegue in tutte le successive fasi caratterizzanti il processo riabilitativo. Essa promuove la sicurezza e aumenta l’ottimismo e la speranza di un futuro migliore. Il coinvolgimento attivo dei protagonisti del processo riabilitativo rende la riabilitazione più efficace e il recovery più rapido.

Il quinto obiettivo enuncia l’importanza dell’integrazione e del coordinamento degli interventi per promuovere il progresso verso il recovery. Si individuano tre livelli di integrazione. Innanzitutto, l’integrazione a livello del paziente: i pazienti hanno bisogno di informazioni per comprendere come i trattamenti psicosociali e i farmaci possano essere utili o ostacolarsi reciprocamente. Da una parte, gli effetti collaterali dei farmaci, ad esempio la sedazione e il tremore, possono interferire con i trattamenti psicosociali. Questa situazione richiede degli aggiustamenti, modificando la dose o il tipo di farmaco con o senza cambiamenti del trattamento psicosociale. Dall’altra parte, un intervento psicosociale sovra-stimolante può scatenare un’esacerbazione di sintomi psicotici o depressivi che richiede una modifica del trattamento psicosociale e/o di incrementare la terapia farmacologica. In secondo luogo, l’integrazione a livello dell’equipe curante: risulta necessario integrare le informazioni che si ottengono dai vari membri dell’equipe multidisciplinare riguardanti la storia del paziente, i sintomi, la diagnosi, il funzionamento psicosociale, l’assetto cognitivo, le relazioni familiari, il funzionamento lavorativo o scolastico e i progressi del paziente stesso. La collaborazione clinica tra i servizi può funzionare abbastanza bene se i rappresentanti di ogni ente si conoscono, imparano a rispettarsi e a fidarsi reciprocamente e mantengono comunicazioni regolari rispetto ai rispettivi interventi che offrono al paziente. In terzo luogo, l’integrazione a livello organizzativo: risulta fondamentale lo stanziamento di fondi adeguati da parte di coloro che mettono in atto i piani politici ed economici. Le restrizioni cui vanno incontro i finanziamenti per la salute mentale sia nel settore pubblico che privato hanno conseguenze rischiose per il miglioramento dei servizi e per il recovery a lungo termine.

Il sesto obiettivo enuncia il fondamento di improntare il processo riabilitativo sulla base dei punti di forza, degli interessi e delle capacità del paziente. L’empowerment è favorito dal grado in cui i pazienti sono capaci di esercitare le loro abilità nella vita quotidiana. Contemporaneamente, tale capacità dipende dai terapeuti, dai familiari e dagli amici.

Il settimo e ultimo obiettivo afferma che la riabilitazione richiede tempo, procede gradualmente e richiede perseveranza, pazienza e resilienza da parte dei protagonisti attivi del processo riabilitativo (Liberman, 1991).

UN MONDO “DIVERSO” MA VICINO

La nostra esperienza di Alternanza Scuola Lavoro con l’associazione Idee In Circolo ci ha permesso di venire a contatto con realtà diverse da quelle già osservate precedentemente. Iniziato il 7 maggio e giunto a metà, questo percorso procede tra svariate attività, a partire dal gruppo redazionale (consistente nella scrittura di articoli per l’aggiornamento del blog e del profilo Facebook dell’associazione) sino alle trasmissioni di Radio LiberaMente (partecipazione attiva degli utenti nell’approfondimento di temi concordati settimanalmente), dall’Ufficio Mani Sporche (attraverso attività di laboratorio manuale) al laboratorio teatrale Maddalene Matte (lavoro basato sugli insegnamenti del Teatro dell’Oppresso), volte alla riscoperta di una quotidianità e di una risocializzazione da parte degli utenti.

Attraverso queste attività, conciliandole con gli argomenti svolti a scuola, abbiamo partecipato all’entusiasmo e allo spirito di iniziativa del gruppo, numeroso e coinvolgente. La nostra permanenza in questa associazione è stata ed è, tutt’ora, proficua: imparando ad orientarci e ad operare nel campo della salute mentale, abbiamo ampliato il nostro bagaglio di conoscenze in ambiti, oltre che teorici, pratici.

Nonostante questo sia solo l’inizio di un lungo tragitto, i passi da noi percorsi sono stati tali da accrescere la nostra curiosità e volontà di approfondire le molteplici sfaccettature di un mondo “diverso” ma vicino al nostro.

In una calda mattina del lontano 7 maggio 2018, tre ragazze arrivarono piene di aspettative in via IV Novembre 40/b ed entrarono nel secondo stabile sulla sinistra, un edificio situato tra Arci e Vibra. In quell’occasione incontrarono le due figure che le avrebbero accompagnate durante tutto il periodo dell’alternanza scuola-lavoro, ed entrambi i tutor illustrarono il programma delle due settimane di attività; fu un inizio un po’ strano, se si può dire così.
Quel pomeriggio le studentesse entrarono in diretto contatto con persone con disagi psichici, e insieme a loro levigarono e pitturarono dei pallet di legno che sarebbero serviti per lo “spazio nuovo” e per decorare l’area verde (un pezzo di prato davanti allo stabile). Anche l’attività di redazione si rivelò interessante, ed ebbero modo di lavorare a degli articoli personali scritti dagli utenti di Social Point; tutto ciò aveva come scopo quello di aiutare le persone ad integrarsi di nuovo in una piccola società e dar loro la possibilità di esprimersi, e magari affrontare i loro problemi.
Nei seguenti giorni furono registrate varie trasmissioni radio appartenenti a “Radio LiberaMente” (come ad esempio Crazy Waves, Giving Voice con Caleidos, Dieci alle Cinque etc…), tutte dirette da un team composto sia da educatori sia da utenti.
Le tre ragazze si fecero subito un’ottima opinione dell’organizzazione e degli operatori, in aggiunta alle attività grazie alle quali hanno avuto modo di mettere alla prova le loro competenze socio-psico-pedagogiche e misurarsi con una realtà diversa dalla loro. La loro esperienza non è ancora giunta al termine, ma le loro speranze e aspettative non sono state per niente deluse e il tempo passato a studiare gli argomenti necessari ad affrontare il periodo di alternanza si è rivelato utile e proficuo; il tentativo di includere le persone con disagi psichici in un gruppo libero da ogni pregiudizio morale è stato accolto con entusiasmo e sono state molto contente di aver avuto l’occasione di prendere parte a queste attività.
Fu così che le studentesse arrivarono a metà del loro percorso di alternanza scuola-lavoro, ormai quasi completamente integrate nel gruppo e in quel piccolo mondo che sembrava diverso da tutti gli altri, pronte ad ampliare le loro conoscenze e a mettersi alla prova ogni giorno.

 

Esperienza di Alternanza Scuola Lavoro delle ragazze del Liceo Carlo Sigonio

 

 

 

Artisti in azione nelle vie del centro storico di Modena; la nostra Notte Bianca

Sabato 19 maggio in occasione del consueto appuntamento con la Notte Bianca diversi di noi si sono esibiti e hanno richiamato le attenzioni di coloro che passeggiavano per le vie del centro, adulti, giovani e bambini.

I protagonisti della MattaBanda, dopo un intenso anno trascorso assieme tra prove, momenti di confronto, sorrisi e relazioni, si sono esibiti a partire dalle 9,30 in Corso Duomo. Abbiamo offerto al pubblico di passaggio un pezzo musicale su cui ci siamo soffermati durante l’anno che ha visto alternarsi il suono di diversi strumenti e le capacità di ognuno di noi. Gli incastri dei suoni hanno messo in evidenza non solo il lavoro sul suono fine a se stesso ma anche la sintonia dei protagonisti stessi. A seguire, alcuni dei protagonisti si sono uniti ad un altro gruppo di percussionisti africani accompagnati da ballerine che si sono sperimentate nella Danza Afro. I ritmi dei suoni che si sono alternati hanno coinvolto il pubblico e hanno fatto venir voglia di ballare e seguire lungo le vie il gruppo di percussionisti, le ballerine e i diversi artisti dalle varie sfumature. Un entusiasmo a livelli elevati, questo ci sentiamo di dire.

Gli artisti non sono finiti qui, in Via Malatesta, all’altezza di Oronero a partire dalle 20.30 si è esibita la M.A.D band (Music Against Disorder) con la loro energia musicale, i ragazzi hanno suonato pezzi vecchi e pezzi nuovi. Successivamente all’esibizione della M.A.D band è cominciato il dj set di Radioliberamente Modena che per il terzo anno consecutivo ha partecipato alla Notte Bianca. I dj della radio hanno messo su un dj set fatto di vari pezzi musicali ballabili, prediligendo la musica anni ’80 che non smette mai di andare di moda. E’ stata una giornata piacevole in cui siamo stati insieme divertendoci in compagnia.

 

I manicomi sono chiusi

Prendi un cerchio. Circondalo di psichiatri, psicologi, operatori, riabilitatori, infermieri. Che cosa sta al centro? L’utente, il malato, il folle.  Il folle come la carta dei tarocchi, carta del chaos, del cambiamento.

IL FOLLE STA AL CENTRO. Senza il Folle il cerchio non esiste. E’ la punta del compasso. E’, e deve essere, il compasso morale. Ma, diranno i professionisti, i folli non hanno forza, sono deboli, sono fragili, dipendono da noi. No miei cari, voi dipendete da noi. No Folli, No Lavoro.

Due convegni, organizzati per celebrare i 40 anni della legge Basaglia. Noi siamo andati ad uno dei due. Hanno chiesto: Ma gli “utenti” sono in grado di seguire i workshop?  Certo che sì. Alcuni sono persino laureati. Poeti affermati. Va bene andiamo. Noi cinque eravamo gli unici “utenti” presenti.

Altro convegno. Quello considerato più “importante”. Non un utente neanche a pagarlo .

Tutto questo ci fa arrabbiare, ci fa venire voglia di imprecare, urlare, danzare la nostra rabbia, recitare la nostra follia.

Basaglia ha fatto tutto quello che ha fatto per i matti e con i matti.

CON i matti.  Siamo noi al centro del cerchio, siamo noi il compasso morale.

Invece siamo istituzionalizzati, oggettivati, categorizzati, riempiti di psicofarmaci e marchiati a sangue da una diagnosi spesso senza speranza. Il cerchio diventa prigione. I manicomi sono chiusi? A volte viene da chiederselo. Sì che scocciatura, pensa la società, non era meglio prenderli tutti e rinchiuderli? Nasconderli. Sono una scocciatura, fanno paura, sono pericolosi, noiosi, costosi. Sono l’anima oscura della società.

Non hanno e non devono avere potere, dignità e libertà. Tutto deve essere centellinato. Quindi è un’illusione?

Ma qui a Idee in Circolo noi folli ci siamo, scriviamo, balliamo, suoniamo i tamburi, andiamo a convegni, consulte, coordinamenti. E non stiamo zitti. Siamo forti, creativi, indipendenti, non abbiamo paura.  E non stiamo zitti.

I folli incazzati

“L’impossibile può diventare possibile”

 

Colloquio immaginario tra Franco Basaglia , Vincent van Gogh e Antonin Artaud*

Questa volta vi proponiamo un interloquire fra tre innovatori nell’ambito della pittura, del teatro, della salute mentale, ovvero Vincent van Gogh, Antonin Artaud e Franco Basaglia attraverso i loro scritti alla ricerca di….  una realtà liberata,                                                                                                                                                              come diceva Aldo Capitini, il quale era persuaso della compresenza dei vivi e dei morti nello sforzo di creare un’aggiunta di valori per una realtà più giusta e libera nella prassi.   Che l’ordine della società non si attui più con l’allontanamento della persona scomoda, del suo “sacrificio”. Che sia piuttosto una libera aggiunta di tutti, uomini, donne, animali, sani e malati.

 

F.B.: Il manicomio è pieno di gente che non è, perché non ha.
* V. v. G.: Qualcuno avrà seguito per un certo tempo lo svolgersi gratuito della grande “università della miseria”e avrà notato le cose che gli sono capitate sotto gli occhi, che ha intese con le sue orecchie, e ci avrà riflettuto sopra e finirà per credere e per apprendere più di quanto possa egli stesso dire.
* F.B.:Il mio destino è legato al destino di chi non ha!
* V.v.G: Amare un amico, una persona, una cosa, quello che vuoi tu, e tu sarai sulla buona strada per saperne di più, ecco ciò che mi dico. Ma bisogna amare di intima simpatia interiore, con volontà, con intelligenza e bisogna sempre cercare di approfondire la conoscenza in ogni senso.
* F.B.: C’è la necessità che il cambiamento parta da ognuno di noi, che da domani la nostra pratica sia diversa.
* V.v.G.: Ad Arles ,alla “casa gialla”, volevo che quella fosse per tutti la casa della luce, una grande idea di fare un falansterio di amici pittori che condividessero la vita , i soldi, le idee, per dipingere la nuova pittura solare.
* F.B.: Per noi invece il problema era quello di trasformare la scienza in nuova scienza, trovare nuove risposte alla classe oppressa che abitava il manicomio. La cosa non è stata facile perchè l’ oppresso non ha voce, e trovare il codice della non voce è stato molto difficile…
* V.v.G.:Giunse solo Gauguin, in ottobre, troppa elettricità fra noi, sei mesi insieme a lavorare, gli devo molto, un amico, un artista strano, uno straniero.., insomma è difficile frequentarlo senza sentire una certa responsabilità morale. Alcuni giorni prima di separarci , quando la mia malattia mi ha obbligato a entrare nella casa di cura, ho tentato di dipingere “il suo posto vuoto”.
* F.B.: Scoprimmo che il nostro lavoro non poteva limitarsi ai malati e alla follia, ma dovevamo lavorare soprattutto con la popolazione.
* V.v.G.: Infatti fui internato a causa di una petizione popolare…
* A.A.:PARLIAMO PURE DELLA BUONA SALUTE MENTALE DI VAN GOGH IL QUALE, IN TUTTA LA SUA VITA SI E’ FATTO SOLO CUOCERE UNA MANO E NON HA FATTO ALTRO PER IL RESTO, CHE MOZZARSI UNA VOLTA L’ ORECCHIO SINISTRO.
* F.B.: Io parlerei di “crisi vitale”, non di schizofrenia..
* A.A.: Le cose vanno male perchè la coscienza malata ha un interesse capitale in quest’epoca a non venir fuori dalla propria malattia. E’ così che una società tarata ha inventato la psichiatria per difendersi dalle investigazioni di certe lucide menti superiori le cui facoltà divinatorie la infastidivano.
* F.B.: Dal punto di vista del sapere lo psichiatra è il medico più ignorante. Cos’è la follia?E’ la diversità o la paura della diversità. C’è più che altro un rapporto di potere. A Trieste, nel momento in cui gli abitanti della periferia e lavoratori della fabbrica cominciavano a partecipare con noi alla vita del centro, capivano ciò che stava succedendo e il preconcetto sul folle spariva o diminuiva. Il malato è più terapeutico del medico.
* V.v.G.: Sia nella figura che nel paesaggio vorrei esprimere non una malinconia sentimentale, ma il dolore vero. Voglio che la gente dica delle mie opere:”sente profondamente, sente con tenerezza”- malgrado la mia rozzezza e forse persino a causa di essa…Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente?Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole-qualcuno che non ha posizione sociale né ne avrà mai una, in breve,l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno. Questa è la mia ambizione che, malgrado tutto, è basata meno sull’ira che sull’amore, più sulla serenità che sulla passione. E’ vero che spesso mi trovo nello stato più miserando, ma resta sempre un’armonia calma e pura, una musica dentro di me. Vedo disegni e dipinti nelle capanne più povere, nell’angolo più lurido. E la mia mente è attratta da queste cose come da una forza irresistibile.
* A.A.: NO, van Gogh non era pazzo,MA LE SUE PITTURE ERANO PECE GRECA, BOMBE ATOMICHE… Perchè la pittura di van Gogh. Non attacca un certo conformismo di costumi, ma il CONFORMISMO stesso delle istituzioni.
* F.B.:Aprire l’istituzione, noi vogliamo cambiare questa società dove l’omicidio, per esempio in fabbrica o sul lavoro in generale, è legalizzato. Si dice che il malato mentale è pericoloso e può uccidere. Ma se il padrone costruisce un’impalcatura non protetta e l’operaio cade e muore, chi dei due è più pericoloso?
* A.A.: E che cos’è un alienato autentico? E’ un uomo che ha preferito diventare pazzo, nel senso in cui lo si intende socialmente, piuttosto che venir meno a una certa idea superiore dell’onore umano. La società degli esseri è un vampiro che non vuole andarsene e che è legato nervo a nervo e fibra a fibra al proprio oggetto: lo sfruttamento indefinito del corpo dell’uomo umano.
* F.B.: In un certo senso , viviamo in una società che sembra un manicomio e siamo… internati che lottano per la libertà. Dobbiamo capire insieme con gli altri quello che dobbiamo fare e non dirigere gli altri in un modo o nell’altro, perchè facendo così saremmo noi stessi nuovi padroni.
* V.v.G.: Pare che nel libro “La mia religione “ Tolstoj insinui che, benchè non si tratti di una rivoluzione violenta, ci sarà anche una rivoluzione intima e segreta fra i popoli, dalla quale nascerà una religione nuova, o piuttosto, qualcosa di assolutamente nuovo, che non avrà nome, ma che servirà lo stesso a consolare, a rendere la vita possibile, come fece un tempo la religione cristiana.
* F,B.: Lavorare al cambiamento sociale significa essenzialmente superare i rapporti di oppressione e “vivere” la contraddizione del rapporto con l’altro, accettare la contestazione, dare valenza positiva al conflitto, alla crisi, alla sospensione del giudizio, all’indebolirsi dei ruoli e dell’identtà.
Quando il medico accetta la contestazione del malato..
* A.A.: Ah sì? E soprattutto non mi si faccia più l’elettroshock per debolezze che si sa benissimo non sono fuori del controllo della mia volontà, della mia lucidità, della mia intelligenza personale. BASTA, BASTA ancora basta con questo traumatismo di punizione. Ogni applicazione d’elettroshock mi ha immerso in un terrore che durava ogni nuova applicazione senza sentirmi disperato, perchè sapevo che ancora una volta avrei perso coscienza e mi sarei visto per un giorno intero soffocare in mezzo a me senza riuscire a riconoscermi, sapendo perfettamente che ero da qualche parte, ma il diavolo sa dove, e come se fossi morto.
* F.B.:I diritti vanno conquistati appunto, non concessi dall’alto altrimenti possono essere revocati. Dicevo quando si sta nella contraddizione, quando l’uomo accetta la donna nella sua soggettività, può nascere quello stato di tensione che crea una vita che non si conosce e che rappresenta l’inizio di un nuovo mondo. Dal pessimismo della ragione all’ottimismo della pratica. Lo diceva anche Gramsci, così possiamo cambiare, altrimenti rimarremmo sempre schiavi dei dittatori, dei militari e dei medici.
* A.A.: Sì, sì, Il post-scriptum ce lo metto io, Van Gogh non è morto per uno stato di delirio proprio, nel panico di non farcela, ma invece ce l’aveva appena fatta,e aveva appena scoperto cos’era e chi era, quando la coscienza generale della società, per punirlo di essersi strappato ad essa, lo suicidò. Perchè la logica anatomica dell’uomo moderno è proprio di non aver mai potuto vivere, né pensare di vivere, che da invasato.
Ringraziamenti: a Franco Basaglia per le “CONFERENZE BRASILIANE”, 1979
a Vincent van Gogh per le sue numerose lettere a Theo e non solo,1881-’90
ad Antonin Artaud per “Van Gogh, il suicidato della società”,1947.

Antonin Artaud: nacque a Marsiglia nel 1896 e morì nel 1948. Fu scrittore, poeta. attore teatrale e cinematografico. E’ l’autore di un testo famoso “ Il teatro ed il suo doppio, che teorizza un ribaltamento completo dei fondamenti dell’arte drammatica (Teatro della crudeltà). Partecipò inoltre al movimento surrealista, a cui fornì i testi più spregiudicati e radicali. Nel 1936 abbandonò il teatro per compiere un viaggio in Messico che costituì l’avvenimento decisivo della sua vita. Il ritorno in Francia, un anno più tardi, segnò la rottura con “Questo mondo, in cui, a parte il fatto di avere un corpo, di camminare, di coricarsi, di vegliare,di dormire, d’essere nell’ ombra o nella luce ( e anche la luce è dubbia), tutto è falso “. E’ una rottura , ma soprattutto una ribellione, un rifiuto sistematico di ogni realtà concreta, che lo condurrà, dopo un viaggio in Irlanda nel 1937, ed una serie di avvenimenti rimasti misteriosi, ad essere internato per nove i anni come pazzo. La sofferenza, le privazioni di questo periodo durato fine al 1945, contribuirono a rendere più esacerbate e violente le ultime manifestazioni di un’introspezione che egli conduceva da anni con insolito rigore.
Nel 1947 apprese di un articolo di interpretazione medico- psichiatrica della vita e delle opere di Vincent e s’arrabbiò molto, si fece accompagnare all’ Orangerie a vedere i suoi quadri poi scisse il libro “Van Gogh il suicidato della società” e lo dettò secondo una “scrittura orale” in cui improvvisava.

Intervista a Fanny Zangelmi, familiare

Per la nostra rubrica “Ma esiste veramente un “fuori”?” abbiamo intervistato Fanny Zangelmi, familiare.

1. Nel quarantesimo anniversario della chiusura dei manicomi quale impatto ha avuto questo sui familiari?

Allora, intanto non è il quarantesimo anniversario della chiusura dei manicomi. Nel senso che la chiusura è stata sancita nel ’99, questo per dire quanto sia stato un processo lungo. Sui familiari ha avuto effetti positivi, secondo me, ma alcuni li hanno vissuti anche come negativi, nel senso che si sono visti ritornare la persona a casa ingestibile, con i motivi per cui l’avevano allontanata. Per me l’effetto positivo è che è stato restituito alla comunità, quindi alla famiglia e alla comunità sociale, il problema, nel senso che prima si risolveva semplicemente allontanando la persona, recludendola, ma intanto il problema era risolto perchè era là. Però ripeto, la chiusura è stata sancita nel ’99, non nel ’78 quando la legge Basaglia è stata promulgata.

2. Come vede il ruolo del familiare nel progetto terapeutico dell’utente?

Allora, le relazioni costruiscono la persona e allo stesso tempo la indeboliscono, il portatore del problema è quello che scoppia, ma in realtà il problema è sempre tra più soggetti. Quindi, il progetto terapeutico non è verso l’utente, ma verso il contesto in cui l’utente vive, quindi è anche un progetto che può coinvolgere i familiari in una riparazione di relazioni che invece non erano funzionali, ma che anzi scatenavano problemi. Il ruolo del familiare lo vedo nell’idea che laddove si sia creato un problema di relazione si possa, intervenendo da terzi, ricostruire relazioni più sane, cambiando gli atteggiamenti sia della persona designata, l’utente, sia del familiare, quello che accompagna il malato. In realtà, se è la relazione che non funziona sono un po’ tutti e due utenti e tutti e due familiari, nel senso che è nella relazione che si interviene.

3. Lei pensa che le terapie familiari che stanno venendo fuori recentemente siano positive?

Certamente, tutto quello che rimette in discussione il sistema di relazioni può essere positivo se, appunto, gestito con buon senso. Accettazione, non accettazione, sono tutti meccanismi di relazione dove ci sono responsabilità degli adulti, ma non necessariamente colpe. Le responsabilità dei familiari e degli utenti sono viste come responsabilità nelle relazioni più intime. I sentimenti che muovono le relazioni sono più quelli dell’aggressività e del rifiuto, che poi portano alla riconciliazione.

4. Sulla base della sua esperienza come vede l’istituzione della figura dell’amministratore di sostegno?

Io sono un amministratore di sostegno che ha imparato e accettato con le sue fragilità e con quello che può il suo ruolo. Quindi io la vedo molto positivamente per come è stata concepita nella legge, ma molto criticamente per come viene utilizzata. La legge sull’amministratore di sostegno doveva sostituire la figura del tutore o curante. Queste ultime due figure dovevano sparire dalla legislazione, così come la sparizione dei manicomi, nell’idea della creazione di servizi territoriali. Poi in realtà questa figura viene richiesta dalle istituzioni esattamente come la tutela dell’interdetto. E’ molto bella viverla nel senso delle relazioni che dicevo all’inizio, un’esperienza molto positiva se i tribunali, le associazioni lavorano nel riparare e mettere a fuoco i contesti e le relazioni. Molto negativa, invece, se le istituzioni ne abusassero, ritenendo così interdetta una persona.

5. Qual’è la differenza del lavorare tra i servizi di Modena e di Mantova?

Enorme. Intanto la differenza di contesto: la regione Lombardia dà maggiori finanziamenti agli istituti, al contrario l’Emilia Romagna ha una politica diversa. La realtà della Lombardia mi allena ad accorgermi dei deficit dell’Emilia Romagna e a poter muovermi in un contesto più difficile grazie alla frequentazione di una rete di associazioni e organizzazioni.

6. Pensa che una persona che attraversa il mondo della salute mentale possa riacquisire pari dignità nella vita?

Io penso che da adesso, con le basi che ci sono state, dalla Legge Basaglia in poi, al processo del “fareassieme”, non la dovrebbe neanche perdere la dignità. Il lavoro di riparazione dovrebbe essere finito con la generazione di chi ha subito di più e quindi adesso dovrebbe esserci una comunità che riesca a non far perdere la dignità all’utente, al famigliare, al datore di lavoro… La cosa importante è capire come integrare tra loro le diversità con rispetto reciproco. Tutti gli attori coinvolti sono responsabili delle proprie azioni.

7. Cosa pensa si potrebbe fare per migliorare l’inclusione sociale delle persone seguite dai servizi di salute mentale?

Far sì che i servizi assumano un’utenza larga e che si mettano in relazione diretta o non con la comunità al fine di creare meno torri e meno protezioni, anche per chi deve essere protetto, certo. La protezione fa parte del vivere in comunità, insieme alla libertà, responsabilità e dosare sempre la protezione, che è quella che toglie personalità. Quell’attenzione e quel buon senso del rapporto tra soggetti, comunità, tradizioni, il sapersi muovere relativizzando se stessi, senza pensare di salvare il mondo, come a volte certi psichiatri pensano.

Parlare civile

Martedì mattina, 10 Aprile, una rappresentanza di Idee in circolo, Parole ritrovate Sassuolo e Radioliberamnte ha incontrato i ragazzi delle scuole superiori di Sassuolo, presso la Sala conferenze dell’I.T.I. Volta, per l’iniziativa promossa dal distretto ceramico per la legalità – GAL GenerAzioneLegale.

Tema della giornata è stato, Parlare Civile, perché non esistono parole sbagliate ma esiste un uso sbagliato delle parole. Spesso le parole possono creare distanza oppure possono aiutare nei momenti di difficoltà. Le stesse parole usate in contesti diversi possono essere appropriate, confondere o addirittura offendere.

Incontro dedicato agli studenti delle scuole superiori con figure professionali o appartenenti ad Associazioni dove potersi confrontare scambiando punti di vista a volte sconosciuti.

La mattinata comincia con la presentazione del tema per poi introdurre le parole chiave che sono state  affrontate nei vari gruppi con uno o più referenti e con gli studenti che sono stati scelti.

Il tempo per parlare, confrontarsi e riportare su un cartellone le proprie emozioni oppure i propri punti di vista è stato di circa un’oretta,dopo una breve pausa, siamo ritornati per una plenaria, dove ogni gruppo poteva raccontare il proprio cartellone  con i diversi punti di vista e rispondere a domande che provenivano dagli altri partecipanti.

Il nostro gruppo aveva come tema la parola “matto”, seduti in cerchio ci siamo presentati per poi cominciare a fare un gioco. Consisteva nel dividersi in gruppetti di 5/6 persone, in ognuno una persona doveva allontanarsi  mentre gli altri dovevano creare un codice da far indovinare a chi era escluso. All’inizio del gioco è stato deciso il codice ,chi doveva indovinare poteva fare domande per arrivare alla soluzione. Il gioco è stato ripetuto un paio di volte.

Questo ha fatto sì di approfondire gli effetti della emarginazione ed anche il pregiudizio, infatti terminato il tutto, si è chiesti aglii studenti le loro impressioni. Per alcuni è stato divertente, per altri  è stato un po’ faticoso anche solo inventare un semplice segnale o inventare una parola da far indovinare. La sensazione è stata anche di estraneità della situazione, del sentirsi strani, non essere a proprio agio, in colpa per non essere inclusi in un gruppo.

Da qui la presentazione di chi eravamo  noi e di cosa facevamo per il mondo del “matto”. I ragazzi si dividevano tra chi era incuriosito, anche dal fatto che tra i loro amici c’era chi è entrato in questa realtà a loro ancora un po’ sconosciuta o molto confusa, e chi invece era disinteressato.

L’esempio più comune, di quanta confusione c’è tra i ragazzi, è che i servizi come i CSM oppure le case di cura e le cliniche siano ad oggi ritenuti, da alcuni, alla stregua di “manicomi”, in quanto vengono ricoverate persone con disturbi psichiatrici. Il “matto” è quella persona che fa o dice parole e gesti senza senso ed in maniera strana agli occhi di chi lo sta osservando in quel momento. Lo scetticismo delle cure è tantissimo, non si crede che una terapia prescritta da uno psichiatra possa migliorare il “malato”, questo per esperienze che hanno avuto personalmente di un amico che più continuava a prendere pastiglie, gocce e fare punture più lo vedevano agitato o inerme al fare le cose più semplici.

Per molti degli studenti i progetti di inclusione sociale,le  iniziative di promozione sociale promossi dalle realtà legate al mondo della salute mentale erano realtà sconosciute . Abbiamo quindi  avuto modo di parlare di cosa fa l’Associazione, dell’esistenza di una radio e di Màt, che si svolge ogni anno ad Ottobre. A questo punto gli studenti hanno fatto diverse domande  su come si sente ed affronta il quotidiano una persona che convive con un disagio psichico, su come vive, in quali strutture viene inserito quando anche la famiglia lo esclude, e su cosa sono realmente i CSM (Cenrti di Salute Mentale).

Nel loro immaginario c’era la figura di una persona che man mano che viveva nel mondo della salute mentale, dovesse essere accudito 24h su 24h (imboccarlo, lavarlo, vestirlo ecc. ecc.).

La curiosità andava aumentando,  mentre si dovevano scrivere i propri pensieri o una semplice parola su quello che aveva suscitato l’argomento riportandolo sul cartellone, si erano creati singoli confronti anche, forse, per la paura di non essere capiti, compresi o perché no, anche solamente giudicati ed esclusi a loro volta dal gruppo amicale che frequentavano fino a quel momento.

Bisogna, comunque, dire che i ragazzi sono stati “obbligati” a partecipare ed a interagire in quel gruppo quindi è stato anche per questo motivo che alcuni di loro si sono completamente estraniati dall’argomento che si stava affrontando non partecipando in modo attivo.

Quando si è arrivati in plenaria una ragazza ha riassunto, con l’aiuto di quello che si era scritto, la parola “matto” e le sensazioni che il gruppo aveva provato.

Questa esperienza mi ha fatto capire che, soprattutto con i giovani, c’è ancora molto da dire e da fare per far conoscere questa realtà che, a volte, viene etichettata e giudicata in maniera errata.

“FACCIAMO PANCHINE DI NEVE”

Assunta Signorelli , praticare la differenza

 

E quale differenza maggiore se non quella femminile? Scomoda psichiatra femminista, Assunta ha fatto la storia del movimento basagliano, ma raramente viene citata, se non fosse morta il 3 novembre 2017, nessuno l’avrebbe ricordata nel “pirotecnico”encomio del quarantennale della legge 180 che ricorre su diversi mezzi di informazione.

Entrò a 20 anni come volontaria, non era ancora laureata, nel manicomio di Colorno dove aveva una stanza. Racconta Assunta che osservò come gli operatori si comportassero diversamente fuori del l’istituto, i ricoverati avevano perduto lo statuto di persone, erano oggetti. Tale situazione la ritrovava al giorno d’oggi all’interno dei CPO nei quali faceva volontariato. Bisognava dare voce agli /alle straniere, così come la si era data ai matti.

Dalla  lotta al manicomio si era passati alla salute mentale di comunità a Trieste e amava citare la “Comunità di destino” descritta da Bonomi e Borgna (E. Borgna, Come se finisse il mondo,1992), perchè diceva,” la tua libertà è la mia libertà, la tua possibilità di esprimerti è la mia possibilità di esprimermi”. Dirigeva il servizio di Diagnosi e cura a S.Giovanni e notava come le emergenze diminuissero quando il personale era sufficiente a garantire assistenza a domicilio e attenzione ai risvolti sociali del disagio. Direttora per poco del dipartimento , era stata costretta ad andare in pensione, asseriva lei, per discriminazione subita nella carriera lavorativa.

 

Era  un po’ critica nella valutazione della psichiatria dopo Basaglia, affermava che senza accorgersene, ci si era chiusi per difendere qualcosa che si era conquistato e ci si era istituzionalizzati. La medicina è ormai medicina difensiva, con protocolli che servono soprattutto a proteggere il medico, l’operatore; denunciava una esternalizzazione crescente e una parcelizzazione delle cure che aumenta la sensazione di esclusione e alienazione dell’utente, che non si sente riconosciuto come altro/altra della relazione .

“Franco diceva: la nostra forza sta nel costruire panchine di neve che d’inverno si sistemano e d’estate si sciolgono al sole. Ad un certo punto queste panchine sono diventate di ferro.

 

Dal ’92 al 2000 Assunta ha fondato e collettivamente gestito il Centro Donna a Trieste, l’esperienza si è poi eclissata, pur rimanendo attiva l’associazione non istituziotenale “L’una e l’altra”che la nutriva e la manteneva legata al mondo femminile della città.

 

Secondo molte donne la differenza tra pensiero maschile e femminile sta nel fatto che gli uomini in generale cercano un distacco, un’oggettività a tutti i costi, mentre le donne han bisogno a livello epistemologico di fare interagire con la propria esperienza interiore ciò che vogliono considerare, studiare, contemplare. La verità del mondo è tale solo se risuona in me, quindi una via soggettiva alla conoscenza.  Anche Assunta Signorelli parla di questo e dice nel suo libro “Praticare la differenza.Donne Psichiatria e Potere”( 2015), che bisogna uscire da una condizione di vittime e ristabilire una propria autorità e autonomia nel mondo rinforzandosi l’un l’altra.

“In molte occasioni, il tentativo, in genere utopico, di rompere tutte le categorie è riuscito, quando qualcuna, indipendentemente dal suo ruolo, poteva” mettere in scena”la propria storia senza il timore di ricondurla all’astratta ripetitività dei modelli interpretativi, scoprendo il valore e il significato della propria unicità e intuendo la necessità di dare un nome al proprio dire e al proprio fare oltre e al di là del linguaggio del padre”.

L’eredità concettuale della Signorelli si può dire che ora a Modena viene declinata in modo originale e attuale da un gruppo di donne che han deciso di dare un senso alla loro “FOLLIA”,andando a scoprirla e a metterla in scena con gli strumenti del Teatro dell’Oppresso, si chiamano MADDALENE MATTE e con la loro gioia porteranno una ventata di libertà nel mondo della salute mentale e della città.

 

Incontro di Le parole ritrovate 12-05-18

 

Eravamo tanti sabato mattina a Le parole ritrovate, incontro partecipato ed intenso. Ordine del giorno: stringere sul titolo e sulla eventuale immagine di copertina.

Moltissime le proposte tutte significative ed evocative di un lavoro corale che ha visto tanti racconatre e raccontarsi durante il corso di quest’anno.

Le proposte di titolo:

  • La nostra voce
  • Le nostre parole
  • A due passi dal cielo
  • M’illumino d’immenso
  • Le parole che abbiamo ritrovato
  • Voci illuminanti
  • E adesso parliamo noi (Parole dal mondo della salute mentale)
  • Ci sono due foglie uguali?
  • Sicuramente diversi (Parole dal mondo della salute mentale)
  • Usciamo dal mondo della salute mentale
  • Parole dal mondo della salute mentale

Le proposte di immagini di copertina:

  • Foto di gruppo
  • Fumetto
  • Foto con collage di facce
  • Cielo primaverile ( di giorno)
  • Foto dei partecipanti a comporrq un manifesto con tanti piccoli quadrettini
  • Fumetto con un pescatore, che pesca le parole chiave delle storie
  • Due profili di colori diversi rivolti l’uno verso l’altro
  • Cerchio con uno spazio vuoto da cui fuoriescono le parole
  • Cerchio stilizzato con in mezzo un mucchio di parole

Prossimo incontro Sabatro 9 Giugno dalle 10,00 alle 13,00 presso Lo Spazio Nuovo via IV Novembre 40/b