Intervista a Fanny Zangelmi, familiare

Per la nostra rubrica “Ma esiste veramente un “fuori”?” abbiamo intervistato Fanny Zangelmi, familiare.

1. Nel quarantesimo anniversario della chiusura dei manicomi quale impatto ha avuto questo sui familiari?

Allora, intanto non è il quarantesimo anniversario della chiusura dei manicomi. Nel senso che la chiusura è stata sancita nel ’99, questo per dire quanto sia stato un processo lungo. Sui familiari ha avuto effetti positivi, secondo me, ma alcuni li hanno vissuti anche come negativi, nel senso che si sono visti ritornare la persona a casa ingestibile, con i motivi per cui l’avevano allontanata. Per me l’effetto positivo è che è stato restituito alla comunità, quindi alla famiglia e alla comunità sociale, il problema, nel senso che prima si risolveva semplicemente allontanando la persona, recludendola, ma intanto il problema era risolto perchè era là. Però ripeto, la chiusura è stata sancita nel ’99, non nel ’78 quando la legge Basaglia è stata promulgata.

2. Come vede il ruolo del familiare nel progetto terapeutico dell’utente?

Allora, le relazioni costruiscono la persona e allo stesso tempo la indeboliscono, il portatore del problema è quello che scoppia, ma in realtà il problema è sempre tra più soggetti. Quindi, il progetto terapeutico non è verso l’utente, ma verso il contesto in cui l’utente vive, quindi è anche un progetto che può coinvolgere i familiari in una riparazione di relazioni che invece non erano funzionali, ma che anzi scatenavano problemi. Il ruolo del familiare lo vedo nell’idea che laddove si sia creato un problema di relazione si possa, intervenendo da terzi, ricostruire relazioni più sane, cambiando gli atteggiamenti sia della persona designata, l’utente, sia del familiare, quello che accompagna il malato. In realtà, se è la relazione che non funziona sono un po’ tutti e due utenti e tutti e due familiari, nel senso che è nella relazione che si interviene.

3. Lei pensa che le terapie familiari che stanno venendo fuori recentemente siano positive?

Certamente, tutto quello che rimette in discussione il sistema di relazioni può essere positivo se, appunto, gestito con buon senso. Accettazione, non accettazione, sono tutti meccanismi di relazione dove ci sono responsabilità degli adulti, ma non necessariamente colpe. Le responsabilità dei familiari e degli utenti sono viste come responsabilità nelle relazioni più intime. I sentimenti che muovono le relazioni sono più quelli dell’aggressività e del rifiuto, che poi portano alla riconciliazione.

4. Sulla base della sua esperienza come vede l’istituzione della figura dell’amministratore di sostegno?

Io sono un amministratore di sostegno che ha imparato e accettato con le sue fragilità e con quello che può il suo ruolo. Quindi io la vedo molto positivamente per come è stata concepita nella legge, ma molto criticamente per come viene utilizzata. La legge sull’amministratore di sostegno doveva sostituire la figura del tutore o curante. Queste ultime due figure dovevano sparire dalla legislazione, così come la sparizione dei manicomi, nell’idea della creazione di servizi territoriali. Poi in realtà questa figura viene richiesta dalle istituzioni esattamente come la tutela dell’interdetto. E’ molto bella viverla nel senso delle relazioni che dicevo all’inizio, un’esperienza molto positiva se i tribunali, le associazioni lavorano nel riparare e mettere a fuoco i contesti e le relazioni. Molto negativa, invece, se le istituzioni ne abusassero, ritenendo così interdetta una persona.

5. Qual’è la differenza del lavorare tra i servizi di Modena e di Mantova?

Enorme. Intanto la differenza di contesto: la regione Lombardia dà maggiori finanziamenti agli istituti, al contrario l’Emilia Romagna ha una politica diversa. La realtà della Lombardia mi allena ad accorgermi dei deficit dell’Emilia Romagna e a poter muovermi in un contesto più difficile grazie alla frequentazione di una rete di associazioni e organizzazioni.

6. Pensa che una persona che attraversa il mondo della salute mentale possa riacquisire pari dignità nella vita?

Io penso che da adesso, con le basi che ci sono state, dalla Legge Basaglia in poi, al processo del “fareassieme”, non la dovrebbe neanche perdere la dignità. Il lavoro di riparazione dovrebbe essere finito con la generazione di chi ha subito di più e quindi adesso dovrebbe esserci una comunità che riesca a non far perdere la dignità all’utente, al famigliare, al datore di lavoro… La cosa importante è capire come integrare tra loro le diversità con rispetto reciproco. Tutti gli attori coinvolti sono responsabili delle proprie azioni.

7. Cosa pensa si potrebbe fare per migliorare l’inclusione sociale delle persone seguite dai servizi di salute mentale?

Far sì che i servizi assumano un’utenza larga e che si mettano in relazione diretta o non con la comunità al fine di creare meno torri e meno protezioni, anche per chi deve essere protetto, certo. La protezione fa parte del vivere in comunità, insieme alla libertà, responsabilità e dosare sempre la protezione, che è quella che toglie personalità. Quell’attenzione e quel buon senso del rapporto tra soggetti, comunità, tradizioni, il sapersi muovere relativizzando se stessi, senza pensare di salvare il mondo, come a volte certi psichiatri pensano.

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