Intervista a Michele Capano e Paola Lobina

Per la nostra rubrica “Ma esiste davvero un fuori” un Intervista a Michele Capano e Paola Lobina.

Michele Capano, del Comitato Nazionale Radicali Italiani, promotore della proposta di modifica della legge sui TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio)

Paola Lobina, membro del gruppo di lavoro finalizzato alla divulgazione della proposta di modifica della legge sui TSO

Nell’Intervista Capano e Lobina fanno spesso riferimento all’Articolo 13 della Costituzione, per cui abbiamo pensato di inserirlo qui, per chiarezza:

“La libertà personale è inviolabile.

Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art. 111 c. 1, 2] e nei soli casi e modi previsti dalla legge [cfr. art. 25 c. 3].

In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.

E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà [cfr. art. 27 c. 3];.

La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.”

  1. Facciamo il punto a 40 anni dalla Legge Basaglia. Come siamo messi, dal suo punto di vista, a livello nazionale?

E’ necessario fare una premessa. Come è noto il sistema manicomiale italiano  era un sistema arretrato e repressivo. I  manicomi erano uno scandalo, c’erano situazioni assolutamente deplorevoli,  dove vigeva il degrado più totale. A partire dagli anni settanta è sorto un processo di superamento del Manicomio e soprattutto delle sue basi scientifiche e concettuali le quali si basavano sul concetto di “pericolosità presunta” del malato di mente. Sotto questo profilo la legge denominata Basaglia , legge  180/78 confluita   nella L. 23.12.1978 , Istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. può essere valutata positivamente.

In base alla legge manicomiale  n. 36 del 1904  era possibile  che  una persona giudicata pericolosa per sé e per gli altri o il cui comportamento creasse pubblico  scandalo venisse rinchiusa  a tempo indefinito, per puri fini di prevenzione sociale, anche se apparentemente per motivi di cura.

Oggi può dirsi, ed è confermato in letteratura, che le persone  non possano essere considerate presuntivamente pericolose per sé e per gli altri in virtù delle loro caratteristiche biologiche o come affermato “in quanto esponenti d’una categoria diagnostica psichiatrica particolare, quindi a prescindere dalla sua anamnesi individuale e dalle sue personali caratteristiche cliniche” da Volfango  Lusetti, in “La pericolosità del malato di mente”, nella rivista  “Etica & Politica” diretta dal filosofo Pier Marrone, Trieste.  Ciò significa che  il problema della pericolosità, vada affrontato su  basi del tutto nuove, alla luce delle nuove acquisizioni scientifiche e per quanto riguarda l’aspetto giuridico  con il rispetto di tutti i presidi posti a garanzia della persona ,  propri di un sistema liberale come il nostro.

L’iniziativa radicale   tesa  all’abrogazione della legge manicomiale intendeva sanare  quello che è stato definito  il gravissimo “vulnus” che la normativa infliggeva al principio costituzionale dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ossia la distinzione secondo cui determinate persone,  ripetiamo in base a supposte  caratteristiche biologiche (la malattia di mente) che li rendevano presuntivamente“ pericolosi per sé e per gli altri”, oppure “di pubblico scandalo”, dovevano essere reclusi in luoghi di detenzione travestiti da luoghi di cura

Ma la ragione  giuridica che   ha condotto alla messa in discussione e al ridimensionamento  del concetto di pericolosità del malato di mente, e di conseguenza al superamento della psichiatria custodialistica permane  a nostro parere con riferimento al TSO.

Con la nostra proposta di modifica  del trattamento sanitario obbligatorio da un lato intendiamo  denunciare che «la battaglia per la de-istituzionalizzazione del malato psichiatrico condotta da Marco Pannella e dai Radicali negli anni ’70 è stata tradita», «abbiamo chiuso i manicomi, che davano nell’occhio, e aperto miriadi di piccoli recinti dove si perpetua la segregazione, l’esercizio del potere, l’incapacità di coltivare l’integrazione delle differenze. Accade nei reparti psichiatrici dove si rinchiude, “contiene” e sorveglia il malato psichiatrico dopo il tso “smart”; accade nelle case famiglia, dove lo strumento della libertà vigilata – ma sempre “smart” – di una magistratura di sorveglianza complice condanna ad anni di vita vegetale, non diversamente da quanto accadeva in maniera più visibile 40 anni fa.

Ecco perché è urgente riformare il Tso, l’amministrazione di sostegno, le norme sulla volontaria giurisdizione ed il codice penale che con la scusa dell’inimputabilità e della pericolosità sociale si impadronisce del “malato mentale” e non lo molla più. Come Radicali Italiani ci impegniamo a condurre questa battaglia, per “liberare dalla tenaglia” sia i malati che gli psichiatri ridotti a “secondini».

  1. Lei pensa che una persona che attraversa il mondo della salute mentale, possa riacquistare pari dignità nella vita?

La  nozione di dignità è una nozione di per sé ambigua.  Non è possibile ripercorrere le analisi di tale concetto, ma alla luce dell’interpretazione evolutiva dell’art. 32 della Costituzione – che parla di “limiti imposti dal rispetto della persona umana”    propendiamo per la   valorizzazione del ruolo assunto dal principio di autonomia. E’ vero che i costituenti  avevano ritenuto di utilizzare la formula  «pratiche lesive della dignità umana », ritenuto troppo ampio, ma è anche vero che oggi dottrina e giurisprudenza, anche alla luce del diritto internazionale e sovrannazionale (in particolare, della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea) connettono   il limite in oggetto proprio al valore della dignità. La legge 833, all’art. 33/2,  stabilisce che il TSO debba essere disposto «nel rispetto della dignità della persona.

Riteniamo da un lato che debba essere rispettato il principio che impone di rispettare in ambito sanitario  le libere determinazioni  dell’individuo competente, adulto ed informato sia attraverso la valorizzazione del consenso informato, sia  attraverso la configurazione   della salute e della vita come beni disponibili.   Stesso discorso vale per la lettura che noi diamo dell’art. 13 della Costituzione connesso direttamente al rispetto dell’autodeterminazione e dell’autonomia individuale, anzi è proprio alla luce dell’art. 13 Cost che è possibile superare la  visione paternalistica e retrograda del rapporto tra medico e paziente.

Se si applicano questi principi allora è possibile da un lato superare l’originario modello paternalistico a favore di un rapporto paritario e collaborativo improntato alla alleanza terapeutica, dall’altro – assegnando al concetto di dignità una connotazione soggettiva, è possibile sancire il diritto del singolo ad autodeterminarsi in ordine alla propria salute e rifiutare un trattamento sanitario perfino se questo può condurre alla morte. In conclusione a nostro avviso  se un soggetto  è competente, se può fornire un consenso valido il principio di libertà ed autonomia non può che essere rispettato dallo psichiatra.

  1. Riprendendo le parole di Basaglia, ancora attuali, le chiediamo: “Per poter veramente affrontare la “malattia”, dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dall’istituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono. Ma esiste veramente un fuori sul quale e dal quale si possa agire prima che le istituzioni ci distruggano?”

In ogni iniziativa di lotta e di azione dal basso, i radicali  hanno  un costante riferimento istituzionale. E anche per quanto riguarda  la battaglia per i diritti umani che stiamo conducendo –  che ha il fine di   ottenere una legge che modifichi la disciplina positiva del  TSO –  è forte il richiamo al rispetto del principio di legalità. La proposta di modifica  prende la mosse  dalla banale considerazione che il controllo in contraddittorio sulla legalità delle condizioni di privazione della libertà personale, imposto dall’art. 13 della Costituzione, non è previsto in caso di privazione della libertà in un contesto di Trattamento Sanitario Obbligatorio (che patisce chi non ha violato la legge, e che porta a subire anche un intervento sul corpo, con la somministrazione forzata di farmaci).  In tal senso, nel raccogliere le raccomandazioni delle carte internazionali ed in un’ottica tesa a ridurre il ricorso all’istituto, perché sia ricondotto al ruolo di extrema ratio e  registrando l’ insufficienza del controllo da parte delle autorità (Sindaco e Giudice Tutelare) previste dalla legge del 1978, la previsione della difesa tecnica mira a costituire un contraddittorio per sollecitare l’approfondimento sul controllo di legalità della procedura.

  1. Sempre Basaglia diceva: ” Uno schizofrenico abbiente, ricoverato in una casa di cura privata, avrà una prognosi diversa da quella dello schizofrenico povero, ricoverato con l’ordinanza in ospedale psichiatrico” . è un ragionamento molto attuale, che dal nostro osservatorio è ancora valido, lei cosa ne pensa?

Pensiamo che la disponibilità finanziaria avvantaggi sempre, in quest’ambito come in tutti gli altri.

Il “ricovero”, tuttavia, privato o pubblico che sia, rappresenta sempre un momento critico nel percorso terapeutico. Si aggiunga che, se parliamo di ricovero coatto, nella struttura pubblica vivono quelle – pur minime – possibilità di controllo su quanto accade. Certamente il Tso pubblico, oggi, non svolge alcun ruolo di cura nella stragrande maggioranza dei casi, ed è strutturato in modo da rappresentare un “contenimento” più che un presidio sanitario. Questo Tso aiuta a diventare cronici ed a peggiorare, non a guarire. In questo senso la frase di Basaglia è attualissima nella misura in cui vi contrappone esperienze e trattamenti autenticamente terapeutici.

  1. Siete impegnati in una riforma del TSO; per ovvie ragioni è un tema a noi molto chiaro, ci può dettagliare gli elementi oggetto di modifiche?

Rinviando alla relazione illustrativa della nostra proposta di legge  che può  leggersi nel sito di radicali italiani  http://www.radicali.it/wp-content/uploads/2017/04/tsopropostaradicaliitalianiRELAZIONEEPROPOSTAdefinitivo.pdf

In questa sede ci preme sottolineare come tra i motivi che hanno condotto alla proposta di modifica   un peso importante hanno rivestito  l’esperienza e i risultati conseguiti dalla legge  180/78 confluita   nella L. 23.12.1978 (Istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale) nella sua applicazione  pratica

La cronaca continua a dare conto di drammatiche vicende(eclatanti, tra le altre, quella di Giuseppe Casu, morto “di TSO” a Cagliari nel 2006 dopo sette giorni di ininterrotta contenzione, e quella di Francesco Mastrogiovanni, morto nel 2009 a Vallo della Lucania dopo “87” ore di analoga ininterrotta contenzione riprese integralmente da una telecamera all’ interno del reparto) che evidenziano come, sia nella fase dell’ avvio del TSO che nel corso della concreta esecuzione dello stesso, si consumino violazioni dei diritti fondamentali, oramai consacrate (le violazioni) in prassi consolidate, divenute emblema della “banalita del male” in ambito sanitario. Questa emergenza “culturale” viene plasticamente evidenziata dalla Corte d’Appello di Salerno che, nel caso di Franco Mastrogiovanni, dovendo motivare la relativa “esiguita” (da un anno ed un mese a due anni) della pena inflitta a sei medici responsabili di sequestro di persona, omicidio in conseguenza del sequestro e falso in cartella clinica chiarisce nel febbraio 2017 che “nessuno può fingere di ignorare che la contenzione non era un’esclusiva dell’ospedale di Vallo della Lucania e tanto meno dei sanitari di turno durante la degenza delle odierne persone offese, ma costituiva il retaggio della concezione “manicomiale” del trattamento psichiatrico…”.

A 40 anni dalla pubblicazione della legge denominata “Basaglia” ,radicali italiani propongono di riformare  l’istituto, prevedendo,  in estrema sintesi,   diritti di informazione e ricorso a beneficio della persona coinvolta.   Maggiori  garanzie procedimentali per il sottoposto a  TSO  quali la ricezione della notifica  del provvedimento accompagnata da un’informazione  sui diritti nella procedura;  la previsione della difesa tecnica a beneficio del paziente e  di un’udienza di convalida da tenersi da parte del Giudice Tutelare entro 96 ore dal TSO,  la celebrazione di quest’ultima anche presso l’ospedale per garantire la partecipazione al paziente e una informativa al Garante Nazionale di Detenuti e Ristretti   al primo  rinnovo;  una  relazione  annuale   “sui  trattamenti  sanitari   obbligatori  in  ambito psichiatrico” a cura di quest’ultima autorità.

la proposta si compone di tre articoli che si sostituiscono agli attuali artt. 33 – 35 della legge 23/12/1978 n. 833 regolatrice della materia.

Articolo 1.

L’articolo introduce – quale principio applicabile ad ogni accertamento e trattamento obbligatorio anche

fuori dall’ ambito psichiatrico – diritti di informazione e ricorso a beneficio della persona coinvolta.

Articolo 2

L’intervento riguarda: 1) l’esplicitazione che il secondo medico deve essere uno psichiatra e che entrambi devono “vedere” il malato; 2) l’esplicitazione della non limitabilita del diritto di visita e della disponibilita di strumenti di comunicazione; 3) l’esplicitazione del divieto della “contenzione meccanica” e della “speciale chiusura” degli SPDC; 4) nella rubrica l’espressione “in ambito psichiatrico” si sostituisce a “malattia mentale”.

Articolo 3

La riforma concerne: 1) l’abbassamento della durata del Trattamento da sette a quattro giorni; 2) la ricezione, da parte dell’infermo, della notifica del provvedimento accompagnata da un’informazione sui diritti nella procedura; 3) la previsione della difesa tecnica a beneficio del paziente e di un’udienza di convalida da tenersi da parte del Giudice Tutelare entro 96 ore dal TSO, analoga all’udienza di convalida dell’arresto; 4) la celebrazione di quest’ultima anche presso l’ospedale per garantire la partecipazione al paziente; 5) l’ordinaria liberazione anche in caso di convalida; 6) rinnovi ogni 4 giorni, sempre passando per un’udienza, e per un massimo di 3 rinnovi (16 giorni); 7) un’informativa al Garante Nazionale di Detenuti e Ristretti al primo rinnovo; 8) una relazione annuale “sui trattamenti sanitari obbligatori in ambito psichiatrico” a cura di quest’ultima autorità .

 Michele Capano e Paola Lobina, Radicali Italiani

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