Non ci prenderete

Vedevo quegli occhi che mi fissavano supplichevoli, la tua bocca che si muoveva senza produrre alcun suono dire: “Tata ti prego aiutami”. So quanto fa male quel maledetto elettroshock, l’ho provato anch’io innumerevoli volte: gli spasmi, il non riuscire a parlare, cadendo in un oblio profondo, senza uscita.

Ricordo ancora il giorno che sei venuta qui: piangevi come una disperata e avevi bende ovunque a coprire i tagli su quel corpo martoriato dall’ingiustizia della gente. Ti abbracciai forte e, piantandomi le unghie nella carne facendomi sanguinare, probabilmente volevi che sentissi il tuo dolore. Lo capisco da troppo tempo, cara Erika, quel colore rosso del sangue l’ho visto troppe volte.

Non ce la faccio più! Questo posto non è un posto dove guarire ma una prigione a vita! Non abbiamo il diritto di stare in un posto dove non possiamo essere felici.

Sono ormai otto anni che ci penso e tu non hai mai posto resistenza dicendomi: “Ti amo”. Non sentivo questa parola da tanto tempo ormai ma, sussurrata da quella tua voce triste e addolorata, mi colpì come una freccia puntata in pieno petto.

Riusciremo nel nostro intento e ci faremo valere davanti all’Italia intera come Basaglia fece tempo fa, ma senza essere ascoltato dai governanti.

Il piano era perfetto: avrei simulato una crisi e, quando l’infermiera sarebbe arrivata con la siringa e le stringhe, l’avrei colpita e sedata con la sua stessa medicina per poi rubarle le chiavi dal manicomio e correre verso la libertà.

Si era ormai fatta notte, l’ora perfetta per la fuga; tutto andò secondo programma e in un battibaleno fummo fuori dal manicomio. Ti avevo presa forte per mano perchè avevi molta paura rassicurandoti che ti avrei protetta in ogni modo.

Ci avviammo verso la foresta li vicino seguendo il sentiero che avevo fatto tempo fa quando arrivai in quel postaccio, ma improvvisamente un rumore improvviso ci sorprese alle nostre spalle: una guardia ci aveva scoperte. Iniziammo a correre come forsennate, nessuno poteva prenderci, come diceva la nostra canzone preferita che ti cantavo dolcemente prima di addormentarci, la città era ormai vicina un centinaio di metri. Credevamo di essere in salvo, improvvisamente lo sentii: l’assordante rumore riempì l’aria come un tuono, avevi smesso di correre per cadermi tra le braccia e sorridermi un’ultima volta.

“Dammi l’ultimo bacio” mi dicesti ormai morente, ma io non volevo crederci che ti avrei persa per sempre. Ti baciai con tutto l’amore che avevo dentro piangendo tutte le mie lacrime. Mi riportarono al manicomio mentre ancora piangevo di rabbia e tristezza.

Le nostre azioni non sono passate inosservate: ora la gente parla, si chiede se era meglio ascoltare Basaglia nel 1978 e far chiudere questi dannati manicomi. Mentre sono legata, consapevole che diventerò un vegetale, la gente fuori grida giustizia, grida il tuo nome e quando sapranno della mia lobotomia grideranno ancora più forte e così noi saremo veramente fuggite.

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