Le Parole Ritrovate

 

 

Sabato 6 Ottobre il collettivo modenese Le Parole Ritrovate si è riunito presso lo Spazio Nuovo per ideare la presentazione del libro “E adesso parliamo noi”, frutto del lavoro di un gran numero di voci che con entusiasmo hanno partecipato alla sua stesura.

La prima presentazione ufficiale si terrà durante la settimana della salute mentale, all’interno dell’evento: “La narrazione come strumento di azione”, il 22 Ottobre alle ore 18:30 presso lo Spazio Nuovo.

Durante la mattinata di sabato alcuni degli autori del libro si sono cimentati nella performance da mettere in campo il giorno della presentazione ufficiale. Alcuni degli autori si impegneranno nell’introdurre la genesi del movimento, altri nel restituire al pubblico l’idea da cui è nato il desiderio di dare voce alle proprie storie ed esperienze personali e, ancora, si cercherà di trasmettere le sensazioni che si sono provate nel liberare un pensiero, un racconto e un’emozione. Il nostro intento, infatti, è quello di far conoscere al cittadino il mondo di chi vive in prima persona la salute mentale.

Il focus della presentazione verterà sulla lettura di alcuni dei testi contenuti nel libro e le voci saranno accompagnate dalle note di uno strumento musicale. Non possiamo svelarvi di più ma quello che potete fare è venire a trovarci ed ascoltarci.

Inoltre l’intero collettivo si è dato tra gli obiettivi quello di far conoscere la propria voce a diverse realtà italiane.

E adesso Parliamo Noi

 

 

 

 

In questo clima politico precario, in cui ricompare lo spettro dei manicomi il Collettivo di Parole Ritrovate di Modena, con un atto di coraggio, dà voce agli utenti nel libro “E adesso parliamo noi Terapia al Bisogno per i pregiudizi”.

Con la prefazione del Dottor Giuseppe Tibaldi, il libro raccoglie i contributi di utenti e, pochi, operatori, con un omaggio a Paola Relandini, fondatrice e prima presidentessa di Idee in Circolo e attivista per i diritti degli utenti.

I contributi sono stati pubblicati integri, senza manipolazioni, giusto la grammatica, per lasciare le voci pure. Gli interventi variano dai racconti alle poesie ai pezzi teatrali, tutti scritti con onestà ed emozione profonda.

Vi invitiamo a leggerlo, soprattutto se siete nuovi al mondo della salute mentale, per un incontro reale ed onesto.

Il libro è disponibile nelle librerie e verrà presentato ufficialmente a Modena, allo Spazio Nuovo, Via IV Novembre 40/B il 22 Ottobre alle 18:30, nel corso di Màt la settimana della Salute Mentale. Altre date verranno aggiunte in seguito.

Buontempo

La bambina si affaccia alla finestra, la notte d’estate silenziosa. Sogna, inventa storie che la portino lontano, lontano.

La ragazza si affaccia al mondo e il mondo non somiglia a lei.

La donna si affaccia su un paese diverso. La speranza c’è e la spirale cresce fino a diventare un tornado.

La malata giace nel suo letto il corpo sfregiato dal tornado.

I medicinali portano un equilibrio pagato caro. Le cicatrici restano, come francobolli.

La donna si apre al mondo e diventa  gazza curiosa.

Il tornado ritorna ancora, me la donna siede nel centro e aspetta che passi.

Io ricomincio a viaggiare perché:

”Oggi non si sta fermi un momento, oggi è buon tempo buon tempo, ” Ivano Fossati

La tenerezza della responsabilità

Tempi bui! Molto bui! Emozionalmente, affettivamente, sentimentalmente molto difficili. Sono i tempi in cui tutti si scagliano contro tutti, ognuno convinto delle proprie ragioni e cieco e sordo alle istanze dell’altro/a. Toni ruvidi, aggressivi, cattivi, spesso oltraggiosi e lesivi della dignità di chi subisce quelli che diventano veri e propri attacchi. Ognuno convinto che il proprio benessere ed il proprio equilibrio siano raggiungibili attraverso la distruzione e l’annientamento dell’altro/a, di un altro che diventa capro espiatorio delle quotidiane frustrazioni, un altro che raggiunge giorno dopo giorno, ora dopo ora, l’essenza dell’altro da noi favorendo la mitologica convinzione di essere troppo diversi, incompatibili, assolutamente non accomunabili. Rispondendo alla subdola ma rincuorante esigenza di ognuno di sentirsi superiore a qualcuno, più forte, dove la forza diventa strumento di sopraffazione, in poche parole dominante.

Il dominio, la sobillazione, l’imposizione della propria volontà sono diventati oggi il pane quotidiano di chiunque accenda un televisore, si colleghi ad un social network o legga un giornale.

Da ogni canale comunicativo arrivano notizie di donne maltrattate fisicamente o emotivamente, spesso dai loro compagni, in molti casi fino alla morte; da compagni che non accettano la fine di una relazione, o vi vogliono porre fine in maniera definitiva, elevandosi ad esecutori di una sentenza che per loro è emotivamente più accettabile della messa in discussione dei propri fallimenti relazionali e del proprio ruolo di maschio dominante.

Di bambini abusati da adulti che invece di proteggerli e accompagnarli nel loro percorso di crescita ne compromettono per sempre l’innocenza, l’autostima, la fiducia che ogni bambino dovrebbe poter avere verso il futuro.

Di genitori che non accettano che i figli possano commettere errori e sono pronti a giustificarli, coprirli, esaltarli ricorrendo all’uso di violenze fisiche e verbali rivolte a chi ritengono essere “nemico” del pargolo, ottenendo in questo modo il solo risultato di creare degli adulti incapaci di assumersi le proprie responsabilità nella vita, in difficoltà a rapportarsi con gli altri e altrettanto avvezzi all’utilizzo di mezzi coercitivi nei confronti del prossimo, sia esso un compagno o un insegnante pretendendo di fare valere una propria supremazia giustificata solo dalla incapacità di stare alla pari degli altri all’interno di un confronto che li costringerebbe a mettersi in gioco, a modificarsi a guardarsi in uno specchio magico e realizzare che l’immagine che gli altri hanno di noi e noi di loro non sempre corrisponde al nostro pensiero, non sempre ha una sola sfaccettatura.

Infine di persone, spesso adulte, che nascondendosi dietro lo schermo di un computer dileggiano chiunque non vada loro a genio vessandolo, tentando di screditalo, minacciandolo finanche di morte, salvo poi cancellare e ritrattare ogni cosa se messi alle strette, ancora una volta non assumendosi la responsabilità delle loro azioni celandosi dietro la arrogante spavalderia di chi crede di poterla fare franca.

Sono i tempi dei furbi, dei prepotenti, degli arroganti degli arrivisti a tutti i costi, che si fanno scudo di privilegi conquistati da altri, magari i loro stessi genitori, e di cui non hanno merito alcuno ma che ritengono in forza a loro per diritto acquisito, pavoneggiandosi di capacità e qualità che non possiedono poiché non si sono dati la pena di mettersi in gioco per ottenerli, (naturalmente la play station non fa parte del mettersi in gioco).

Alle volte mi chiedo se ci sia speranza per il futuro, poi mi affaccio al balcone e vedo il cortile di casa mia brulicante di vocianti bimbetti di ogni età e colore che si raccontano le cose utilizzando linguaggi differenti verbali e non, più o meno comprensibili all’adulto ma assolutamente chiari per loro, che dirimono i conflitti in maniera serena, lineare, senza tante sovrastrutture, che si confrontano in un continuo scambio di reciproca crescita in cui i piccoli acquisiscono competenza dai grandi e i grandi imparano la pazienza di attendere i tempi dell’altro.

I bambini nella loro complessa semplicità hanno la capacità di sentire l’altro, di riconoscerlo come simile e di provare per l’altro compassione, nel senso primario del termine cum patior, sentire con, e iniziano da piccoli a sviluppare un senso di umana solidarietà e di responsabilità verso l’altro. Quindi non dobbiamo inventarci niente per costruire una speranza per il futuro relazionale delle persone. Basterebbe coltivare ciò che all’essere umano verrebbe spontaneo fin da piccolo, basterebbe non calpestare e rovinare i germogli che stanno crescendo. Basterebbe smettere di pensare che le sfortune e fortune siano più o meno accentuate da chi sta peggio. Basterebbe ricominciare a dialogare in maniera più rispettosa, utilizzando un linguaggio meno aggressivo anche nell’esprimere il proprio dissenso, rendendosi in questo modo responsabili di trasmettere alle nuove generazioni una forma comunicativa meno faziosa, capziosa, denigrante e per questo più inclusiva ed efficace.

Finché ci si sentirà immuni da ogni conseguenza e si crederà di poter dire, fare e verbalizzare qualsiasi pensiero più o meno coerente che venga alla mente sarà difficile sovvertire le cose, ma se ognuno si riprenderà la responsabilità delle sue azioni, delle sue dichiarazioni e delle sue relazioni allora forse sarà possibile un ritorno ad una via espressiva e comunicativa che lasci spazio alla tenerezza e ai sentimenti.

Michela

Il metodo delle streghe

L’oggetto proprio, unico e perpetuo del pensiero è ciò che non esiste.
Una cosa compresa è una cosa falsificata
Una difficoltà è un bene. Una difficoltà insormontabile è un sole

Paul Valery

Il delirio ti porta certezze. Ti offre una spiegazione unica e completa del mondo. Una spiegazione che non concepisce falsità, se non negli altri. La logica del delirio è lucida, geniale chiarissima, ma appiattisce i particolari che non tornano nell’ordine del discorso.
Secondo il metodo scientifico, una delle caratteristiche che rendono una teoria vera è la possibilità di una sua falsificazione, che porta così a sviluppare sempre nuove teorie, portandoci sempre più vicini alla verità.
Cos’è la Verità, chiese Pilato per scherzo, poi andò fuori e si impiccò.
Jean Luc Nancy dice che da quando dio è morto la verità è con noi e quindi diventa una realtà di narrazione.
Chomsky ci dice che la verità non è quella che ci viene raccontata dai media. Lo dice anche Trump, ma Trump è un’illusionista.
Il male, quando ci si è dentro non è percepito come male ma come necessità, ma come dovere.
Gli Indiani vivono in un multiverso da tempo. Noi ci siamo arrivati più tardi.
Il recente pensiero scientifico suggerisce che il tempo non esiste . Noi vediamo in cielo stelle morte da milioni di anni.
Sarebbe bello poter vedere l’inizio.
La poesia è una verità mantica, come dimostra il fatto che secondo i Greci i poeti erano ciechi e si passavano la poesia per via orale.
Gli aborigeni australiani si passano questa conoscenza nei sogni disegnando le vie dei Canti , che percorrono il territorio e lo mantengono sano. Cantare il territorio come maniera di risanarlo.
Il Poeta diventa Oracolo, voce della follia che fa male, che è difficoltà che è sole. Quindi abbaglia e ci lascia nel calore del mistero e dell’amore bruciante.
La verità è duttile in continua trasformazione. La trasformazione è la verità.

Lucia e Alessia

Medusa e diotima

 

Iniziando la rubrica “Mappa della tenerezza”, ho un’immagine, quella di Medusa, una delle tre Gorgoni (notare che quando si presentano tre figure femminili insieme, siamo in “odore” de La Grande Dea, che veniva rappresentata spesso in forma trina per alludere al dinamismo nascita-morte-nascita). Precisamente mi riferisco alla descrizione fatta da P.B. Shelley, marito di Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, vedendo un quadro attribuito a Leonardo. Scrive il poeta romantico:
“ Essa giace-fissando il cielo della mezzanotte- supina su un picco montano coperto di nubi;(…) l’orrore e la bellezza in lei sono divini. Su le sue labbra e le sue palpebre, sembra posare la Grazia come un’ombra da cui risplendono- ardenti e livide, dibattendosi sotto di loro,- l’agonia dell’angoscia e della morte.
Pure è meno l’orrore che la grazia, quello che muta in pietra lo spirito di chi la fissa(…), è il melodioso color della bellezza gettato a traverso le tenebre e il bagliore della sofferenza che armonizza e umanizza quest’intimo sforzo.” Insomma c’è un compassionevole stupore e una sorta di tenerezza verso quel volto di donna con trecce di serpenti che nella morte fissa il cielo e tutto l’attorno pare più pericoloso di quel simulacro.
Sì, vorrei partire dal “mostro”,da questa “potenza”che atterrisce paralizzando, senza bisogno di combattere, basta uno sguardo e la fuga e l’attacco sono impediti. Pare avere a che fare col divino, ma anche col beluino, ed il poeta insinua che la bellezza stessa sia terribile(di questo parlerà molto Rilke nella sua elegia). Medusa è figura sapienziale di una cultura squalificata dalla cultura greca olimpica per cui Athena, dea dell’intelletto, nata dalla testa del Dio padre Zeus, anela portarsi al collo, come trofeo di vittoria, la testa della rivale Gorgone ,la quale può ancora spaventare i nemici ed è retaggio della potenza tellurica della dea Madre. Poi c’è la questione dello specchio, i muscoli di Perseo a poco varranno se egli non saprà fare specchio dello scudo per non incrociare gli occhi tremendi.
Rimane impressa nello sguardo di quella che ora è divenuta vittima(vedi l’icona del Caravaggio), la ferocia che Medusa ha visto nel suo assassino e ne ha orrore.
Per me Medusa allude alla follia, a quella che prima del trionfo della Ragione solare, apollinea, era vista come Sapienza. Ne parla Eraclito a proposito della Sibilla:”Sibilla con la bocca della follia dà suono a parole che non hanno sorriso né abbellimento né profumo, e giunge con la voce aldilà di mille anni, per dio che è in lei”(Oracolo della Sibilla).

Un’altra sapiente vorrei evocare per completare il quadro: Diotima di Mantinea, convocata da Socrate a istruire sull’ Amore nel Simposio di Platone. Molte filosofe asseriscono che sia veramente esistita perchè latrice di una sofia di cui esistono altre testimonianze. Come abbiamo visto nel laboratorio Amore e Psiche svoltosi presso l’associazione, Diotima , la”straniera”, perchè dice cose diverse dal consueto, ci insegna di che natura sia Eros, egli è un demone figlio di Poros, cioè espediente, e di Penia, povertà, mancanza; non è né bello né brutto, né buono né cattivo. Per Diotima, la sacerdotessa, Eros è un principio di mediazione tra ciò che è umano e carnale e lo spirituale, il desiderio di bellezza e fisicità muove l’energia, scatena un desiderio di conoscenza della verità cui la relazione, la dialettica con l’amato, può far tendere. Dal rapporto tra Amore e Psiche nasce Piacere, dunque la via erotica all’appagamento sensuale è lo stesso della passione spirituale: si deve uscire da se stessi, finchè il bene sia di entrambi.
Per finire mi collego alla fiaba di Amore e Psiche di Apuleio, ma anche “La bella e la bestia”; Psiche, l’anima, temendo di coricarsi ogni notte con una creatura mostruosa, accende una lampada, vuole uscire da un inconsapevole rapporto fusionale che minaccia la propria identità, ma così facendo sveglia il proprio amante che fugge perchè non ha più il dominio della situazione, comincia un rincorrersi che scoprirà il proprio donarsi ,ma anche il riconoscimento della bisognosità di ciascuno, amarci ci espone alla possibilità di un contagio, di un differente sentire che amplia la nostra potenza ma ci rivela dei limiti.

La mappa della tenerezza

La mappa della tenerezza:

Mappa vivente, solo apparentemente rappresentativa di uno spazio fisico, reale, in parte topografia in parte paesaggio. “La mappa di Madame de Scùdery tracciava un paesaggio di emozioni che andavano sperimentate come una serie di movimenti sensazionali. In questa ‘emozionante’ maniera, dava senso alla posizione degli affetti. Dava inoltre senso allo spaesamento sentimentale” (Atlante delle emozioni. G. Bruno, 2006).

Partendo dalla Mappa della tenerezza ci piacerebbe realizzare una rubrica che segnali dei percorsi di orientamento all’interno della intricata rete delle emozioni umane e dei sentimenti, tracciando anche una differenza tra emozioni passeggere e invece sentimenti duraturi e profondi.

L’intento è quello di creare un linguaggio e un’attenzione verso sentimenti capaci di provocare una visione differente dei rapporti. Quello di generare un riconoscimento e un rispetto per l’altro nella relazione e nella comunicazione, lasciando spazio, come diceva Basaglia, al dialogo tra medico e paziente, tra donna e uomo, genitore e figlio, imparando a vivere la contraddizione, non annullandola. A tal fine vorremmo proporre un percorso che ci aiuti a fare emergere come i fili della violenza fisica e/o psicologica si intreccino con quelli dell’amore, generando a volte sofferenza e disagio. Vorremmo interrogarci sui vari contesti in cui queste dinamiche si sviluppano e si vanno a perpetrare (ad es. ci interroghiamo sulla connessione tra salute mentale e pericolosità, è statisticamente vera?, sulla pericolosità degli ex, che pare stiano reagendo in maniera assolutamente aggressiva e prevaricante nei confronti delle partner che vogliono lasciarli, sulla questione legata alla violenza di genere ma anche a quella legata all’omofobia).

Vorremmo intervistare persone che vivono una dimensione di coppia soddisfacente perchè si ritiene siano un fermento positivo per la società, recensire romanzi di formazione sentimentale (Jane Austen, Sibilla Aleramo ecc.), coinvolgendo anche altre associazioni che vogliano portare il loro contributo su queste tematiche per competenza o per loro stesso interesse sull’argomento.

Vorremmo partire dalla creazione di questa rubrica su questo blog, rispetto ai temi proposti per arrivare a proporre dei momenti di incontro e scambio aperti alla cittadinanza per condividere quanto emerso e aprire un confronto.

L’ ABC della Riabilitazione Psichiatrica

 

L’obiettivo globale della riabilitazione psichiatrica è di fare in modo che le persone con disabilità psichiatrica abbiano le massime opportunità di recuperare una vita quanto più normale possibile. Essa fornisce una gamma di interventi che rendono possibile alle persone disabili di utilizzare quelle abilità cognitive, emotive, sociali, intellettive e fisiche necessarie a vivere, imparare, lavorare e funzionare quanto più normalmente e autonomamente possibile nella comunità con la minima inferenza da parte dei sintomi. Il tipo e l’entità degli interventi variano sulla base del disturbo psichiatrico e del grado di disabilità, delle differenze per intelligenza, capacità di apprendimento, competenza sociale, funzionamento cognitivo, processo di crescita, retroterra culturale ed etnico, classe sociale e risorse economiche, supporto familiare e soddisfazione rispetto all’attuale qualità di vita. Inoltre, variazioni nella disponibilità dei Servizi di Salute Mentale e delle risorse della comunità determinano quanto e con che velocità ogni persona percorrerà la strada verso il recovery. Il processo di recovery si configura essere un viaggio volto alla liberazione dai sintomi attraverso “l’avere di nuovo una vita”. Gli elementi alla base di una vita normale nella comunità sono: le relazioni, attraverso le quali si condividono esperienze, sentimenti e sogni, l’empowerment, il rispetto per se stessi che deriva dalla partecipazione, dal successo e dai risultati, la famiglia, caratterizzata da relazioni positive con affetto e considerazione reciproca, attività ricreative, partecipazione ad attività svolte nel contesto comunitario, istruzione, apprendimento delle conoscenze e delle abilità richieste per vivere autonomamente, in un’ultima analisi, l’elemento spirituale, fondamentale per recuperare il senso di sé e credere di non essere soli, e la speranza, credere in un miglioramento personale (Liberman,1991).

Il processo riabilitativo comprende tre fasi che si sovrappongono tra loro e che ricompaiono per tutto il periodo durante il quale il paziente ricorre al servizio (Anthony, Cohen, 1983). La fase di progettazione avviene attraverso interviste diagnostiche e di assessment, inventari, informatori, dati storici, role play osservazioni comportamentali dirette. La fase di pianificazione del progetto riabilitativo specifica come la persona o l’ambiente devono cambiare per raggiungere gli obiettivi prefissati. Il progetto specifica grado per grado le abilità che la persona deve acquisire per adeguare il proprio livello di funzionamento a quello richiesto dall’ambiente. Ancora, il progetto risulta flessibile in relazione ai cambiamenti che si verificano durante il percorso ed identifica le persone responsabili dell’attuazione delle varie parti. Infine, nella fase di intervento, il progetto riabilitativo ha lo scopo di aumentare le abilità dell’individuo e di rendere l’ambiente più supportivo (Liberman, 1997).

I principi della riabilitazione psichiatrica enunciati da Liberman (1991) sono sette.

Il primo obiettivo enuncia l’importanza di fornire ai pazienti psichiatrici le migliori pratiche e trattamenti riabilitativi al fine di accelerare il processo verso il recovery. Questi includono: il coinvolgimento dei pazienti e dei loro familiari nella valutazione funzionale, i trattamenti farmacologici e psicosociali basati sulla prova, gli interventi di incremento della motivazione, i programmi strutturati e supportivi in ambito lavorativo, scolastico e abitativo, ancora, l’insegnamento e il miglioramento delle capacità di coping, di comunicazione e di problem solving sia dei pazienti che dei familiari, il case management a lungo termine, proattivo, intensivo, flessibile e di durata non limitata che si pone come scopo l’utilizzazione delle abilità necessarie per l’integrazione sociale, infine, la collaborazione con amministratori e dirigenti di Servizi di Salute Mentale.

Il secondo obiettivo enuncia la necessità di ridurre o superare menomazioni, disabilità e handicap attraverso l’integrazione di trattamenti farmacologici e psicosociali con interventi di advocacy per migliorare le pratiche in ambito clinico, lavorativo, scolastico e le politiche governative. Ciò è possibile attraverso l’insegnamento di abilità sociali e di vita in autonomia tramite specifiche tecniche di training e insegnamento, da una parte, e attraverso interventi di supporto, il case management dall’altra parte.

Il terzo obiettivo enuncia l’importanza dell’individualizzazione dei trattamenti. Questi devono essere bilanciati con i livelli di funzionamento cognitivo, comportamentale e sociale dell’individuo. Ancora, tali trattamenti devono essere flessibili in relazione ai cambiamenti che coinvolgono l’individuo stesso.

Il quarto obiettivo enuncia il bisogno di coinvolgere attivamente pazienti e familiari nella pianificazione e nella partecipazione al trattamento. La partnership tra paziente, famiglia e terapeuta inizia con la valutazione iniziale e prosegue in tutte le successive fasi caratterizzanti il processo riabilitativo. Essa promuove la sicurezza e aumenta l’ottimismo e la speranza di un futuro migliore. Il coinvolgimento attivo dei protagonisti del processo riabilitativo rende la riabilitazione più efficace e il recovery più rapido.

Il quinto obiettivo enuncia l’importanza dell’integrazione e del coordinamento degli interventi per promuovere il progresso verso il recovery. Si individuano tre livelli di integrazione. Innanzitutto, l’integrazione a livello del paziente: i pazienti hanno bisogno di informazioni per comprendere come i trattamenti psicosociali e i farmaci possano essere utili o ostacolarsi reciprocamente. Da una parte, gli effetti collaterali dei farmaci, ad esempio la sedazione e il tremore, possono interferire con i trattamenti psicosociali. Questa situazione richiede degli aggiustamenti, modificando la dose o il tipo di farmaco con o senza cambiamenti del trattamento psicosociale. Dall’altra parte, un intervento psicosociale sovra-stimolante può scatenare un’esacerbazione di sintomi psicotici o depressivi che richiede una modifica del trattamento psicosociale e/o di incrementare la terapia farmacologica. In secondo luogo, l’integrazione a livello dell’equipe curante: risulta necessario integrare le informazioni che si ottengono dai vari membri dell’equipe multidisciplinare riguardanti la storia del paziente, i sintomi, la diagnosi, il funzionamento psicosociale, l’assetto cognitivo, le relazioni familiari, il funzionamento lavorativo o scolastico e i progressi del paziente stesso. La collaborazione clinica tra i servizi può funzionare abbastanza bene se i rappresentanti di ogni ente si conoscono, imparano a rispettarsi e a fidarsi reciprocamente e mantengono comunicazioni regolari rispetto ai rispettivi interventi che offrono al paziente. In terzo luogo, l’integrazione a livello organizzativo: risulta fondamentale lo stanziamento di fondi adeguati da parte di coloro che mettono in atto i piani politici ed economici. Le restrizioni cui vanno incontro i finanziamenti per la salute mentale sia nel settore pubblico che privato hanno conseguenze rischiose per il miglioramento dei servizi e per il recovery a lungo termine.

Il sesto obiettivo enuncia il fondamento di improntare il processo riabilitativo sulla base dei punti di forza, degli interessi e delle capacità del paziente. L’empowerment è favorito dal grado in cui i pazienti sono capaci di esercitare le loro abilità nella vita quotidiana. Contemporaneamente, tale capacità dipende dai terapeuti, dai familiari e dagli amici.

Il settimo e ultimo obiettivo afferma che la riabilitazione richiede tempo, procede gradualmente e richiede perseveranza, pazienza e resilienza da parte dei protagonisti attivi del processo riabilitativo (Liberman, 1991).

“L’impossibile può diventare possibile”

 

Colloquio immaginario tra Franco Basaglia , Vincent van Gogh e Antonin Artaud*

Questa volta vi proponiamo un interloquire fra tre innovatori nell’ambito della pittura, del teatro, della salute mentale, ovvero Vincent van Gogh, Antonin Artaud e Franco Basaglia attraverso i loro scritti alla ricerca di….  una realtà liberata,                                                                                                                                                              come diceva Aldo Capitini, il quale era persuaso della compresenza dei vivi e dei morti nello sforzo di creare un’aggiunta di valori per una realtà più giusta e libera nella prassi.   Che l’ordine della società non si attui più con l’allontanamento della persona scomoda, del suo “sacrificio”. Che sia piuttosto una libera aggiunta di tutti, uomini, donne, animali, sani e malati.

 

F.B.: Il manicomio è pieno di gente che non è, perché non ha.
* V. v. G.: Qualcuno avrà seguito per un certo tempo lo svolgersi gratuito della grande “università della miseria”e avrà notato le cose che gli sono capitate sotto gli occhi, che ha intese con le sue orecchie, e ci avrà riflettuto sopra e finirà per credere e per apprendere più di quanto possa egli stesso dire.
* F.B.:Il mio destino è legato al destino di chi non ha!
* V.v.G: Amare un amico, una persona, una cosa, quello che vuoi tu, e tu sarai sulla buona strada per saperne di più, ecco ciò che mi dico. Ma bisogna amare di intima simpatia interiore, con volontà, con intelligenza e bisogna sempre cercare di approfondire la conoscenza in ogni senso.
* F.B.: C’è la necessità che il cambiamento parta da ognuno di noi, che da domani la nostra pratica sia diversa.
* V.v.G.: Ad Arles ,alla “casa gialla”, volevo che quella fosse per tutti la casa della luce, una grande idea di fare un falansterio di amici pittori che condividessero la vita , i soldi, le idee, per dipingere la nuova pittura solare.
* F.B.: Per noi invece il problema era quello di trasformare la scienza in nuova scienza, trovare nuove risposte alla classe oppressa che abitava il manicomio. La cosa non è stata facile perchè l’ oppresso non ha voce, e trovare il codice della non voce è stato molto difficile…
* V.v.G.:Giunse solo Gauguin, in ottobre, troppa elettricità fra noi, sei mesi insieme a lavorare, gli devo molto, un amico, un artista strano, uno straniero.., insomma è difficile frequentarlo senza sentire una certa responsabilità morale. Alcuni giorni prima di separarci , quando la mia malattia mi ha obbligato a entrare nella casa di cura, ho tentato di dipingere “il suo posto vuoto”.
* F.B.: Scoprimmo che il nostro lavoro non poteva limitarsi ai malati e alla follia, ma dovevamo lavorare soprattutto con la popolazione.
* V.v.G.: Infatti fui internato a causa di una petizione popolare…
* A.A.:PARLIAMO PURE DELLA BUONA SALUTE MENTALE DI VAN GOGH IL QUALE, IN TUTTA LA SUA VITA SI E’ FATTO SOLO CUOCERE UNA MANO E NON HA FATTO ALTRO PER IL RESTO, CHE MOZZARSI UNA VOLTA L’ ORECCHIO SINISTRO.
* F.B.: Io parlerei di “crisi vitale”, non di schizofrenia..
* A.A.: Le cose vanno male perchè la coscienza malata ha un interesse capitale in quest’epoca a non venir fuori dalla propria malattia. E’ così che una società tarata ha inventato la psichiatria per difendersi dalle investigazioni di certe lucide menti superiori le cui facoltà divinatorie la infastidivano.
* F.B.: Dal punto di vista del sapere lo psichiatra è il medico più ignorante. Cos’è la follia?E’ la diversità o la paura della diversità. C’è più che altro un rapporto di potere. A Trieste, nel momento in cui gli abitanti della periferia e lavoratori della fabbrica cominciavano a partecipare con noi alla vita del centro, capivano ciò che stava succedendo e il preconcetto sul folle spariva o diminuiva. Il malato è più terapeutico del medico.
* V.v.G.: Sia nella figura che nel paesaggio vorrei esprimere non una malinconia sentimentale, ma il dolore vero. Voglio che la gente dica delle mie opere:”sente profondamente, sente con tenerezza”- malgrado la mia rozzezza e forse persino a causa di essa…Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente?Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole-qualcuno che non ha posizione sociale né ne avrà mai una, in breve,l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno. Questa è la mia ambizione che, malgrado tutto, è basata meno sull’ira che sull’amore, più sulla serenità che sulla passione. E’ vero che spesso mi trovo nello stato più miserando, ma resta sempre un’armonia calma e pura, una musica dentro di me. Vedo disegni e dipinti nelle capanne più povere, nell’angolo più lurido. E la mia mente è attratta da queste cose come da una forza irresistibile.
* A.A.: NO, van Gogh non era pazzo,MA LE SUE PITTURE ERANO PECE GRECA, BOMBE ATOMICHE… Perchè la pittura di van Gogh. Non attacca un certo conformismo di costumi, ma il CONFORMISMO stesso delle istituzioni.
* F.B.:Aprire l’istituzione, noi vogliamo cambiare questa società dove l’omicidio, per esempio in fabbrica o sul lavoro in generale, è legalizzato. Si dice che il malato mentale è pericoloso e può uccidere. Ma se il padrone costruisce un’impalcatura non protetta e l’operaio cade e muore, chi dei due è più pericoloso?
* A.A.: E che cos’è un alienato autentico? E’ un uomo che ha preferito diventare pazzo, nel senso in cui lo si intende socialmente, piuttosto che venir meno a una certa idea superiore dell’onore umano. La società degli esseri è un vampiro che non vuole andarsene e che è legato nervo a nervo e fibra a fibra al proprio oggetto: lo sfruttamento indefinito del corpo dell’uomo umano.
* F.B.: In un certo senso , viviamo in una società che sembra un manicomio e siamo… internati che lottano per la libertà. Dobbiamo capire insieme con gli altri quello che dobbiamo fare e non dirigere gli altri in un modo o nell’altro, perchè facendo così saremmo noi stessi nuovi padroni.
* V.v.G.: Pare che nel libro “La mia religione “ Tolstoj insinui che, benchè non si tratti di una rivoluzione violenta, ci sarà anche una rivoluzione intima e segreta fra i popoli, dalla quale nascerà una religione nuova, o piuttosto, qualcosa di assolutamente nuovo, che non avrà nome, ma che servirà lo stesso a consolare, a rendere la vita possibile, come fece un tempo la religione cristiana.
* F,B.: Lavorare al cambiamento sociale significa essenzialmente superare i rapporti di oppressione e “vivere” la contraddizione del rapporto con l’altro, accettare la contestazione, dare valenza positiva al conflitto, alla crisi, alla sospensione del giudizio, all’indebolirsi dei ruoli e dell’identtà.
Quando il medico accetta la contestazione del malato..
* A.A.: Ah sì? E soprattutto non mi si faccia più l’elettroshock per debolezze che si sa benissimo non sono fuori del controllo della mia volontà, della mia lucidità, della mia intelligenza personale. BASTA, BASTA ancora basta con questo traumatismo di punizione. Ogni applicazione d’elettroshock mi ha immerso in un terrore che durava ogni nuova applicazione senza sentirmi disperato, perchè sapevo che ancora una volta avrei perso coscienza e mi sarei visto per un giorno intero soffocare in mezzo a me senza riuscire a riconoscermi, sapendo perfettamente che ero da qualche parte, ma il diavolo sa dove, e come se fossi morto.
* F.B.:I diritti vanno conquistati appunto, non concessi dall’alto altrimenti possono essere revocati. Dicevo quando si sta nella contraddizione, quando l’uomo accetta la donna nella sua soggettività, può nascere quello stato di tensione che crea una vita che non si conosce e che rappresenta l’inizio di un nuovo mondo. Dal pessimismo della ragione all’ottimismo della pratica. Lo diceva anche Gramsci, così possiamo cambiare, altrimenti rimarremmo sempre schiavi dei dittatori, dei militari e dei medici.
* A.A.: Sì, sì, Il post-scriptum ce lo metto io, Van Gogh non è morto per uno stato di delirio proprio, nel panico di non farcela, ma invece ce l’aveva appena fatta,e aveva appena scoperto cos’era e chi era, quando la coscienza generale della società, per punirlo di essersi strappato ad essa, lo suicidò. Perchè la logica anatomica dell’uomo moderno è proprio di non aver mai potuto vivere, né pensare di vivere, che da invasato.
Ringraziamenti: a Franco Basaglia per le “CONFERENZE BRASILIANE”, 1979
a Vincent van Gogh per le sue numerose lettere a Theo e non solo,1881-’90
ad Antonin Artaud per “Van Gogh, il suicidato della società”,1947.

Antonin Artaud: nacque a Marsiglia nel 1896 e morì nel 1948. Fu scrittore, poeta. attore teatrale e cinematografico. E’ l’autore di un testo famoso “ Il teatro ed il suo doppio, che teorizza un ribaltamento completo dei fondamenti dell’arte drammatica (Teatro della crudeltà). Partecipò inoltre al movimento surrealista, a cui fornì i testi più spregiudicati e radicali. Nel 1936 abbandonò il teatro per compiere un viaggio in Messico che costituì l’avvenimento decisivo della sua vita. Il ritorno in Francia, un anno più tardi, segnò la rottura con “Questo mondo, in cui, a parte il fatto di avere un corpo, di camminare, di coricarsi, di vegliare,di dormire, d’essere nell’ ombra o nella luce ( e anche la luce è dubbia), tutto è falso “. E’ una rottura , ma soprattutto una ribellione, un rifiuto sistematico di ogni realtà concreta, che lo condurrà, dopo un viaggio in Irlanda nel 1937, ed una serie di avvenimenti rimasti misteriosi, ad essere internato per nove i anni come pazzo. La sofferenza, le privazioni di questo periodo durato fine al 1945, contribuirono a rendere più esacerbate e violente le ultime manifestazioni di un’introspezione che egli conduceva da anni con insolito rigore.
Nel 1947 apprese di un articolo di interpretazione medico- psichiatrica della vita e delle opere di Vincent e s’arrabbiò molto, si fece accompagnare all’ Orangerie a vedere i suoi quadri poi scisse il libro “Van Gogh il suicidato della società” e lo dettò secondo una “scrittura orale” in cui improvvisava.