Lupin III – La pietra della saggezza & The first

Lupin III è deceduto. L’ispettore Zenigata riceve la ferale notizia che il suo acerrimo nemico è stato giustiziato. Anche Lupin III è stato informato della propria morte. Ma allora chi era lo sfortunato condannato? Entrambi si recano in Transilvania per scoprirlo, venendo coinvolti in un’incredibile avventura. Un misterioso individuo è alla ricerca del segreto dell’immortalità e, per ottenerlo, è disposto a qualsiasi cosa, anche a sterminare tutto il genere umano. Giocare con le leggi della natura, però, può dimostrarsi estremamente pericoloso…

Lupin III - The First, 2019, Takashi Yamazaki, Daisuke Jigen, Goemon Ishikawa XIII, cibo, bollitore

Lupin III – The First è ambientato alla fine degli anni ’60 dell‘era Shōwa e segue le avventure del ladro gentiluomo e della sua banda tra Parigi e il Brasile. Saranno protagonisti di una serie di avventure per scoprire dove si trova il diario di Bresson, un tesoro che persino il nonno di LupinArsène Lupin, non era mai riuscito a trafugare.

Si tratta del diario di Bresson, un testo misterioso, al cui interno sono celati segreti mai rivelati. I misteri contenuti nel diario riguardano l’eredità di suo nonno, Lupin I e il ladro non potrà farselo scappare. Ben presto però Lupin e compagni si renderanno conto di non essere gli unici sulle tracce del diario, perché è interessata ad impossessarsene anche una perfida organizzazione.

Si scatena così una dura sfida per il diario, in corsa per rubarlo c’è anche un gruppo di cacciatori di tesori nazisti guidato da Lambert e Geralt. Chi decifrerà il mistero del diario sarà il proprietario di un’enorme fortuna. Arsenio Lupin III verrà aiutato come sempre dai fidati compagni Daisuke JigenGoemon Ishikawa XIII e dall’imprevedibile Fujiko Mine. Questa volta farà parte della classica banda anche l’archeologa Laetitia.

Commento: Nel primo film la pietra della saggezza vediamo il grande Mamo che vuole distruggere il genere umano essendo lui stesso padrone del tempo governando tutto ciò che crea l’uomo, il grande Lupin lo riesce a fermare grazie alla spada di Goemon Ishikawa XIII la famosa Katana Shirasaya.

Nell’ultimo film della serie per ora prodotto da Monkey Punch, Lupin III – The First è un film d’animazione giapponese del 2019, scritto e diretto da Takashi Yamazaki e basato sul celebre franchise del ladro gentiluomo. Si tratta del primo lungometraggio su Lupin in CGI ed è inoltre il primo film su Lupin III a vedere la luce dopo la morte del creatore del personaggio, Monkey Punch, nome d’arte di Kazuhiko Kato.

Nei titoli di coda di Lupin III – The First c’è una dedica per Monkey Punch.

Marco R.

N.B è solo una esercitazione

Per amore del mio popolo – Don Peppe Diana

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Don Giuseppe Diana, per tutti Don Peppe, è un sacerdote della forania di Casal di Principe, dove due famiglie, (gli Esposito e i Capuano), si affrontano senza esclusioni di colpi per il controllo del territorio.
Per non tradire gli scout che vedono in lui un’alternativa al mondo che li circonda Don Peppe rinuncia all’opportunità di trasferirsi a Roma e diventa Parroco nel suo paese natale. A Don Peppe viene affidato Domenico, il figlio illegittimo di Antonio Esposito, diviso tra il desiderio di far parte del mondo dei camorristi e quello di essere integrato nel gruppo dei ragazzi che fanno riferimento a Don Peppe.


Don Peppe compie subito delle azioni per rompere l’omertà che lo circonda: rifiuta i soldi che gli offre un noto camorrista, organizza una fiaccolata in paese, crea in Parrocchia delle occasioni di incontro e divertimento per allontanare dalla strada il maggior numero di bambini e ragazzi. In particolare Don Peppe cerca di essere vicino a Teresa, una giovane del suo gruppo, figlia di un boss, destinata al matrimonio con un ragazzo della famiglia rivale.


Don Peppe e i suoi ragazzi sono tra i primi ad affrontare i problemi degli immigrati clandestini, sfruttati dagli stessi camorristi. In un crescente clima di terrore e dolore, Don Peppe cerca di salvare Domenico da una possibile vendetta. A rimanere ucciso, innocente, in un agguato è Francesco, uno dei suoi scout più attivi. Don Peppe ferito nel profondo del suo animo, decide che occorre fare qualcosa di più incisivo e significativo.

Nasce cosi il documento “In nome del mio popolo” che risuona nelle chiese di Casale la Notte di Natale. Un documento che suscita il plauso di molti cittadini, ma che porta Don Peppe ad essere riconosciuto come il nemico dichiarato della Camorra che, come sottolineato nell’omelia, procura ” il dolore a tante famiglie che vedono i loro figli finire vittime o mandanti”…

Commento Personale:

Questa fiction della Rai mi è piaciuta in modo particolare perchè racconta di una piccola realtà. All’interno di questo piccolo paese avviene la successione di due parroci: Don luigi che va in pensione e il successore Don Peppe al quale viene affidato Domenico, il figlio bastardo di Don Antonio. Don Peppe cerca di nasconderlo dal padre in tutti i modi ma alla fine lo trovano, e viene ucciso per sbaglio Francesco, un boyscout che gli salva la vita. Il finale si può dire drammatico perchè finisce con due funerali: uno di Francesco e l’altro di Don Peppe Diana ma allo stesso tempo le condizione del piccolo paese migliorano proprio grazie al contributo di Don Peppe

Dio Da Che Parte Stai?

Cit.Don Peppe Diana

N.B è solo una esercitazione

Marco R.

Ip Man 4 The Finale

Sitografia:https://www.inverse.com/article/61893-ip-man-4-the-finale-review-donnie-yen-versus-maga-america

Non da quando Rocky Balboa ha la rabbia di un eroe popolare sentita così giusta. In Ip Man 4: The Finale, l’ultimo film di Ip Man con Donnie Yen, il celebre maestro di Bruce Lee viaggia verso ovest per testare la propria mortalità contro un’America del XX secolo intasata nella sua identità del dopoguerra.

Ip Man 4: The Finale, out Christmas Day, è l’ultima collaborazione del regista Wilson Yip e della star Donnie Yen nella serie Ip Man, risalente al 2008. Ambientato nei primi anni ’60, un Ip Man (Yen) colpito dal cancro si reca a San Francisco per iscrivere suo figlio estraniato in una scuola americana.

Ma all’arrivo, Ip Man viene a sapere che il suo ex studente, Bruce Lee (Danny Chan) ha sconvolto i maestri di kung fu di San Francisco per aver insegnato arti marziali a non cinesi. Le cose peggiorano quando i padroni diventano bersaglio di razzismo violento da parte degli americani bianchi, tra cui un Marine offensivo, Barton Geddes (Scott Adkins).

Sebbene la coreografia d’autore di Yuen Wo Ping sia in abbondanza in Ip Man 4, è il brivido crudo di guardare l’eroismo popolare di Ip Man contrapposto alla malvagità al gusto di Trump che potenzia il film. L’identità nazionale cinese e l’orgoglio hanno sempre sottolineato la serie Ip Man, ma come l’avatar di Stallone di Americana contro Ivan Drago in Rocky IV, la posta in gioco emotiva è molto più grande per il grande maestro cinese questa volta mentre supera le barriere razziali contro il ticchettio della sua stessa mortalità.

Marco R.

N.B è solo una esercitazione

National Geographic Gli Ultimi Giorni Di Osama Bin Landen

A un anno dalla morte del leader di Al Qaeda, un documentario ricostruisce il blitz che ha portato alla sua cattura. Con testimonianze inedite di chi assistette in prima persona all’operazione.

Sitografia:https://tg24.sky.it/mondo/2012/04/28/osama_bin_laden_ultimi_giorni_national_geographic_speciale

E’ passato un anno dalla morte del leader di Al Qaeda, Osama Bin Laden, per mano dei Navy Seals, l’unità speciale della Marina americana. Ancora adesso rimangono molti lati oscuri sulla sua vita. Per quasi dieci anni, il capo di Al Qaeda è riuscito a sfuggire alla cattura, forse coordinando attacchi terroristici a pochi chilometri da una delle più prestigiose accademie militari del Pakistan, ad Abbottabad.

A far luce sulla vita di colui che è stato, a lungo, il ricercato numero uno al mondo, ci pensa uno speciale di National Geographic, che ricostruisce il blitz dei Navy Seal attraverso un’intervista inedita all’attuale capo della Cia David Patreus, ex comandante delle forze armate Usa in Afghanistan e agli ufficiali dei Navy Seal e a piloti dei Black Hawk. L’indagine è stata condotta da Peter Bergen, il giornalista che realizzò la prima intervista a Osama Bin Laden.

“Nel quartier generale ero stato l’unico a venire informato, perché alcuni miei reparti avrebbero potuto essere coinvolti in operazioni di supporto”. afferma Petraeus che seguì la missione dal suo centro operativo nel quartier generale della NATO a Kabul. “Fu un’operazione militare estremamente delicata, portata a termine in modo efficiente”.

Commento: Questo documentario è stato molto bello ed avvincente perchè parla dell’uccisione di Osama Bin Landen da parte dei Navy Seal Americani.

Grazie alle informazioni del giornalista Peter Bergen, tentiamo di ricostruire gli ultimi giorni di Osama Bin Laden e analizziamo le operazioni che hanno portato alla cattura del pericoloso terrorista.

Bin Laden, 'Geronimo' e la Bigelow, i film sul blitz

Sitografia:https://www.agi.it/estero/bin_laden_geronimo_e_la_bigelow_i_film_sul_blitz-734674/news/2016-04-30/

Roma – La caccia al terrorista piu’ ricercato della storia, Osama bin Laden, si e’ conclusa cinque anni fa con la sua uccisione in un raid americano in Pakistan. La verita’ sull’azione dei Navy Seals non e’ mai stata chiarita del tutto, il giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh sostenne che la versione ufficiale fosse falsa, anche se il cinema e la tv l’hanno accettata e rappresentata in una dozzina di documentari e in due film. Le due pellicole cinematografiche, in particolare, sono piuttosto significative per le polemiche che hano suscitato. I due registi – John Stockwell e Kathryn Bigelow – si sono impegnati in una corsa a ostacoli per uscire per primi. L’ha spuntata Stockwell con ‘Code Name Geronimo’, arrivato nelle sale italiane l’8 novembre 2012 e distribuito da Koch Media dopo aver fatto il suo debutto quattro giorni prima negli Usa su National Geographic Channel e poi su Netflix. La regista premio Oscar per ‘The hurt locker’, invece, ha dovuto attendere ancora un mese per far uscire il suo film, ‘Zero dark thirty’, arrivato in sala negli Usa il 19 dicembre 2012. Entrambe le pellicole svelano i retroscena di quell’impresa: dall’individuazione del nascondiglio di bin Laden all’azione del corpo speciale terminata con l’uccisione del responsabile degli attentati dell’11 settembre. ‘Code Name Geronimo’ e’ realizzato dai produttori di ‘The Hurt Locker’ che valse l’Oscar alla Bigelow, e’ diretto da John Stockwell, regista di thriller e pellicole d’avventura per il cinema (‘Turistas’, ‘Blue Crash’, ‘Trappola in fondo al mare’) e di alcuni episodi di ‘The L-Word’ per la tv. “Una delle sfide piu’ grandi di questo progetto era quella di riuscire a rimanere al passo con le ultime notizie – ha detto in un’intervista lo sceneggiatore Kendall Lampkin -. Sembrava che ogni giorno vi fossero nuove informazioni sull’evento che contraddicevano quelle dei giorni precedenti”. In America ‘Code Name Geronimo’ e’ uscito col titolo ‘Seal Team Six: The Raid On Osama bin Laden’, scatenando polemiche da parte dei repubblicani che accusarono il film di voler influenzare il voto per le presidenziale del novembre 2012. Anche per evitare queste accuse, ‘Zero Dark Thirty’ di Kathryn Bigelow arrivo’ nelle sale solo a dicembre, quando Barack Obama era gia’ stato rieletto.

Dal buio delle schermo escono come lame le voci delle vittime delle Torri Gemelle, il tragico 11 settembre 2001, i loro ultimi accorati appelli di aiuto prima della morte che entrano nella testa e nel cuore degli spettatori con inaudita violenza. Cosi’ inizia la pellicola della Bigelow (5 nomination agli Oscar tra cui miglior film e miglior attrice, Jessica Chastain) che racconta l’uccisione di Bin Laden svelando retroscena veri e fino ad allora inediti. Tanti gli attori nel cast in cui si rinnovo’ il sodalizio da Oscar tra la regista e lo sceneggiatore Mark Boal: oltre alla Chastain, Jason Clarke, Joel Edgerton a Jennifer Ehele, Mark Strong, Kyle Chandler ed Edgar Ramirez. Il titolo del film e’ un’espressione del gergo militare Usa e indica 30 minuti dopo la mezzanotte, ossia cio’ che accade nell’oscurita’, in un orario in cui partono le azioni militari piu’ rischiose, tra cui quella che ha portato all’uccisione del terrorista piu’ ricercato della storia. Malgrado la prudenza, anche nel caso della pellicola della Bigelow non sono mancate le polemiche. Stavolta da parte della Cia che accuso’ il film di aver calcato la mano sulle torture a cui sono stati sottoposti i prigionieri perche’ rivelassero il nascondiglio di bin Laden. Nel film, infatti, vengono mostrate – con una certa remora, senza divagazioni voyeuristiche – le violenze inflitte ad un fiancheggiatore di al Qaeda per carpire informazioni e viene rivelato il vero motore dell’azione che ha condotto all’uccisione di bin Laden. Si tratta di una donna, l’agente della Cia Maya (una magistrale Jessica Chastain gia’ vista in ‘The Help’ e ‘The Tree Of Life’), che passa la sua vita alla ricerca del capo di al Qaeda e che intuisce il suo punto debole, il suo ‘postino’ pakistano. Maya rappresenta un personaggio reale, anche se il nome e’ di fantasia. Una donna all’apparenza fragile che dimostra una tenacia senza pari che condurra’ all’uccisione di bin Laden. (AGI)

Apple II Home Computer 16 Aprile 1977

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Il 16 Aprile 1977 nasceva l’Apple II prodotto dall’Apple Computer. Fu messo in vendita il 10 Giugno 1977 nel 1993 fu finita la vendita del modello IIE

Sitografia:https://it.wikipedia.org/wiki/Apple_II

Storia:

Nel 1976 i due fondatori della Apple, Steve Jobs e Steve Wozniak, costruiscono nel loro garage l’Apple I, un microcomputer appetibile ad un pubblico di appassionati di elettronica essendo composto unicamente dalla scheda madre principale. Chi lo acquista deve poi collegarci un alimentatore, una tastiera per inserire i programmi, un televisore per visualizzare l’immagine ed eventualmente un registratore a cassette per salvare i dati. Le vendite, nonostante tutto, vanno bene portando 50.000 dollari nelle casse di Jobs e Wozniak, ed il successo dell’Apple I attirò un investitore, Mike Markkula, che entra nella neonata azienda versando 250.000 dollari.[7] Grazie a questi soldi è possibile trasformare quel computer in un prodotto molto più raffinato e commerciabile: Jobs, infatti, desidera rendere l’informatica accessibile a tutti,[7] realizzando un computer utilizzabile da chiunque che funzioni appena tolto dalla scatola. Questo computer si chiama Apple II, probabilmente il primo computer veramente user-friendly.[8]

Wozniak lavora quindi al progetto dell’Apple I aggiungendo le caratteristiche che servono per migliorarlo, come la visualizzazione delle immagini a colori ed il suono. Curiosamente, queste caratteristiche sono elaborate da Wozniak mentre cerca di capire cosa mancasse al primo computer per far funzionare il videogioco Breakout, al cui sviluppo, tempo prima, ha lavorato quando ha già collaborato con Atari.[9] Per far sì che il computer sia veramente pronto all’uso si decide di racchiudere tutta l’elettronica in un unico contenitore. Per lavorare al progetto viene incaricato il progettista Jerry Manock che realizza il contenitore in modo da accogliere la scheda madre sotto alla tastiera: il corpo centrale del computer è più alto per lasciare lo spazio necessario all’alloggiamento delle schede di espansione, da inserirsi in slot interni. Per dare comunque un’idea di snellezza al computer, la parte su cui è posizionata la tastiera viene inclinata: in questo modo anche la digitazione risulta comoda, come su una macchina da scrivere. L’Apple II è inoltre il primo computer ad adottare un contenitore in plastica al posto di quelli in metallo in uso fino ad allora, per poter assecondare meglio le forme stilistiche del progetto. I primi modelli sono realizzati con plastica tinta di beige, ma dopo alcuni mesi inizia la produzione in ABS: ecco perché i primi modelli hanno nel corso degli anni perso la verniciatura e mostrano la plastica chiara sottostante.[10] Viene anche scelto un nuovo logo per l’azienda al posto di quello precedente, raffigurante Isaac Newton sotto ad un albero di mele. È contattata la società pubblicitaria Regis McKenna Agency ed il grafico Rob Janoff disegna, sotto la supervisione di Jobs, una mela stilizzata con un “morso” mancante e 6 bande colorate orizzontali, aggiunte per richiamare la capacità dell’Apple II di renderizzare grafica a colori. Il nuovo logo è inserito sulla targhetta con il nome del computer.[2]

Il computer è pubblicizzato sulle riviste con una illustrazione che mostra un uomo seduto in cucina al lavoro su un grafico azionario visualizzato dall’Apple II su uno schermo a colori ed una donna, in secondo piano, che gli sorride mentre sbriga alcuni lavori domestici:[10] si tratta del primo personal computer al mondo fatto su scala industriale.[11]

Hardwere:

Caratteristiche tecniche

L’Apple II è dotato di un microprocessore MOS 6502 funzionante alla frequenza di 1 MHz. La memoria RAM di serie ammonta a 4 kB, espandibili fino a 48 kB grazie a 3 zoccoli su cui è possibile installare chip da 4 o 16 kB l’uno. I primi 4 kB di RAM devono essere sempre presenti perché essi vengono utilizzati dal 6502, dalle routine presenti in ROM e per memorizzare il buffer video.[9] Il prezzo di vendita varia a seconda del quantitativo di memoria acquistato: si va da 1.298 dollari per quello con soli 4 kB di RAM fino ad arrivare ai 2.638 dollari del modello con 48 kB, passando per modelli intermedi con 8/12/16/20/24/32/36 kB.[8]

La ROM contiene le routine per gestire il video, un monitor per disassemblare il codice contenuto in memoria e l’Integer BASIC, un interprete BASIC così detto perché capace di effettuare calcoli solo con interi, disponibile fin dall’avvio della macchina.[9]

L’Apple II può generare un’immagine testuale di 40×24 caratteri con 16 colori oppure un’immagine grafica con una risoluzione di 280×192 pixel a 4 colori.[12] Il computer è dotato di serie solo dell’uscita video per il collegamento di un monitor: Jobs decise di non installare il modulatore RF che stavano sviluppando in Apple, e che era necessario per poter collegare l’Apple II direttamente ad un comune televisore domestico, a causa delle interferenze elettromagnetiche che l’apparecchio generava. Successivamente Jobs contattò la M&R Electronics affidandole lo sviluppo di un buon modulatore RF: questo modulatore, denominato “Sup’R’Mods”, era acquistabile a parte per 30 dollari dagli utenti che volevano vedere la grafica a colori offerta dal computer sul proprio apparecchio TV.[9]

Il gruppo di alimentazione è un altro punto di forza del computer. Esso è compatto e silenzioso perché non richiede nessuna ventola di raffreddamento. Jobs aveva pensato fin dall’inizio ad un computer silenzioso, che non disturbasse l’utente durante il suo funzionamento: l’adozione dei comuni alimentatori non poteva permettere di ottenere questo risultato per via della rumorosa ventola che era necessaria al loro raffreddamento. Contattò perciò Rod Holt, che realizzò un nuovo tipo di alimentatore, detto a commutazione, che non necessitava di nessuna ventola. Questo sistema di alimentazione fu così innovativo che fu poi adottato da molti computer costruiti in seguito.[11]

L’Apple II è dotato nativamente di un’interfaccia per pilotare un registratore a cassette. Il supporto ai floppy disk da 51/4 arriva solo nel 1978 con la messa in vendita dell’unità floppy denominata Disk II: il prezzo è di 595 dollari al pubblico, anche se Apple offre l’unità in preordine a 495 dollari prima dell’inizio ufficiale della sua commercializzazione.[13] Il primo disco rigido arriva solo nel 1985: è il ProFile, con capacità di 5 MB (al costo di circa tremila dollari). Il primo lettore di floppy da 3,5″ è invece l’Unidisk 3.5″, con 800 kB di capacità[14].

Data la semplicità costruttiva dei primi modelli, in particolare II e II+, nel mondo furono costruiti diversi cloni, alcuni realizzati sotto licenza Apple altri illegali.[15] Per contrastare questo fenomeno, Apple costruì i modelli Apple IIE e Apple IIC utilizzando chip realizzati ad hoc.

Scheda di espansione:

Un punto di forza del computer rispetto ai concorrenti dell’epoca, come il TRS-80 o il Commodore PET, è l’espandibilità: l’Apple II possiede 8 porte grazie alle quali è possibile installare schede di espansione che aggiungono funzionalità alla macchina. Il numero di porte è stato oggetto di discussione all’interno di Apple: Jobs voleva solo 2 porte, una per il modem ed una per la stampante, ma Wozniak insistette affinché le porte fossero 8, dato che la sua precedente esperienza lavorativa nel reparto computer di Hewlett-Packard gli aveva insegnato che gli utenti desiderano sempre qualcosa in più rispetto a quanto offerto di serie da una macchina.[9]

Grazie alle sue porte di espansione, l’Apple II è ampiamente personalizzabile. Tra le prime schede di espansione ad essere prodotte vanno citate: la Apple II Parallel Printer Interface Card, per collegare una stampante (una di esse, la “Silentype”, è prodotta direttamente da Apple ed è di tipo a carta termica a rullo); la Apple II Centronics Parallel Printer Card, dedicata a connettere le stampanti Centronics; la Apple II Communications Interface Card, per connettere un modem; la Apple II Serial Interface Card, per collegare periferiche seriali; la Apple II Super Serial Card, che sostituiva la Communication Card e la Serial Card. In seguito arriveranno altre schede, tra cui diverse schede per visualizzare 80 colonne di testo ed altre per aumentare le capacità grafiche dell’Apple II, come la Synetix SuperSprite, che introduce il supporto agli sprite. Diffuse sono anche le schede per aumentare la memoria: tra queste, molto nota è la Apple II Language Card che, oltre ad integrare l’Apple Pascal, permette di portare un Apple II con 48 kB di RAM a 64 kB grazie a 16 kB di memoria aggiuntiva. La Language Card permette anche di utilizzare altri linguaggi di programmazione oltre al BASIC ed al Pascal grazie al fatto che i 16 KB di RAM che monta vanno a sostituire i 16 kB di ROM del computer mediante la tecnica del bank switching, disattivando quindi il BASIC preinstallato. Un’altra famosa scheda è la Microsoft SoftCard, dotata del microprocessore Z80 grazie al quale l’utente può utilizzare sull’Apple II il sistema operativo CP/M ed i suoi programmi.[16

Software:

Sistema Operativo:

Inizialmente il computer è stato distribuito con solo il software sviluppato da Wozniak integrato in ROM, ossia l’interprete BASIC, il monitor, che permette, tra le altre cose, di lanciare programmi letti da un mangianastri, l’unica periferica di massa disponibile al momento del lancio dell’Apple II, e SWEET 16, un emulatore di una CPU a 16 bit che Wozniak ha utilizzato per semplificare la scrittura di alcune routine in ROM, ad esempio quella per rinumerare le righe dei programmi in BASIC. Il codice a 16 bit è più semplice da scrivere anche se l’emulazione lo rende più lento.[9]

Dopo l’inizio della commercializzazione, Wozniak inizia a sviluppare un’unità a dischi, la Disk II, ma questo compito gli richiede molto tempo e Wozniak e Randy Wigginton, il programmatore che gli sta dando una mano, non ha il tempo di scrivere un DOS molto raffinato perché l’unità deve essere presentata al Consumer Electronics Show nel 1978: il DOS che sviluppano può solo caricare dei file da posizioni fisse del disco.[17] Dopo la presentazione della Disk Il, fu contattata la Shepardson Microsystems per sviluppare un vero DOS: il contratto è stilato ad aprile per una cifra di 13.000 dollari, e la Disk II viene messa in commercio a metà del 1978 in abbinamento con la prima versione del sistema operativo (la 3.1), sviluppato da Wozniak insieme al programmatore Paul Laughton di Shepardson MicroSystems, chiamato Apple DOS.[17][18]

L’ultima versione dell’Apple DOS è stata la 3.3, pubblicata ad agosto del 1980. Dopo l’Apple DOS, la Apple inizia a lavorare ad un nuovo sistema operativo che ne risolvesse i limiti. L’Apple DOS è stato progettato per operare principalmente da BASIC, e se un programmatore vuole accedere al disco da un programma in linguaggio macchina deve fare uso di chiamate a basso livello a funzioni non documentate dell’Apple DOS stesso. Inoltre l’Apple DOS si rivela lento perché ogni byte letto dal disco passa per più memorie buffer prima di essere disponibile al programma che lo aveva richiesto. Infine, l’Apple DOS riesce a gestire solo l’unità a dischi Disk II per il quale è stato progettato: dato che per gestire i primi dischi rigidi disponibili per il computer bisogna applicare delle modifiche all’Apple DOS, diventa impossibile utilizzare più unità diverse sulla stessa macchina dato che le patch applicate per far funzionare un tipo di disco impediscono l’utilizzo di un altro tipo. E ciò era un fattore molto limitante.[19]

La soluzione è il ProDOS, pubblicato nel 1983, un nuovo sistema operativo capace di gestire più tipi di dischi differenti. Il ProDOS deriva dall’Apple SOS, il DOS dell’Apple III: rispetto all’Apple DOS, il ProDOS risulta 8 volte più veloce ed ha un sistema standard di accesso alle unità per cui può gestire tutte le nuove periferiche in circolazione, dai dischi rigidi ai nuovi floppy disk da 3,5″. Un’altra modifica introdotta con il ProDOS è stato l’abbandono del supporto all’Integer BASIC dato che il ProDOS si carica in memoria nelle stesse locazioni utilizzate dall’interprete BASIC.[19]

Mediante l’uso delle porte di espansione possono essere installate delle schede che permettono di eseguire altri sistemi operativi. Ad esempio, acquistando la Language Card viene fornito sia il linguaggio di programmazione Pascal sia il sistema operativo Apple Pascal, basato sull’UCSD Pascal creato dall’Università della California, San Diego (UCSD). Apple ha pubblicato quattro versioni di questo sistema, dalla 1.0 alla 1.3 del 1985.[19] Acquistando invece la Microsoft SoftCard, che monta un processore Zilog Z80, il computer può eseguire sia il sistema operativo CP/M sia tutti i software scritti per questo sistema. Il CP/M era all’epoca il sistema operativo di riferimento, essendone state vendute più di 600.000 copie, e la maggior parte dei software erano scritti per il CP/M:[20] supportarlo permetteva quindi l’accesso ad un vasto parco programmi scritti in esclusiva per questo sistema.[21

Il Regno Unito è in lutto per la morte del principe Filippo, marito della regina Elisabetta II. Ecco perché il popolo britannico è profondamente legato alla Royal Family.

Elisabetta II e il principe Filippo

Elisabetta II (21 aprile 1926) e il principe Filippo (10 giugno 1921 – 9 aprile 2021).

Sitografia: Focus.it

Il Regno Unito è in lutto per la morte del Principe Filippo, duca di Edimburgo. Il marito di Elisabetta II aveva 99 anni: era nato il 10 giugno 1921 ed era sposato con la regina dal 20 novembre 1947. La coppia reale ha avuto quattro figli: Carlo, Anna, Andrea ed Edoardo. Il popolo inglese è profondamente legato alla Royal Family, baluardo della tradizione ma anche esempio di una Corona che ha saputo adeguarsi alla modernità attraverso ben 69 anni di regno: era infatti il 6 febbraio 1952 quando Elisabetta divenne regina del Regno Unito, ricorrenza che tuttavia la sovrana non ha mai festeggiato dato che la sua assunzione al trono coincise con la morte del padre, Re Giorgio VI. 

Ma come si spiega il fascino che la monarchia britannica continua a esercitare sulla gente del suo Paese? Lo raccontiamo con God save the queen, articolo di Riccardo Michelucci pubblicato per la prima volta su Focus Storia 149 (aprile 2019).

God save the queen

Niente sembra poter scalfire il prestigio e la popolarità della Corona inglese. Nell’ultimo secolo è passata attraverso guerre, crisi istituzionali, scandali e divorzi mantenendo sempre intatto il suo fascino, sia in patria sia all’estero. Tra tutte le monarchie ancora al potere nel mondo, è forse l’unica che è riuscita ad adeguarsi alla modernità restando un baluardo della tradizione nazionale. «La forza dei reali britannici», spiega Sarah Gristwood, giornalista e storica inglese esperta di questioni riguardanti la monarchia del suo Paese, «è sempre stata quella di essere pronti a cambiare al momento opportuno, quando è la Storia a richiederlo». Basti ricordare il modo in cui la regina Elisabetta decise di partecipare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi del 2012. Ovvero recitando a fianco dell’attore Daniel Craig, che indossava i panni di 007. Appena tre anni più tardi, quello di Elisabetta è diventato anche il regno più longevo dell’intera storia del Regno Unito.

Vi consiglio “The Queen, Il Discorso Del Re” e “The Crown” trasmessa su Netflix

Marco R.

 

“Da Quassù La Terra è Bellissima, Senza Frontiere Ne Confini Vostok 1 Восток-1”

Sitografia: https://it.wikipedia.org/wiki/Vostok_1

Il 12 aprile 1961 il cosmonauta Jurij Gagarin divenne il primo essere umano a orbitare intorno alla terra con la missione spaziale Vostok 1.

Il Primo volo nello spazio durò 1 ora e 48 minuti e vide l’allora 27 enne Gagarin orbitare per la prima volta intorno allo spazio. Prima di lanciare l’uomo nelLo spazio furono pianificate diverse missioni con degli animali.

Il 19 agosto 1960, infatti, vennero portati con successo nell’orbita terrestre i due cagnolini Belka e Strelka. L’atterraggio avvenne il giorno successivo e i due animali, completamente incolumi, poterono essere recuperati. Era la prima volta che degli esseri viventi sopravvivevano al rientro dopo aver orbitato intorno alla Terra. La missione fu chiamata in occidente Sputink 5.

Fu il primo eroe russo e pionere delle missioni spaziali e fece capire come l’uomo poteva raggiungere lo spazio e infatti gli anni successivi ci furono le famose missioni americane che portarono l’uomo sulla luna in 6 occasioni diverse con le missioni apollo

Jurij Alekseevič Gagarin (in russo: Юрий Алексеевич Гагарин?; Klušino, 9 marzo 1934Kiržač, 27 marzo 1968)

Morirà giovane ad appena 34 anni in proncito di tornare nello spazio; un personaggio ancora adesso iconico e di ispirazione per le generazioni future

 

 

Tom Jerry l’eterno inseguimento tra gatto e topo

Tom & Jerry

Questo Lunedì vi voglio presentare il film Tom&Jerry del 2021 con disegni animati e persone vere il cosidetto il live action.

Sito:https://www.empireonline.com/movies/reviews/tom-and-jerry-the-movie/

Per chi non lo sapesse, Tom e Jerry sono gli OG Itchy & Scratchy. In circa sette minuti inventivi, lividi e gloriosi avrebbero tentato di battersi a vicenda fino a quando Jerry non avesse vinto o il combattimento fosse continuato fuori dallo schermo. Nella sua corsa classica dal 1940 al ’58, guidati da William Hanna e Joseph Barbera, i ‘toon titans hanno vinto sette Academy Awards e hanno ridefinito il cartone animato in forma abbreviata. La brevità è la chiave per Tom & Jerry, ed è solo uno dei motivi per cui qualsiasi iterazione dei personaggi è destinata a fallire. Dopo un film del 1992 completamente animato (imperniato attorno al peccato cardinale dei due nemici che diventano amici), questo ultimo tentativo, diretto da Tim Story (Fantastic Four, Ride Along), è un ibrido animazione-live action che diluisce qualsiasi spirito dell’originale sellando attori solitamente simpatici con un tedioso scherzo basato sull’uomo per un tempo di esecuzione di 98 minuti. Sono almeno 91 minuti di troppo.

La trama monotona vede la millenaria disoccupata Kayla (Chloë Grace Moretz) trovare un lavoro nell’elegante hotel di Manhattan The Royal Gate, principalmente per aiutare con il matrimonio dell’alta società di Preeta (la star di Bollywood Pallavi Sharda) e Ben (Colin Jost), il più grande evento nella storia dell’hotel. È a questo punto che il topo senzatetto Jerry prende residenza nell’hotel, portando Kayla a convincere il direttore dell’hotel Mr Dubros (Rob Delaney) e il suo seguace Terence (Michael Peña) ad assumere Tom, il gatto che suona il piano, per catturare il roditore prima del grande giorno . Quello che segue è una sfilza di inseguimenti e massacri al gatto e al topo standard: l’atrio di vetro centrale dell’hotel verrà distrutto? – mescolato a noiosi scenari di film di matrimonio (un anello si perde, vengono espressi dubbi su una celebrazione stravagante) prima che tutto si trasformi inevitabilmente nella cerimonia in cui tutte le scommesse su cosa accadrà all’enorme torta sfornata dall’aspirante stella Michelin lo chef Ken Jeong. La grande idea del film è che mentre si svolge nel mondo reale, ogni animale, dai piccioni (che cantano stranamente il successo degli anni ’90 di A Tribe Called Quest ‘Can I Kick It?’ Nei titoli di coda) ai pesci rossi agli elefanti, è animato e la maggior parte può parlare (Tom e Jerry no, la legge dei personaggi). È un grande cambiamento rispetto all’animazione, che era decisamente dal punto di vista degli animali, al mondo umano accennato mostrando i personaggi dal ginocchio in giù. Il film fa un lavoro decente mescolando tecniche CGI con una sensazione di penna e inchiostro, ma i personaggi si sentono ancora meno integrati nell’azione dal vivo rispetto ai cartoni di Chi ha incastrato Roger Rabbit 33 anni fa.

Fortunatamente (e sorprendentemente) il film non tira i pugni nel reparto violenza (anche se è strano vedere un vero ferro entrare in una faccia di cartone animato) – una scena in cui Tom è costantemente fulminato su un filo telefonico ha una cattiveria che ricorda l’apogeo di Hanna-Barbera. Ci sono dei bei momenti – il minuscolo biglietto da visita profumato di Jerry – e il film dà il meglio di sé quando si limitano a riprodurre gag dei classici, specialmente il momento di Jerry’s Diary in cui Jerry stuzzica la curiosità di Tom solo per prenderlo a pugni dritto negli occhi. Ma l’impressione prevalente qui è quella di complotti stanchi, personaggi magri e assenza di scintilla o arguzia. Tom & Jerry non ha bisogno di un universo (umano) espanso. È solo un gatto che cerca e (soprattutto) non riesce a picchiare un topo. Prima i registi lo imparano, meglio è

Commento:

Il topo Jerry si trasferisce nell’elegante hotel di New York The Royal Gate alla vigilia del matrimonio del secolo tra la mondana Preeta (Pallavi Sharda) e Ben (Colin Jost). Kayla (Chloë Grace Moretz), dopo aver recentemente fatto la sua strada allo staff dell’hotel, convince la direzione ad assumere Tom il gatto per catturare il roditore e salvare la situazione.

I live action a me personalmente non mi fanno impazzire ma non vuol dire che li disprezzo questo Tom e Jerry si è rivelato un film con una morale moderna e il classico inseguimento tra gatto e topo come ho accento nel titolo sopra. In questo film è anche presente un cameo di paolo bonolis che rende ancora più divertevole il film.C’è anche il confronto tra il direttore delle crimonie e Kayla la classica millenials che vuole tutto e subito con poca fatica ma alla fine matura e scopre che diregere delle nozze così importanti non è poi un lavoro così facile e chiede l’aiuto di Tom per catturare il topo Jerry se no rischia il licenziamento dall’organizzazione e se guardarete il film scoprirete come questi eventi siano così divertevoli…

Marco R.

Zack Snyder’s Justice League

From left, Jason Momoa, Ray Fisher and Ezra Miller in “Zack Snyder’s Justice League.”

Sitografia: https://www.nytimes.com/2021/03/15/movies/justice-league-snyder-cut-review.html

Nessuno conosce la speranza come un fan: spero che il tuo scrittore preferito non deluderà con il prossimo capitolo, spero che un personaggio trionferà, spero che gli eroi salveranno la situazione. La speranza è racchiusa nelle pagine delle storie dei fumetti, che spesso sottoscrivono la convinzione che il bene e il male esistono in un binario chiaro e che una luce brillerà sempre, anche nei giorni più bui. So che ti sto portando fuori strada, iniziando questa recensione dell’estesa “Justice League” di Zack Snyder tagliata con speranza quando ciò che segue suonerà più come disperazione. Eppure la speranza è al centro di questa maratona di quattro ore di un film – ed è anche ciò che non riesce a capire. Ma iniziamo con la storia, che potresti già conoscere dall’uscita nelle sale del 2017. (Quella versione del film è stata rilevata dal regista Joss Whedon, e i fan hanno chiesto il ripristino dell’originale di Snyder.) Superman (Henry Cavill) è morto, dopo gli eventi di “Batman v Superman” e un guerriero alieno Steppenwolf (Ciarán Hinds) ha viaggiato sulla Terra per raccogliere tre Scatole Madri, fonti di infinite energie distruttive (e rigenerative) che, se combinate in una “Unità”, possono distruggere un intero mondo. Batman (Ben Affleck) recluta tutti i supereroi che riesce a trovare – Wonder Woman (Gal Gadot), Aquaman (Jason Momoa), Flash (Ezra Miller), Cyborg (Ray Fisher) e, in seguito, un Superman risorto – per fermare l’imminente apocalisse.

Il tempo di esecuzione sovradimensionato consente alla stanza narrativa di allungarsi, nel bene e nel male. Per il meglio: c’è un’ambiziosa mitologia al lavoro, che rivela l’epopea che Snyder aveva immaginato e ripristina dettagli di costruzione del mondo come il modo in cui Wonder Woman scopre il piano di Steppenwolf e l’estensione della connessione di Cyborg con le Scatole Madri. Per il peggio: Snyder arranca anche attraverso un’esposizione apparentemente infinita (e inutile), aggiungendo abbastanza retroscena per ogni eroe della Justice League per spingerci a investire in questi personaggi, quindi ci preoccupiamo quando finalmente indossano le maglie della squadra e escono sul Tribunale.

Ma Snyder non è mai stato uno per le sfumature. “La Justice League di Zack Snyder” è diviso in sei parti (per i sei membri della Justice League, capito?) E un epilogo faticosamente lungo pieno di trame abbastanza prese in giro e volti sia nuovi che familiari (Deathstroke! The Martian Manhunter! Lex Luthor! Il Joker!) Per mantenere il franchise fino a … beh, la prossima fine del mondo. Ma per ora, ecco un’orgia indelicata di effetti speciali, scene di combattimento gravate da attacchi al rallentatore impostati sulla colonna sonora instancabile di Tom Holkenborg. Altre esplosioni! Altri impalamenti! Più decapitazione! Il film sembra volere di più di tutto tranne la qualità di cui ha più bisogno, ma non riesce a comprendere appieno. Sì, sono tornato a sperare. Il film è allacciato all’idea: il primo assalto alla Terra è stato fermato da un’unione in stile “Return of the King” di umani, dei, Amazzoni e Atlantidei, quindi sappiamo che il lavoro di squadra è l’unico modo per far funzionare il sogno, com’era. E gli eroi capiscono che il caos è iniziato solo quando Superman è morto: la sua risurrezione, decidono, è il miglior piano d’azione non solo per il suo potere ma per la speranza che rappresenta. Quindi ecco che arriva Superman, il nostro eroe ex machina: un Übermensch maschio bianco come immagine predefinita di speranza e salvezza, letteralmente resuscitato dai morti. Nonostante gli altri potenti e carismatici eroi del roster (Gadot e Momoa sono ancora intriganti da guardare, anche nelle sequenze meno lusinghiere), “Justice League” non riesce a vedere oltre l’uomo con una S sul petto.

Commento personale: Zack Snyder mi ha stupito con la versione estesa di quattro ore della justice league perchè all’inizio quando era uscito il film normale io lo avevo un po’ sottovalutato essendo un universo in via di espansione con attori nuovi ad esempio gal gadot una bellissima donna che interpreta Wonder Woman che abbiamo già conosciuto in Wonder Woman 1984 e un altro attore è Ezra Miller il flash di central city che conosciamo come Barry Allen interpretato anche da un altro attore nel canone di arrow flash dc legends of tomorrow e supergirl. I miei supereroi preferiti sono Wonder Woman principessa delle amazzoni, Flash l’uomo più veloce al mondo Batman cavaliere di Gotham e il commissario Jim Gordon tra i super villan, il noto Lex Luthor e il pluricarcerato del manicomio di Arkham il principe della risata e del crimine, il joker interpretato da Jared Leto con un look meno credibile rispetto alla figura di Joaquin Phoenix in poche parole devono fermare Steppenwolf e il suo padrone dark side dall’invasione della terra e proteggere le scatole madri dall’invasore.