Parlare civile

Martedì mattina, 10 Aprile, una rappresentanza di Idee in circolo, Parole ritrovate Sassuolo e Radioliberamnte ha incontrato i ragazzi delle scuole superiori di Sassuolo, presso la Sala conferenze dell’I.T.I. Volta, per l’iniziativa promossa dal distretto ceramico per la legalità – GAL GenerAzioneLegale.

Tema della giornata è stato, Parlare Civile, perché non esistono parole sbagliate ma esiste un uso sbagliato delle parole. Spesso le parole possono creare distanza oppure possono aiutare nei momenti di difficoltà. Le stesse parole usate in contesti diversi possono essere appropriate, confondere o addirittura offendere.

Incontro dedicato agli studenti delle scuole superiori con figure professionali o appartenenti ad Associazioni dove potersi confrontare scambiando punti di vista a volte sconosciuti.

La mattinata comincia con la presentazione del tema per poi introdurre le parole chiave che sono state  affrontate nei vari gruppi con uno o più referenti e con gli studenti che sono stati scelti.

Il tempo per parlare, confrontarsi e riportare su un cartellone le proprie emozioni oppure i propri punti di vista è stato di circa un’oretta,dopo una breve pausa, siamo ritornati per una plenaria, dove ogni gruppo poteva raccontare il proprio cartellone  con i diversi punti di vista e rispondere a domande che provenivano dagli altri partecipanti.

Il nostro gruppo aveva come tema la parola “matto”, seduti in cerchio ci siamo presentati per poi cominciare a fare un gioco. Consisteva nel dividersi in gruppetti di 5/6 persone, in ognuno una persona doveva allontanarsi  mentre gli altri dovevano creare un codice da far indovinare a chi era escluso. All’inizio del gioco è stato deciso il codice ,chi doveva indovinare poteva fare domande per arrivare alla soluzione. Il gioco è stato ripetuto un paio di volte.

Questo ha fatto sì di approfondire gli effetti della emarginazione ed anche il pregiudizio, infatti terminato il tutto, si è chiesti aglii studenti le loro impressioni. Per alcuni è stato divertente, per altri  è stato un po’ faticoso anche solo inventare un semplice segnale o inventare una parola da far indovinare. La sensazione è stata anche di estraneità della situazione, del sentirsi strani, non essere a proprio agio, in colpa per non essere inclusi in un gruppo.

Da qui la presentazione di chi eravamo  noi e di cosa facevamo per il mondo del “matto”. I ragazzi si dividevano tra chi era incuriosito, anche dal fatto che tra i loro amici c’era chi è entrato in questa realtà a loro ancora un po’ sconosciuta o molto confusa, e chi invece era disinteressato.

L’esempio più comune, di quanta confusione c’è tra i ragazzi, è che i servizi come i CSM oppure le case di cura e le cliniche siano ad oggi ritenuti, da alcuni, alla stregua di “manicomi”, in quanto vengono ricoverate persone con disturbi psichiatrici. Il “matto” è quella persona che fa o dice parole e gesti senza senso ed in maniera strana agli occhi di chi lo sta osservando in quel momento. Lo scetticismo delle cure è tantissimo, non si crede che una terapia prescritta da uno psichiatra possa migliorare il “malato”, questo per esperienze che hanno avuto personalmente di un amico che più continuava a prendere pastiglie, gocce e fare punture più lo vedevano agitato o inerme al fare le cose più semplici.

Per molti degli studenti i progetti di inclusione sociale,le  iniziative di promozione sociale promossi dalle realtà legate al mondo della salute mentale erano realtà sconosciute . Abbiamo quindi  avuto modo di parlare di cosa fa l’Associazione, dell’esistenza di una radio e di Màt, che si svolge ogni anno ad Ottobre. A questo punto gli studenti hanno fatto diverse domande  su come si sente ed affronta il quotidiano una persona che convive con un disagio psichico, su come vive, in quali strutture viene inserito quando anche la famiglia lo esclude, e su cosa sono realmente i CSM (Cenrti di Salute Mentale).

Nel loro immaginario c’era la figura di una persona che man mano che viveva nel mondo della salute mentale, dovesse essere accudito 24h su 24h (imboccarlo, lavarlo, vestirlo ecc. ecc.).

La curiosità andava aumentando,  mentre si dovevano scrivere i propri pensieri o una semplice parola su quello che aveva suscitato l’argomento riportandolo sul cartellone, si erano creati singoli confronti anche, forse, per la paura di non essere capiti, compresi o perché no, anche solamente giudicati ed esclusi a loro volta dal gruppo amicale che frequentavano fino a quel momento.

Bisogna, comunque, dire che i ragazzi sono stati “obbligati” a partecipare ed a interagire in quel gruppo quindi è stato anche per questo motivo che alcuni di loro si sono completamente estraniati dall’argomento che si stava affrontando non partecipando in modo attivo.

Quando si è arrivati in plenaria una ragazza ha riassunto, con l’aiuto di quello che si era scritto, la parola “matto” e le sensazioni che il gruppo aveva provato.

Questa esperienza mi ha fatto capire che, soprattutto con i giovani, c’è ancora molto da dire e da fare per far conoscere questa realtà che, a volte, viene etichettata e giudicata in maniera errata.

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