Lost in translation

 

Dal 21 al 23 Giugno si è tenuto a Trieste il meeting internazionale “40#180 Democrazia e salute mentale di Comunità”. Una delegazione di Radio Liberamente ha partecipato ai primi due giorni di convegno. Una grande occasione per scambiare esperienze con tanti esperti per esperienza o per professionalità provenienti da tanti Paesi europei ed extraeuropei, ma col fatto che l’inglese lo parlo solo in delirio, ho perso una buona opportunità. Per fortuna c’era Lucio che ha intervistato Jakko Seikkula, come tutti i grandi innovatori il finlandese è molto gentile e “alla mano”, spiega pazientemente il dispositivo del Dialogo aperto e a me pare che al momento rappresenti l’approccio più vicino allo stile basagliano di dare valore alla prassi. Qualcuno/a lo snobba dicendo che non hanno inventato nulla di nuovo, ma anche fosse “l’uovo di Colombo”, a mio modesto parere tutto ciò che si possa applicare nelle situazioni di crisi e che consenta di evitare un trattamento di cura non consensuale che viola i diritti umani, è ben accetto. Ho cercato di compensare col linguaggio del corpo, dandogli fuori onda un’abbracciatona -e per la mia storia non è così scontato esprimere dimostrazioni fisiche d’affetto- ma volevo dimostrargli la mia sincera gratitudine di “utente sopravvissuta”.

Infatti, la più bella sorpresa del convegno di Trieste, è stato conoscere Jolijn Santegoeds, rappresentante olandese della Word Network of Users and Survivors of Psichiatry (Rete mondiale degli utenti e sopravvissuti alla psichiatria). Purtroppo mi son persa il suo intervento ufficiale, ma mi è giunta voce di lei e ho condiviso con lei lo scandalo per le parole dette da Katerina Nomidou, legale dell’Associazione Utenti “Gamian Europe”. Costei sosteneva che non sia opportuno manifestare per le strade per i propri diritti di utenti e che sia meglio collaborare coi medici per ottenere un livellamento della salute mentale al resto della medicina. Al che ci siamo alzate e uscite entrambe dalla sala e, nella rabbia, ho scambiato due battute in inglese con Jolijn. Lei è molto determinata, così con l’aiuto provvidenziale di Lucio abbiamo anche la sua intervista perchè non volevo mancare di portare alla conoscenza dei modenesi questa forza della natura per l’attivismo dei diritti. Ho cercato di carpire il suo segreto per farsi ascoltare da tanti esimi professionisti del settore che le chiedono di tenere workshops riconoscendole anche una grande capacità di mediazione.

Viva testimone di un altro modo di curare, educare, amare, abbiamo intervistato brevemente Alberta Basaglia, figlia di Franca Ongaro e Franco Basaglia, psicologa veneziana e vice-presidente della Fondazione Basaglia. Alberta ha scritto un libro in cui riporta i suoi ricordi di bambina e racconta agli altri bambini cosa sia stata la liberazione degli internati dei manicomi.(Le nuvole di Picasso) Lei sottolinea come sia importante trasmettere il ricordo altrimenti le cose vanno dimenticate. Ha scelto di andare ounque venga chiamata per evitare con la presenza che di Franco venga fatto un” santino”, in effetti la sua presenza ricorda molto quella del padre. Lei dice che a Trieste è come”venire a casa”, con un dovere in più, continuare a dimostrare che la libertà è terapeutica. Parca di parola, dà ancora più valore al suo esserci.

Sempre nella parte iniziale della conferenza dedicata alle radici, ho ascoltato Mario Novello, della situazione che trovò a Udine dove, oltre al manicomio fisico, trovò anche quello degli adolescenti del Diagnosi e cura, ma ciò che mi ha incuriosito maggiormente è il riferimento al”terzo manicomio”, cioè quello della Psicologia che deve essere riformata ancora ,ma il discorso sarebbe lungo e non ha avuto tempo di spiegarmelo.

Molti gli interventi di delegazioni di altri Paesi che han riferito dell’influenza basagliana, tra cui il Brasile. Mi ha impressionato la relazione di un medico italiano che lavora in Francia e pur riconoscendola come patria dei diritti civili e umani, ha denunciato un ricorso alla degenza altissimo rispetto il numero di posti letto presenti in Italia,a parità di pazienti in cura.

Tante le sessioni parallele dedicate alla cooperazione sociale, alla deistituzionalizzazione e alla rete delle buone pratiche, Coproduzione, REMS, e i network per le riforme come il Mental Health Europe(MHE) presentato da Jan Berndsen che alla sera ha offerto la pizza a una bella tavolata di convenuti.

In una sessione NO-RESTRINT ho apprezzato il racconto di Antonio Luchetti che ha letto il resoconto delle sue impressioni di medico specializzato che entrava per la prima volta in un reparto chiuso e notava tutti i segni di interdizione che il personale presente considerava routine ,tra cui la legatura; ma nel descrivere tutte quelle porte chiuse mi ha fatto rivivere il disagio del mio internamento. Nella stessa conversazione Giovanni Rossi e Giovanna del Giudice han fatto un parallelismo insolito fra il non-legare e la possibilità di bere l’acqua pubblica, fresca , sana ,gratuita e che deve essere disponibile dalle fontanelle come al ristorante a dispetto di chi mette in giro notizie false che non si possa bere acqua del rubinetto o che sia necessario legare.

Ho partecipato a un workshop sull’approccio di genere condotto dalle psichiatre e operatrici che costituiscono una rete transfrontaliera con la Slovenia, dove è pesante ancora l’impostazione maschilista e la istituzionalizzazione . A Trieste dagli anni ’90 c’è un’attenzione sulla specificità femminile del disagio psichco e si sono attuate pratiche di solidarietà e democrazia che han visto la partecipazione delle donne della città alle iniziative culturali e di auto mutuo aiuto presso gli appartamenti in cui ci si incontra. E’ stato comunque sottolineato che occorre ancora battersi perchè gli studi di genere diventino più assidui e nella clinica e nel linguaggio scientifico. La professoressa Patrizia Romito, insegnante all’università, ci ha parlato delle sue ricerche sulla violenza di genere, di come per esempio il 60% delle donne alcoolizzate abbia subito violenza nella storia personale, oppure come le anziane vedove abbiano meno fattori di rischio per la salute mentale. Bisogna che all’ accettazione del Pronto Soccorso diventi consueta la domanda sull’eventuale violenza subita prima d’iniziare cura psichiatrica.

Per finire vorrei ricordare le pietre di Trieste che ho accarezzato trovandole consone alla mia lentezza e vive ,vive di ricordi e risolute a chiedere che non ci sia più guerra . Apprezzabile l’intervento tanto piaciuto a Tilde Arcaleni di un signore triestino che ha letto una perorazione per la proposta della Scuola Basaglia al Nobel prize per la pace, ricordo infatti che Basaglia aveva definito “crimini di pace” i trattamenti subiti dai pazienti psichiatrici internati.

Lucia

 

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