Il viaggio di Ahmed

 

Primo Agosto e’ l’inizio della vacanza, dopo aver atteso 3 mesi e rinviato per motivi che non vi sto a dire ho visto Istanbul e ho ammirato le tante moschee dell’ ex Costantinopoli e osservato compiaciuto lo stretto del Bosforo.
Dopo una traversata intercontinentale lunga una notte , ed eccomi nella capitale dei Negus, Addis Abeba.
Mi trovo in una città caotica e vario pinta, sia dal punto di vista edilizio, sia dal punto di vista della struttura sociale. Ora mi trovo a ” Bole Mike ” una specie di ” Little Italy a New York ” abitata da somali.
Alla sera non vado in giro , perché dicono che dei briganti e i Matti sono a piede libero, inteso che non hanno medicine , gironzolano in città e possono essere violenti.

Buontempo

La bambina si affaccia alla finestra, la notte d’estate silenziosa. Sogna, inventa storie che la portino lontano, lontano.

La ragazza si affaccia al mondo e il mondo non somiglia a lei.

La donna si affaccia su un paese diverso. La speranza c’è e la spirale cresce fino a diventare un tornado.

La malata giace nel suo letto il corpo sfregiato dal tornado.

I medicinali portano un equilibrio pagato caro. Le cicatrici restano, come francobolli.

La donna si apre al mondo e diventa  gazza curiosa.

Il tornado ritorna ancora, me la donna siede nel centro e aspetta che passi.

Io ricomincio a viaggiare perché:

”Oggi non si sta fermi un momento, oggi è buon tempo buon tempo, ” Ivano Fossati

Assemblea

Giovedì 5 Luglio ha avuto luogo, nonostante le zanzare, la terza assemblea pubblica rivolta a cittadini per trovare idee per utilizzare al meglio Lo Spazio Nuovo e in generale l’Area dell’ex-Macello. Una quarantina di persone hanno partecipato divise in tre gruppi: Cultura, Sociale ed Esigenze del quartiere.

Un numero di idee interessanti e varie sono state presentate. Per fortuna abbiamo lasciato dei buchi nella nostra programmazione per tutti.

La prossima assemblea è stata fissata per il 19 Settembre alle 18:30 per cominciare a rendere fatti le idee.

Nel frattempo, Buone Vacanze.

 

Reportage da Trieste

Ho visitato molte volte l’ex manicomio (ora Parco) san Giovanni a Trieste, ma non l’avevo mai visitato veramente. Mi sono fatto convincere a partecipare a una visita guidata e a scattare anche delle foto. Ne ho scattate dodici e alla dodicesima ho dovuto smettere perché sullo smartphone non c’era più posto, ma il prossimo anno, se ci sono le condizioni, torno e ricomincio da dove avevo lasciato interrotto. L’ex manicomio doveva essere pieno di verde per distrarre l’attenzione da quello che succedeva dentro le palazzine, il cui stile prendeva un po’ dagli stili che erano di moda in quegli anni a Trieste: il neo-neoclassico, il neorinascimentale, ecc., ognuno coi suoi “sponsor etnici”. E alla fine, nelle casette messe in alto come se il manicomio fosse una specie di purgatorio dantesco siamo stati invitati a vedere la mostra fotografica sull’ex manicomio di Leros (Grecia), un manicomio-lager che fu ostacolo per l’ingresso della Grecia nell’allora Cee ed oggi sostituito da una struttura più moderna e umana. 
Si, va bè, ho seguito la conferenza con un orecchio solo ma ho potuto vedere anche l’ex Jugoslavia che si riunificava in parte sul palco del teatrino Basaglia con i rappresentanti di Slovenia, Croazia, Serbia e Macedonia che raccontavano le loro testimonianze, le loro esperienze, e più si andava verso sud e più si tornava indietro nel tempo, a prima del ’78, come se Franco Basaglia non fosse mai esistito…

 

Intervista a Sara di Emergency

Come associazione idee in circolo abbiamo intervistato Sara che lavora per Emergency Italia

1. Quali saranno le nuove sfide di Emergency?

 

Le sfide sono, purtroppo le stesse da 24 anni; cure mediche accessibili a tutti, abolizione della guerra, lotta alle discriminazioni, alle diseguglianze, alla povertà. In questi 24 anni Emergency ha lavorato in zone di guerra e di povertà cercando di sopperire a i diritti di base, primo fra tutti quello alle cure mediche gratuite all’estero come in Italia. E questo ciò che Emergency continuera a fare in futuro, perche la vera sfida, il vero obiettivo e quello che Emergency diventi inutile.

 

2- Quanto è importante in un organizzazione come Emergency il lavoro dei volontari?

“E pesante impiegare pezzi della propria vita per un idea cosi, un pò su Marte, un pò lontana”. Questa è una frase di Gino Strada, ad un incontro nazionale di qualche anno fa. Essere volontari di Emergency richiede impegno motivazione, ma e proprio questo, credere che i diritti umani debbano appartenere a tutti, altrimenti sono privilegi. E non è semplice retorica il parlare dei diritti, ma trova la sua forza nella pratica quotidiana in ogni Ospedale ed ambulatorio di Emergenci, in Sudan in Afghanistan come in Italia. Questa e la forza dei volontari di Emergency, la sicurezza di cio di cui si sta parlando ad un evento, in una classe o durante una manifestazione in piazza.

Anche noi stiamo lavorando per un’Italia più buona

 

Noi stiamo lavorando per un’Italia più buona. Penso alla assurda riforma che ha lasciato nella miseria migliaia di famiglie con parenti malati psichiatrici.

Matteo Salvini

Gentile ministro, sono uno di quei malati psichiatrici che lei dice hanno lasciato le loro famiglie in miseria. Io ho lavorato fino al 2015 quando la ditta per cui lavoravo è fallita. Da allora faccio volontariato perchè, come lei sa, trovare lavoro è difficile, ed ancora più difficile se hai lo stigma della malattia mentale. Ma non mi fermo anche quando faccio fatica. Per aiutare la mia famiglia faccio delle pulizie.

Come me ci sono tanti malati psichici che si danno da fare, se non per lavorare, per diventare cittadinanza attiva. A Modena, dove vivo, ci sono diverse realtà che lavorano per l’inserimento, dove possibile lavorativo, altrimenti in attività produttive in cui operano

Abbiamo appena scritto un libro a più voci “E adesso parliamo noi” che presumibilmente verrà pubblicato in ottobre, in occasione della Settimana della salute mentale.  La invito, pur conoscendo il suo impegnatissimo carnet, a venirci a trovare, magari in occasione del dibattito sul lavoro.

Noi vogliamo lavorare, combattere lo stigma, diventare cittadini attivi.

Alessia

 

 

 

 

La tenerezza della responsabilità

Tempi bui! Molto bui! Emozionalmente, affettivamente, sentimentalmente molto difficili. Sono i tempi in cui tutti si scagliano contro tutti, ognuno convinto delle proprie ragioni e cieco e sordo alle istanze dell’altro/a. Toni ruvidi, aggressivi, cattivi, spesso oltraggiosi e lesivi della dignità di chi subisce quelli che diventano veri e propri attacchi. Ognuno convinto che il proprio benessere ed il proprio equilibrio siano raggiungibili attraverso la distruzione e l’annientamento dell’altro/a, di un altro che diventa capro espiatorio delle quotidiane frustrazioni, un altro che raggiunge giorno dopo giorno, ora dopo ora, l’essenza dell’altro da noi favorendo la mitologica convinzione di essere troppo diversi, incompatibili, assolutamente non accomunabili. Rispondendo alla subdola ma rincuorante esigenza di ognuno di sentirsi superiore a qualcuno, più forte, dove la forza diventa strumento di sopraffazione, in poche parole dominante.

Il dominio, la sobillazione, l’imposizione della propria volontà sono diventati oggi il pane quotidiano di chiunque accenda un televisore, si colleghi ad un social network o legga un giornale.

Da ogni canale comunicativo arrivano notizie di donne maltrattate fisicamente o emotivamente, spesso dai loro compagni, in molti casi fino alla morte; da compagni che non accettano la fine di una relazione, o vi vogliono porre fine in maniera definitiva, elevandosi ad esecutori di una sentenza che per loro è emotivamente più accettabile della messa in discussione dei propri fallimenti relazionali e del proprio ruolo di maschio dominante.

Di bambini abusati da adulti che invece di proteggerli e accompagnarli nel loro percorso di crescita ne compromettono per sempre l’innocenza, l’autostima, la fiducia che ogni bambino dovrebbe poter avere verso il futuro.

Di genitori che non accettano che i figli possano commettere errori e sono pronti a giustificarli, coprirli, esaltarli ricorrendo all’uso di violenze fisiche e verbali rivolte a chi ritengono essere “nemico” del pargolo, ottenendo in questo modo il solo risultato di creare degli adulti incapaci di assumersi le proprie responsabilità nella vita, in difficoltà a rapportarsi con gli altri e altrettanto avvezzi all’utilizzo di mezzi coercitivi nei confronti del prossimo, sia esso un compagno o un insegnante pretendendo di fare valere una propria supremazia giustificata solo dalla incapacità di stare alla pari degli altri all’interno di un confronto che li costringerebbe a mettersi in gioco, a modificarsi a guardarsi in uno specchio magico e realizzare che l’immagine che gli altri hanno di noi e noi di loro non sempre corrisponde al nostro pensiero, non sempre ha una sola sfaccettatura.

Infine di persone, spesso adulte, che nascondendosi dietro lo schermo di un computer dileggiano chiunque non vada loro a genio vessandolo, tentando di screditalo, minacciandolo finanche di morte, salvo poi cancellare e ritrattare ogni cosa se messi alle strette, ancora una volta non assumendosi la responsabilità delle loro azioni celandosi dietro la arrogante spavalderia di chi crede di poterla fare franca.

Sono i tempi dei furbi, dei prepotenti, degli arroganti degli arrivisti a tutti i costi, che si fanno scudo di privilegi conquistati da altri, magari i loro stessi genitori, e di cui non hanno merito alcuno ma che ritengono in forza a loro per diritto acquisito, pavoneggiandosi di capacità e qualità che non possiedono poiché non si sono dati la pena di mettersi in gioco per ottenerli, (naturalmente la play station non fa parte del mettersi in gioco).

Alle volte mi chiedo se ci sia speranza per il futuro, poi mi affaccio al balcone e vedo il cortile di casa mia brulicante di vocianti bimbetti di ogni età e colore che si raccontano le cose utilizzando linguaggi differenti verbali e non, più o meno comprensibili all’adulto ma assolutamente chiari per loro, che dirimono i conflitti in maniera serena, lineare, senza tante sovrastrutture, che si confrontano in un continuo scambio di reciproca crescita in cui i piccoli acquisiscono competenza dai grandi e i grandi imparano la pazienza di attendere i tempi dell’altro.

I bambini nella loro complessa semplicità hanno la capacità di sentire l’altro, di riconoscerlo come simile e di provare per l’altro compassione, nel senso primario del termine cum patior, sentire con, e iniziano da piccoli a sviluppare un senso di umana solidarietà e di responsabilità verso l’altro. Quindi non dobbiamo inventarci niente per costruire una speranza per il futuro relazionale delle persone. Basterebbe coltivare ciò che all’essere umano verrebbe spontaneo fin da piccolo, basterebbe non calpestare e rovinare i germogli che stanno crescendo. Basterebbe smettere di pensare che le sfortune e fortune siano più o meno accentuate da chi sta peggio. Basterebbe ricominciare a dialogare in maniera più rispettosa, utilizzando un linguaggio meno aggressivo anche nell’esprimere il proprio dissenso, rendendosi in questo modo responsabili di trasmettere alle nuove generazioni una forma comunicativa meno faziosa, capziosa, denigrante e per questo più inclusiva ed efficace.

Finché ci si sentirà immuni da ogni conseguenza e si crederà di poter dire, fare e verbalizzare qualsiasi pensiero più o meno coerente che venga alla mente sarà difficile sovvertire le cose, ma se ognuno si riprenderà la responsabilità delle sue azioni, delle sue dichiarazioni e delle sue relazioni allora forse sarà possibile un ritorno ad una via espressiva e comunicativa che lasci spazio alla tenerezza e ai sentimenti.

Michela