L’ ABC della Riabilitazione Psichiatrica

 

L’obiettivo globale della riabilitazione psichiatrica è di fare in modo che le persone con disabilità psichiatrica abbiano le massime opportunità di recuperare una vita quanto più normale possibile. Essa fornisce una gamma di interventi che rendono possibile alle persone disabili di utilizzare quelle abilità cognitive, emotive, sociali, intellettive e fisiche necessarie a vivere, imparare, lavorare e funzionare quanto più normalmente e autonomamente possibile nella comunità con la minima inferenza da parte dei sintomi. Il tipo e l’entità degli interventi variano sulla base del disturbo psichiatrico e del grado di disabilità, delle differenze per intelligenza, capacità di apprendimento, competenza sociale, funzionamento cognitivo, processo di crescita, retroterra culturale ed etnico, classe sociale e risorse economiche, supporto familiare e soddisfazione rispetto all’attuale qualità di vita. Inoltre, variazioni nella disponibilità dei Servizi di Salute Mentale e delle risorse della comunità determinano quanto e con che velocità ogni persona percorrerà la strada verso il recovery. Il processo di recovery si configura essere un viaggio volto alla liberazione dai sintomi attraverso “l’avere di nuovo una vita”. Gli elementi alla base di una vita normale nella comunità sono: le relazioni, attraverso le quali si condividono esperienze, sentimenti e sogni, l’empowerment, il rispetto per se stessi che deriva dalla partecipazione, dal successo e dai risultati, la famiglia, caratterizzata da relazioni positive con affetto e considerazione reciproca, attività ricreative, partecipazione ad attività svolte nel contesto comunitario, istruzione, apprendimento delle conoscenze e delle abilità richieste per vivere autonomamente, in un’ultima analisi, l’elemento spirituale, fondamentale per recuperare il senso di sé e credere di non essere soli, e la speranza, credere in un miglioramento personale (Liberman,1991).

Il processo riabilitativo comprende tre fasi che si sovrappongono tra loro e che ricompaiono per tutto il periodo durante il quale il paziente ricorre al servizio (Anthony, Cohen, 1983). La fase di progettazione avviene attraverso interviste diagnostiche e di assessment, inventari, informatori, dati storici, role play osservazioni comportamentali dirette. La fase di pianificazione del progetto riabilitativo specifica come la persona o l’ambiente devono cambiare per raggiungere gli obiettivi prefissati. Il progetto specifica grado per grado le abilità che la persona deve acquisire per adeguare il proprio livello di funzionamento a quello richiesto dall’ambiente. Ancora, il progetto risulta flessibile in relazione ai cambiamenti che si verificano durante il percorso ed identifica le persone responsabili dell’attuazione delle varie parti. Infine, nella fase di intervento, il progetto riabilitativo ha lo scopo di aumentare le abilità dell’individuo e di rendere l’ambiente più supportivo (Liberman, 1997).

I principi della riabilitazione psichiatrica enunciati da Liberman (1991) sono sette.

Il primo obiettivo enuncia l’importanza di fornire ai pazienti psichiatrici le migliori pratiche e trattamenti riabilitativi al fine di accelerare il processo verso il recovery. Questi includono: il coinvolgimento dei pazienti e dei loro familiari nella valutazione funzionale, i trattamenti farmacologici e psicosociali basati sulla prova, gli interventi di incremento della motivazione, i programmi strutturati e supportivi in ambito lavorativo, scolastico e abitativo, ancora, l’insegnamento e il miglioramento delle capacità di coping, di comunicazione e di problem solving sia dei pazienti che dei familiari, il case management a lungo termine, proattivo, intensivo, flessibile e di durata non limitata che si pone come scopo l’utilizzazione delle abilità necessarie per l’integrazione sociale, infine, la collaborazione con amministratori e dirigenti di Servizi di Salute Mentale.

Il secondo obiettivo enuncia la necessità di ridurre o superare menomazioni, disabilità e handicap attraverso l’integrazione di trattamenti farmacologici e psicosociali con interventi di advocacy per migliorare le pratiche in ambito clinico, lavorativo, scolastico e le politiche governative. Ciò è possibile attraverso l’insegnamento di abilità sociali e di vita in autonomia tramite specifiche tecniche di training e insegnamento, da una parte, e attraverso interventi di supporto, il case management dall’altra parte.

Il terzo obiettivo enuncia l’importanza dell’individualizzazione dei trattamenti. Questi devono essere bilanciati con i livelli di funzionamento cognitivo, comportamentale e sociale dell’individuo. Ancora, tali trattamenti devono essere flessibili in relazione ai cambiamenti che coinvolgono l’individuo stesso.

Il quarto obiettivo enuncia il bisogno di coinvolgere attivamente pazienti e familiari nella pianificazione e nella partecipazione al trattamento. La partnership tra paziente, famiglia e terapeuta inizia con la valutazione iniziale e prosegue in tutte le successive fasi caratterizzanti il processo riabilitativo. Essa promuove la sicurezza e aumenta l’ottimismo e la speranza di un futuro migliore. Il coinvolgimento attivo dei protagonisti del processo riabilitativo rende la riabilitazione più efficace e il recovery più rapido.

Il quinto obiettivo enuncia l’importanza dell’integrazione e del coordinamento degli interventi per promuovere il progresso verso il recovery. Si individuano tre livelli di integrazione. Innanzitutto, l’integrazione a livello del paziente: i pazienti hanno bisogno di informazioni per comprendere come i trattamenti psicosociali e i farmaci possano essere utili o ostacolarsi reciprocamente. Da una parte, gli effetti collaterali dei farmaci, ad esempio la sedazione e il tremore, possono interferire con i trattamenti psicosociali. Questa situazione richiede degli aggiustamenti, modificando la dose o il tipo di farmaco con o senza cambiamenti del trattamento psicosociale. Dall’altra parte, un intervento psicosociale sovra-stimolante può scatenare un’esacerbazione di sintomi psicotici o depressivi che richiede una modifica del trattamento psicosociale e/o di incrementare la terapia farmacologica. In secondo luogo, l’integrazione a livello dell’equipe curante: risulta necessario integrare le informazioni che si ottengono dai vari membri dell’equipe multidisciplinare riguardanti la storia del paziente, i sintomi, la diagnosi, il funzionamento psicosociale, l’assetto cognitivo, le relazioni familiari, il funzionamento lavorativo o scolastico e i progressi del paziente stesso. La collaborazione clinica tra i servizi può funzionare abbastanza bene se i rappresentanti di ogni ente si conoscono, imparano a rispettarsi e a fidarsi reciprocamente e mantengono comunicazioni regolari rispetto ai rispettivi interventi che offrono al paziente. In terzo luogo, l’integrazione a livello organizzativo: risulta fondamentale lo stanziamento di fondi adeguati da parte di coloro che mettono in atto i piani politici ed economici. Le restrizioni cui vanno incontro i finanziamenti per la salute mentale sia nel settore pubblico che privato hanno conseguenze rischiose per il miglioramento dei servizi e per il recovery a lungo termine.

Il sesto obiettivo enuncia il fondamento di improntare il processo riabilitativo sulla base dei punti di forza, degli interessi e delle capacità del paziente. L’empowerment è favorito dal grado in cui i pazienti sono capaci di esercitare le loro abilità nella vita quotidiana. Contemporaneamente, tale capacità dipende dai terapeuti, dai familiari e dagli amici.

Il settimo e ultimo obiettivo afferma che la riabilitazione richiede tempo, procede gradualmente e richiede perseveranza, pazienza e resilienza da parte dei protagonisti attivi del processo riabilitativo (Liberman, 1991).

“L’impossibile può diventare possibile”

 

Colloquio immaginario tra Franco Basaglia , Vincent van Gogh e Antonin Artaud*

Questa volta vi proponiamo un interloquire fra tre innovatori nell’ambito della pittura, del teatro, della salute mentale, ovvero Vincent van Gogh, Antonin Artaud e Franco Basaglia attraverso i loro scritti alla ricerca di….  una realtà liberata,                                                                                                                                                              come diceva Aldo Capitini, il quale era persuaso della compresenza dei vivi e dei morti nello sforzo di creare un’aggiunta di valori per una realtà più giusta e libera nella prassi.   Che l’ordine della società non si attui più con l’allontanamento della persona scomoda, del suo “sacrificio”. Che sia piuttosto una libera aggiunta di tutti, uomini, donne, animali, sani e malati.

 

F.B.: Il manicomio è pieno di gente che non è, perché non ha.
* V. v. G.: Qualcuno avrà seguito per un certo tempo lo svolgersi gratuito della grande “università della miseria”e avrà notato le cose che gli sono capitate sotto gli occhi, che ha intese con le sue orecchie, e ci avrà riflettuto sopra e finirà per credere e per apprendere più di quanto possa egli stesso dire.
* F.B.:Il mio destino è legato al destino di chi non ha!
* V.v.G: Amare un amico, una persona, una cosa, quello che vuoi tu, e tu sarai sulla buona strada per saperne di più, ecco ciò che mi dico. Ma bisogna amare di intima simpatia interiore, con volontà, con intelligenza e bisogna sempre cercare di approfondire la conoscenza in ogni senso.
* F.B.: C’è la necessità che il cambiamento parta da ognuno di noi, che da domani la nostra pratica sia diversa.
* V.v.G.: Ad Arles ,alla “casa gialla”, volevo che quella fosse per tutti la casa della luce, una grande idea di fare un falansterio di amici pittori che condividessero la vita , i soldi, le idee, per dipingere la nuova pittura solare.
* F.B.: Per noi invece il problema era quello di trasformare la scienza in nuova scienza, trovare nuove risposte alla classe oppressa che abitava il manicomio. La cosa non è stata facile perchè l’ oppresso non ha voce, e trovare il codice della non voce è stato molto difficile…
* V.v.G.:Giunse solo Gauguin, in ottobre, troppa elettricità fra noi, sei mesi insieme a lavorare, gli devo molto, un amico, un artista strano, uno straniero.., insomma è difficile frequentarlo senza sentire una certa responsabilità morale. Alcuni giorni prima di separarci , quando la mia malattia mi ha obbligato a entrare nella casa di cura, ho tentato di dipingere “il suo posto vuoto”.
* F.B.: Scoprimmo che il nostro lavoro non poteva limitarsi ai malati e alla follia, ma dovevamo lavorare soprattutto con la popolazione.
* V.v.G.: Infatti fui internato a causa di una petizione popolare…
* A.A.:PARLIAMO PURE DELLA BUONA SALUTE MENTALE DI VAN GOGH IL QUALE, IN TUTTA LA SUA VITA SI E’ FATTO SOLO CUOCERE UNA MANO E NON HA FATTO ALTRO PER IL RESTO, CHE MOZZARSI UNA VOLTA L’ ORECCHIO SINISTRO.
* F.B.: Io parlerei di “crisi vitale”, non di schizofrenia..
* A.A.: Le cose vanno male perchè la coscienza malata ha un interesse capitale in quest’epoca a non venir fuori dalla propria malattia. E’ così che una società tarata ha inventato la psichiatria per difendersi dalle investigazioni di certe lucide menti superiori le cui facoltà divinatorie la infastidivano.
* F.B.: Dal punto di vista del sapere lo psichiatra è il medico più ignorante. Cos’è la follia?E’ la diversità o la paura della diversità. C’è più che altro un rapporto di potere. A Trieste, nel momento in cui gli abitanti della periferia e lavoratori della fabbrica cominciavano a partecipare con noi alla vita del centro, capivano ciò che stava succedendo e il preconcetto sul folle spariva o diminuiva. Il malato è più terapeutico del medico.
* V.v.G.: Sia nella figura che nel paesaggio vorrei esprimere non una malinconia sentimentale, ma il dolore vero. Voglio che la gente dica delle mie opere:”sente profondamente, sente con tenerezza”- malgrado la mia rozzezza e forse persino a causa di essa…Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente?Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole-qualcuno che non ha posizione sociale né ne avrà mai una, in breve,l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno. Questa è la mia ambizione che, malgrado tutto, è basata meno sull’ira che sull’amore, più sulla serenità che sulla passione. E’ vero che spesso mi trovo nello stato più miserando, ma resta sempre un’armonia calma e pura, una musica dentro di me. Vedo disegni e dipinti nelle capanne più povere, nell’angolo più lurido. E la mia mente è attratta da queste cose come da una forza irresistibile.
* A.A.: NO, van Gogh non era pazzo,MA LE SUE PITTURE ERANO PECE GRECA, BOMBE ATOMICHE… Perchè la pittura di van Gogh. Non attacca un certo conformismo di costumi, ma il CONFORMISMO stesso delle istituzioni.
* F.B.:Aprire l’istituzione, noi vogliamo cambiare questa società dove l’omicidio, per esempio in fabbrica o sul lavoro in generale, è legalizzato. Si dice che il malato mentale è pericoloso e può uccidere. Ma se il padrone costruisce un’impalcatura non protetta e l’operaio cade e muore, chi dei due è più pericoloso?
* A.A.: E che cos’è un alienato autentico? E’ un uomo che ha preferito diventare pazzo, nel senso in cui lo si intende socialmente, piuttosto che venir meno a una certa idea superiore dell’onore umano. La società degli esseri è un vampiro che non vuole andarsene e che è legato nervo a nervo e fibra a fibra al proprio oggetto: lo sfruttamento indefinito del corpo dell’uomo umano.
* F.B.: In un certo senso , viviamo in una società che sembra un manicomio e siamo… internati che lottano per la libertà. Dobbiamo capire insieme con gli altri quello che dobbiamo fare e non dirigere gli altri in un modo o nell’altro, perchè facendo così saremmo noi stessi nuovi padroni.
* V.v.G.: Pare che nel libro “La mia religione “ Tolstoj insinui che, benchè non si tratti di una rivoluzione violenta, ci sarà anche una rivoluzione intima e segreta fra i popoli, dalla quale nascerà una religione nuova, o piuttosto, qualcosa di assolutamente nuovo, che non avrà nome, ma che servirà lo stesso a consolare, a rendere la vita possibile, come fece un tempo la religione cristiana.
* F,B.: Lavorare al cambiamento sociale significa essenzialmente superare i rapporti di oppressione e “vivere” la contraddizione del rapporto con l’altro, accettare la contestazione, dare valenza positiva al conflitto, alla crisi, alla sospensione del giudizio, all’indebolirsi dei ruoli e dell’identtà.
Quando il medico accetta la contestazione del malato..
* A.A.: Ah sì? E soprattutto non mi si faccia più l’elettroshock per debolezze che si sa benissimo non sono fuori del controllo della mia volontà, della mia lucidità, della mia intelligenza personale. BASTA, BASTA ancora basta con questo traumatismo di punizione. Ogni applicazione d’elettroshock mi ha immerso in un terrore che durava ogni nuova applicazione senza sentirmi disperato, perchè sapevo che ancora una volta avrei perso coscienza e mi sarei visto per un giorno intero soffocare in mezzo a me senza riuscire a riconoscermi, sapendo perfettamente che ero da qualche parte, ma il diavolo sa dove, e come se fossi morto.
* F.B.:I diritti vanno conquistati appunto, non concessi dall’alto altrimenti possono essere revocati. Dicevo quando si sta nella contraddizione, quando l’uomo accetta la donna nella sua soggettività, può nascere quello stato di tensione che crea una vita che non si conosce e che rappresenta l’inizio di un nuovo mondo. Dal pessimismo della ragione all’ottimismo della pratica. Lo diceva anche Gramsci, così possiamo cambiare, altrimenti rimarremmo sempre schiavi dei dittatori, dei militari e dei medici.
* A.A.: Sì, sì, Il post-scriptum ce lo metto io, Van Gogh non è morto per uno stato di delirio proprio, nel panico di non farcela, ma invece ce l’aveva appena fatta,e aveva appena scoperto cos’era e chi era, quando la coscienza generale della società, per punirlo di essersi strappato ad essa, lo suicidò. Perchè la logica anatomica dell’uomo moderno è proprio di non aver mai potuto vivere, né pensare di vivere, che da invasato.
Ringraziamenti: a Franco Basaglia per le “CONFERENZE BRASILIANE”, 1979
a Vincent van Gogh per le sue numerose lettere a Theo e non solo,1881-’90
ad Antonin Artaud per “Van Gogh, il suicidato della società”,1947.

Antonin Artaud: nacque a Marsiglia nel 1896 e morì nel 1948. Fu scrittore, poeta. attore teatrale e cinematografico. E’ l’autore di un testo famoso “ Il teatro ed il suo doppio, che teorizza un ribaltamento completo dei fondamenti dell’arte drammatica (Teatro della crudeltà). Partecipò inoltre al movimento surrealista, a cui fornì i testi più spregiudicati e radicali. Nel 1936 abbandonò il teatro per compiere un viaggio in Messico che costituì l’avvenimento decisivo della sua vita. Il ritorno in Francia, un anno più tardi, segnò la rottura con “Questo mondo, in cui, a parte il fatto di avere un corpo, di camminare, di coricarsi, di vegliare,di dormire, d’essere nell’ ombra o nella luce ( e anche la luce è dubbia), tutto è falso “. E’ una rottura , ma soprattutto una ribellione, un rifiuto sistematico di ogni realtà concreta, che lo condurrà, dopo un viaggio in Irlanda nel 1937, ed una serie di avvenimenti rimasti misteriosi, ad essere internato per nove i anni come pazzo. La sofferenza, le privazioni di questo periodo durato fine al 1945, contribuirono a rendere più esacerbate e violente le ultime manifestazioni di un’introspezione che egli conduceva da anni con insolito rigore.
Nel 1947 apprese di un articolo di interpretazione medico- psichiatrica della vita e delle opere di Vincent e s’arrabbiò molto, si fece accompagnare all’ Orangerie a vedere i suoi quadri poi scisse il libro “Van Gogh il suicidato della società” e lo dettò secondo una “scrittura orale” in cui improvvisava.

Intervista a Fanny Zangelmi, familiare

Per la nostra rubrica “Ma esiste veramente un “fuori”?” abbiamo intervistato Fanny Zangelmi, familiare.

1. Nel quarantesimo anniversario della chiusura dei manicomi quale impatto ha avuto questo sui familiari?

Allora, intanto non è il quarantesimo anniversario della chiusura dei manicomi. Nel senso che la chiusura è stata sancita nel ’99, questo per dire quanto sia stato un processo lungo. Sui familiari ha avuto effetti positivi, secondo me, ma alcuni li hanno vissuti anche come negativi, nel senso che si sono visti ritornare la persona a casa ingestibile, con i motivi per cui l’avevano allontanata. Per me l’effetto positivo è che è stato restituito alla comunità, quindi alla famiglia e alla comunità sociale, il problema, nel senso che prima si risolveva semplicemente allontanando la persona, recludendola, ma intanto il problema era risolto perchè era là. Però ripeto, la chiusura è stata sancita nel ’99, non nel ’78 quando la legge Basaglia è stata promulgata.

2. Come vede il ruolo del familiare nel progetto terapeutico dell’utente?

Allora, le relazioni costruiscono la persona e allo stesso tempo la indeboliscono, il portatore del problema è quello che scoppia, ma in realtà il problema è sempre tra più soggetti. Quindi, il progetto terapeutico non è verso l’utente, ma verso il contesto in cui l’utente vive, quindi è anche un progetto che può coinvolgere i familiari in una riparazione di relazioni che invece non erano funzionali, ma che anzi scatenavano problemi. Il ruolo del familiare lo vedo nell’idea che laddove si sia creato un problema di relazione si possa, intervenendo da terzi, ricostruire relazioni più sane, cambiando gli atteggiamenti sia della persona designata, l’utente, sia del familiare, quello che accompagna il malato. In realtà, se è la relazione che non funziona sono un po’ tutti e due utenti e tutti e due familiari, nel senso che è nella relazione che si interviene.

3. Lei pensa che le terapie familiari che stanno venendo fuori recentemente siano positive?

Certamente, tutto quello che rimette in discussione il sistema di relazioni può essere positivo se, appunto, gestito con buon senso. Accettazione, non accettazione, sono tutti meccanismi di relazione dove ci sono responsabilità degli adulti, ma non necessariamente colpe. Le responsabilità dei familiari e degli utenti sono viste come responsabilità nelle relazioni più intime. I sentimenti che muovono le relazioni sono più quelli dell’aggressività e del rifiuto, che poi portano alla riconciliazione.

4. Sulla base della sua esperienza come vede l’istituzione della figura dell’amministratore di sostegno?

Io sono un amministratore di sostegno che ha imparato e accettato con le sue fragilità e con quello che può il suo ruolo. Quindi io la vedo molto positivamente per come è stata concepita nella legge, ma molto criticamente per come viene utilizzata. La legge sull’amministratore di sostegno doveva sostituire la figura del tutore o curante. Queste ultime due figure dovevano sparire dalla legislazione, così come la sparizione dei manicomi, nell’idea della creazione di servizi territoriali. Poi in realtà questa figura viene richiesta dalle istituzioni esattamente come la tutela dell’interdetto. E’ molto bella viverla nel senso delle relazioni che dicevo all’inizio, un’esperienza molto positiva se i tribunali, le associazioni lavorano nel riparare e mettere a fuoco i contesti e le relazioni. Molto negativa, invece, se le istituzioni ne abusassero, ritenendo così interdetta una persona.

5. Qual’è la differenza del lavorare tra i servizi di Modena e di Mantova?

Enorme. Intanto la differenza di contesto: la regione Lombardia dà maggiori finanziamenti agli istituti, al contrario l’Emilia Romagna ha una politica diversa. La realtà della Lombardia mi allena ad accorgermi dei deficit dell’Emilia Romagna e a poter muovermi in un contesto più difficile grazie alla frequentazione di una rete di associazioni e organizzazioni.

6. Pensa che una persona che attraversa il mondo della salute mentale possa riacquisire pari dignità nella vita?

Io penso che da adesso, con le basi che ci sono state, dalla Legge Basaglia in poi, al processo del “fareassieme”, non la dovrebbe neanche perdere la dignità. Il lavoro di riparazione dovrebbe essere finito con la generazione di chi ha subito di più e quindi adesso dovrebbe esserci una comunità che riesca a non far perdere la dignità all’utente, al famigliare, al datore di lavoro… La cosa importante è capire come integrare tra loro le diversità con rispetto reciproco. Tutti gli attori coinvolti sono responsabili delle proprie azioni.

7. Cosa pensa si potrebbe fare per migliorare l’inclusione sociale delle persone seguite dai servizi di salute mentale?

Far sì che i servizi assumano un’utenza larga e che si mettano in relazione diretta o non con la comunità al fine di creare meno torri e meno protezioni, anche per chi deve essere protetto, certo. La protezione fa parte del vivere in comunità, insieme alla libertà, responsabilità e dosare sempre la protezione, che è quella che toglie personalità. Quell’attenzione e quel buon senso del rapporto tra soggetti, comunità, tradizioni, il sapersi muovere relativizzando se stessi, senza pensare di salvare il mondo, come a volte certi psichiatri pensano.

“FACCIAMO PANCHINE DI NEVE”

Assunta Signorelli , praticare la differenza

 

E quale differenza maggiore se non quella femminile? Scomoda psichiatra femminista, Assunta ha fatto la storia del movimento basagliano, ma raramente viene citata, se non fosse morta il 3 novembre 2017, nessuno l’avrebbe ricordata nel “pirotecnico”encomio del quarantennale della legge 180 che ricorre su diversi mezzi di informazione.

Entrò a 20 anni come volontaria, non era ancora laureata, nel manicomio di Colorno dove aveva una stanza. Racconta Assunta che osservò come gli operatori si comportassero diversamente fuori del l’istituto, i ricoverati avevano perduto lo statuto di persone, erano oggetti. Tale situazione la ritrovava al giorno d’oggi all’interno dei CPO nei quali faceva volontariato. Bisognava dare voce agli /alle straniere, così come la si era data ai matti.

Dalla  lotta al manicomio si era passati alla salute mentale di comunità a Trieste e amava citare la “Comunità di destino” descritta da Bonomi e Borgna (E. Borgna, Come se finisse il mondo,1992), perchè diceva,” la tua libertà è la mia libertà, la tua possibilità di esprimerti è la mia possibilità di esprimermi”. Dirigeva il servizio di Diagnosi e cura a S.Giovanni e notava come le emergenze diminuissero quando il personale era sufficiente a garantire assistenza a domicilio e attenzione ai risvolti sociali del disagio. Direttora per poco del dipartimento , era stata costretta ad andare in pensione, asseriva lei, per discriminazione subita nella carriera lavorativa.

 

Era  un po’ critica nella valutazione della psichiatria dopo Basaglia, affermava che senza accorgersene, ci si era chiusi per difendere qualcosa che si era conquistato e ci si era istituzionalizzati. La medicina è ormai medicina difensiva, con protocolli che servono soprattutto a proteggere il medico, l’operatore; denunciava una esternalizzazione crescente e una parcelizzazione delle cure che aumenta la sensazione di esclusione e alienazione dell’utente, che non si sente riconosciuto come altro/altra della relazione .

“Franco diceva: la nostra forza sta nel costruire panchine di neve che d’inverno si sistemano e d’estate si sciolgono al sole. Ad un certo punto queste panchine sono diventate di ferro.

 

Dal ’92 al 2000 Assunta ha fondato e collettivamente gestito il Centro Donna a Trieste, l’esperienza si è poi eclissata, pur rimanendo attiva l’associazione non istituziotenale “L’una e l’altra”che la nutriva e la manteneva legata al mondo femminile della città.

 

Secondo molte donne la differenza tra pensiero maschile e femminile sta nel fatto che gli uomini in generale cercano un distacco, un’oggettività a tutti i costi, mentre le donne han bisogno a livello epistemologico di fare interagire con la propria esperienza interiore ciò che vogliono considerare, studiare, contemplare. La verità del mondo è tale solo se risuona in me, quindi una via soggettiva alla conoscenza.  Anche Assunta Signorelli parla di questo e dice nel suo libro “Praticare la differenza.Donne Psichiatria e Potere”( 2015), che bisogna uscire da una condizione di vittime e ristabilire una propria autorità e autonomia nel mondo rinforzandosi l’un l’altra.

“In molte occasioni, il tentativo, in genere utopico, di rompere tutte le categorie è riuscito, quando qualcuna, indipendentemente dal suo ruolo, poteva” mettere in scena”la propria storia senza il timore di ricondurla all’astratta ripetitività dei modelli interpretativi, scoprendo il valore e il significato della propria unicità e intuendo la necessità di dare un nome al proprio dire e al proprio fare oltre e al di là del linguaggio del padre”.

L’eredità concettuale della Signorelli si può dire che ora a Modena viene declinata in modo originale e attuale da un gruppo di donne che han deciso di dare un senso alla loro “FOLLIA”,andando a scoprirla e a metterla in scena con gli strumenti del Teatro dell’Oppresso, si chiamano MADDALENE MATTE e con la loro gioia porteranno una ventata di libertà nel mondo della salute mentale e della città.

 

Intervista a Michele Capano e Paola Lobina

Per la nostra rubrica “Ma esiste davvero un fuori” un Intervista a Michele Capano e Paola Lobina.

Michele Capano, del Comitato Nazionale Radicali Italiani, promotore della proposta di modifica della legge sui TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio)

Paola Lobina, membro del gruppo di lavoro finalizzato alla divulgazione della proposta di modifica della legge sui TSO

Nell’Intervista Capano e Lobina fanno spesso riferimento all’Articolo 13 della Costituzione, per cui abbiamo pensato di inserirlo qui, per chiarezza:

“La libertà personale è inviolabile.

Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art. 111 c. 1, 2] e nei soli casi e modi previsti dalla legge [cfr. art. 25 c. 3].

In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.

E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà [cfr. art. 27 c. 3];.

La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.”

  1. Facciamo il punto a 40 anni dalla Legge Basaglia. Come siamo messi, dal suo punto di vista, a livello nazionale?

E’ necessario fare una premessa. Come è noto il sistema manicomiale italiano  era un sistema arretrato e repressivo. I  manicomi erano uno scandalo, c’erano situazioni assolutamente deplorevoli,  dove vigeva il degrado più totale. A partire dagli anni settanta è sorto un processo di superamento del Manicomio e soprattutto delle sue basi scientifiche e concettuali le quali si basavano sul concetto di “pericolosità presunta” del malato di mente. Sotto questo profilo la legge denominata Basaglia , legge  180/78 confluita   nella L. 23.12.1978 , Istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. può essere valutata positivamente.

In base alla legge manicomiale  n. 36 del 1904  era possibile  che  una persona giudicata pericolosa per sé e per gli altri o il cui comportamento creasse pubblico  scandalo venisse rinchiusa  a tempo indefinito, per puri fini di prevenzione sociale, anche se apparentemente per motivi di cura.

Oggi può dirsi, ed è confermato in letteratura, che le persone  non possano essere considerate presuntivamente pericolose per sé e per gli altri in virtù delle loro caratteristiche biologiche o come affermato “in quanto esponenti d’una categoria diagnostica psichiatrica particolare, quindi a prescindere dalla sua anamnesi individuale e dalle sue personali caratteristiche cliniche” da Volfango  Lusetti, in “La pericolosità del malato di mente”, nella rivista  “Etica & Politica” diretta dal filosofo Pier Marrone, Trieste.  Ciò significa che  il problema della pericolosità, vada affrontato su  basi del tutto nuove, alla luce delle nuove acquisizioni scientifiche e per quanto riguarda l’aspetto giuridico  con il rispetto di tutti i presidi posti a garanzia della persona ,  propri di un sistema liberale come il nostro.

L’iniziativa radicale   tesa  all’abrogazione della legge manicomiale intendeva sanare  quello che è stato definito  il gravissimo “vulnus” che la normativa infliggeva al principio costituzionale dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ossia la distinzione secondo cui determinate persone,  ripetiamo in base a supposte  caratteristiche biologiche (la malattia di mente) che li rendevano presuntivamente“ pericolosi per sé e per gli altri”, oppure “di pubblico scandalo”, dovevano essere reclusi in luoghi di detenzione travestiti da luoghi di cura

Ma la ragione  giuridica che   ha condotto alla messa in discussione e al ridimensionamento  del concetto di pericolosità del malato di mente, e di conseguenza al superamento della psichiatria custodialistica permane  a nostro parere con riferimento al TSO.

Con la nostra proposta di modifica  del trattamento sanitario obbligatorio da un lato intendiamo  denunciare che «la battaglia per la de-istituzionalizzazione del malato psichiatrico condotta da Marco Pannella e dai Radicali negli anni ’70 è stata tradita», «abbiamo chiuso i manicomi, che davano nell’occhio, e aperto miriadi di piccoli recinti dove si perpetua la segregazione, l’esercizio del potere, l’incapacità di coltivare l’integrazione delle differenze. Accade nei reparti psichiatrici dove si rinchiude, “contiene” e sorveglia il malato psichiatrico dopo il tso “smart”; accade nelle case famiglia, dove lo strumento della libertà vigilata – ma sempre “smart” – di una magistratura di sorveglianza complice condanna ad anni di vita vegetale, non diversamente da quanto accadeva in maniera più visibile 40 anni fa.

Ecco perché è urgente riformare il Tso, l’amministrazione di sostegno, le norme sulla volontaria giurisdizione ed il codice penale che con la scusa dell’inimputabilità e della pericolosità sociale si impadronisce del “malato mentale” e non lo molla più. Come Radicali Italiani ci impegniamo a condurre questa battaglia, per “liberare dalla tenaglia” sia i malati che gli psichiatri ridotti a “secondini».

  1. Lei pensa che una persona che attraversa il mondo della salute mentale, possa riacquistare pari dignità nella vita?

La  nozione di dignità è una nozione di per sé ambigua.  Non è possibile ripercorrere le analisi di tale concetto, ma alla luce dell’interpretazione evolutiva dell’art. 32 della Costituzione – che parla di “limiti imposti dal rispetto della persona umana”    propendiamo per la   valorizzazione del ruolo assunto dal principio di autonomia. E’ vero che i costituenti  avevano ritenuto di utilizzare la formula  «pratiche lesive della dignità umana », ritenuto troppo ampio, ma è anche vero che oggi dottrina e giurisprudenza, anche alla luce del diritto internazionale e sovrannazionale (in particolare, della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea) connettono   il limite in oggetto proprio al valore della dignità. La legge 833, all’art. 33/2,  stabilisce che il TSO debba essere disposto «nel rispetto della dignità della persona.

Riteniamo da un lato che debba essere rispettato il principio che impone di rispettare in ambito sanitario  le libere determinazioni  dell’individuo competente, adulto ed informato sia attraverso la valorizzazione del consenso informato, sia  attraverso la configurazione   della salute e della vita come beni disponibili.   Stesso discorso vale per la lettura che noi diamo dell’art. 13 della Costituzione connesso direttamente al rispetto dell’autodeterminazione e dell’autonomia individuale, anzi è proprio alla luce dell’art. 13 Cost che è possibile superare la  visione paternalistica e retrograda del rapporto tra medico e paziente.

Se si applicano questi principi allora è possibile da un lato superare l’originario modello paternalistico a favore di un rapporto paritario e collaborativo improntato alla alleanza terapeutica, dall’altro – assegnando al concetto di dignità una connotazione soggettiva, è possibile sancire il diritto del singolo ad autodeterminarsi in ordine alla propria salute e rifiutare un trattamento sanitario perfino se questo può condurre alla morte. In conclusione a nostro avviso  se un soggetto  è competente, se può fornire un consenso valido il principio di libertà ed autonomia non può che essere rispettato dallo psichiatra.

  1. Riprendendo le parole di Basaglia, ancora attuali, le chiediamo: “Per poter veramente affrontare la “malattia”, dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dall’istituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono. Ma esiste veramente un fuori sul quale e dal quale si possa agire prima che le istituzioni ci distruggano?”

In ogni iniziativa di lotta e di azione dal basso, i radicali  hanno  un costante riferimento istituzionale. E anche per quanto riguarda  la battaglia per i diritti umani che stiamo conducendo –  che ha il fine di   ottenere una legge che modifichi la disciplina positiva del  TSO –  è forte il richiamo al rispetto del principio di legalità. La proposta di modifica  prende la mosse  dalla banale considerazione che il controllo in contraddittorio sulla legalità delle condizioni di privazione della libertà personale, imposto dall’art. 13 della Costituzione, non è previsto in caso di privazione della libertà in un contesto di Trattamento Sanitario Obbligatorio (che patisce chi non ha violato la legge, e che porta a subire anche un intervento sul corpo, con la somministrazione forzata di farmaci).  In tal senso, nel raccogliere le raccomandazioni delle carte internazionali ed in un’ottica tesa a ridurre il ricorso all’istituto, perché sia ricondotto al ruolo di extrema ratio e  registrando l’ insufficienza del controllo da parte delle autorità (Sindaco e Giudice Tutelare) previste dalla legge del 1978, la previsione della difesa tecnica mira a costituire un contraddittorio per sollecitare l’approfondimento sul controllo di legalità della procedura.

  1. Sempre Basaglia diceva: ” Uno schizofrenico abbiente, ricoverato in una casa di cura privata, avrà una prognosi diversa da quella dello schizofrenico povero, ricoverato con l’ordinanza in ospedale psichiatrico” . è un ragionamento molto attuale, che dal nostro osservatorio è ancora valido, lei cosa ne pensa?

Pensiamo che la disponibilità finanziaria avvantaggi sempre, in quest’ambito come in tutti gli altri.

Il “ricovero”, tuttavia, privato o pubblico che sia, rappresenta sempre un momento critico nel percorso terapeutico. Si aggiunga che, se parliamo di ricovero coatto, nella struttura pubblica vivono quelle – pur minime – possibilità di controllo su quanto accade. Certamente il Tso pubblico, oggi, non svolge alcun ruolo di cura nella stragrande maggioranza dei casi, ed è strutturato in modo da rappresentare un “contenimento” più che un presidio sanitario. Questo Tso aiuta a diventare cronici ed a peggiorare, non a guarire. In questo senso la frase di Basaglia è attualissima nella misura in cui vi contrappone esperienze e trattamenti autenticamente terapeutici.

  1. Siete impegnati in una riforma del TSO; per ovvie ragioni è un tema a noi molto chiaro, ci può dettagliare gli elementi oggetto di modifiche?

Rinviando alla relazione illustrativa della nostra proposta di legge  che può  leggersi nel sito di radicali italiani  http://www.radicali.it/wp-content/uploads/2017/04/tsopropostaradicaliitalianiRELAZIONEEPROPOSTAdefinitivo.pdf

In questa sede ci preme sottolineare come tra i motivi che hanno condotto alla proposta di modifica   un peso importante hanno rivestito  l’esperienza e i risultati conseguiti dalla legge  180/78 confluita   nella L. 23.12.1978 (Istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale) nella sua applicazione  pratica

La cronaca continua a dare conto di drammatiche vicende(eclatanti, tra le altre, quella di Giuseppe Casu, morto “di TSO” a Cagliari nel 2006 dopo sette giorni di ininterrotta contenzione, e quella di Francesco Mastrogiovanni, morto nel 2009 a Vallo della Lucania dopo “87” ore di analoga ininterrotta contenzione riprese integralmente da una telecamera all’ interno del reparto) che evidenziano come, sia nella fase dell’ avvio del TSO che nel corso della concreta esecuzione dello stesso, si consumino violazioni dei diritti fondamentali, oramai consacrate (le violazioni) in prassi consolidate, divenute emblema della “banalita del male” in ambito sanitario. Questa emergenza “culturale” viene plasticamente evidenziata dalla Corte d’Appello di Salerno che, nel caso di Franco Mastrogiovanni, dovendo motivare la relativa “esiguita” (da un anno ed un mese a due anni) della pena inflitta a sei medici responsabili di sequestro di persona, omicidio in conseguenza del sequestro e falso in cartella clinica chiarisce nel febbraio 2017 che “nessuno può fingere di ignorare che la contenzione non era un’esclusiva dell’ospedale di Vallo della Lucania e tanto meno dei sanitari di turno durante la degenza delle odierne persone offese, ma costituiva il retaggio della concezione “manicomiale” del trattamento psichiatrico…”.

A 40 anni dalla pubblicazione della legge denominata “Basaglia” ,radicali italiani propongono di riformare  l’istituto, prevedendo,  in estrema sintesi,   diritti di informazione e ricorso a beneficio della persona coinvolta.   Maggiori  garanzie procedimentali per il sottoposto a  TSO  quali la ricezione della notifica  del provvedimento accompagnata da un’informazione  sui diritti nella procedura;  la previsione della difesa tecnica a beneficio del paziente e  di un’udienza di convalida da tenersi da parte del Giudice Tutelare entro 96 ore dal TSO,  la celebrazione di quest’ultima anche presso l’ospedale per garantire la partecipazione al paziente e una informativa al Garante Nazionale di Detenuti e Ristretti   al primo  rinnovo;  una  relazione  annuale   “sui  trattamenti  sanitari   obbligatori  in  ambito psichiatrico” a cura di quest’ultima autorità.

la proposta si compone di tre articoli che si sostituiscono agli attuali artt. 33 – 35 della legge 23/12/1978 n. 833 regolatrice della materia.

Articolo 1.

L’articolo introduce – quale principio applicabile ad ogni accertamento e trattamento obbligatorio anche

fuori dall’ ambito psichiatrico – diritti di informazione e ricorso a beneficio della persona coinvolta.

Articolo 2

L’intervento riguarda: 1) l’esplicitazione che il secondo medico deve essere uno psichiatra e che entrambi devono “vedere” il malato; 2) l’esplicitazione della non limitabilita del diritto di visita e della disponibilita di strumenti di comunicazione; 3) l’esplicitazione del divieto della “contenzione meccanica” e della “speciale chiusura” degli SPDC; 4) nella rubrica l’espressione “in ambito psichiatrico” si sostituisce a “malattia mentale”.

Articolo 3

La riforma concerne: 1) l’abbassamento della durata del Trattamento da sette a quattro giorni; 2) la ricezione, da parte dell’infermo, della notifica del provvedimento accompagnata da un’informazione sui diritti nella procedura; 3) la previsione della difesa tecnica a beneficio del paziente e di un’udienza di convalida da tenersi da parte del Giudice Tutelare entro 96 ore dal TSO, analoga all’udienza di convalida dell’arresto; 4) la celebrazione di quest’ultima anche presso l’ospedale per garantire la partecipazione al paziente; 5) l’ordinaria liberazione anche in caso di convalida; 6) rinnovi ogni 4 giorni, sempre passando per un’udienza, e per un massimo di 3 rinnovi (16 giorni); 7) un’informativa al Garante Nazionale di Detenuti e Ristretti al primo rinnovo; 8) una relazione annuale “sui trattamenti sanitari obbligatori in ambito psichiatrico” a cura di quest’ultima autorità .

 Michele Capano e Paola Lobina, Radicali Italiani

Dalla legge 180 ad oggi

Come già precedentemente ricordato il prossimo 13 Maggio 2018 ricorrerà il quarantennale dell’approvazione della Legge 180 detta anche Legge Basaglia, questa è un’occasione, al di là delle celebrazioni, per riflettere ma è anche un momento di riflessione rivolto sia al passato che al futuro.

Grazie al caso Coda venne approvata la Legge 180 del ’78, abolendo i manicomi ed il Trattamento sanitario Obbligatorio (TSO)  poteva essere effettuato solo se esistevano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici e se gli stessi non venivano accettati dall’infermo.

Basaglia rendendosi conto delle condizioni disumane in cui versavano le persone recluse nei manicomi, iniziò a introdurre piccole modifiche, partendo dal considerare i pazienti come esseri umani dotati di una propria identità e non come numeri. Rifiutò gli strumenti della tecnica psichiatrica, in particolare tutte quelle terapie che provocavano shock, introdusse gruppi di pazienti per aiutarli a condividere ad altri i propri problemi rendendoli protagonisti della loro stessa vita.

La Legge 180/1978 di Franco Basaglia, ha introdotto in Italia una “rivoluzione” nel campo della salute mentale:

  • Ha disposto la chiusura dei manicomi;

  • Ha sancito che i trattamenti per la malattia mentale siano volontari, limitandone l’obbligatorietà a poche e definite situazioni;

  • Gli interventi di prevenzione, cura, e riabilitazione relativi alle malattie mentali siano attuate, di norma dai servizi e presidi extraospedalieri.

La Legge 180 è un atto di grande valore etico e politico a cui di deve la chiusura di luoghi, dove migliaia di cittadini italiani malati di mente, hanno incontrato la violenza della reclusione in assenza di ogni cura degna. Lavora sulla relazione perché si basa sul presupposto che la malattia mentale sia il prodotto di una interazione di fattori (relazionali, ambientali, culturali e sociali) e l’inserimento nel sociale visto la grande frattura che si manifesta la malattia con la conseguenza che la persona si isoli.

La Legge Basaglia si basa su due principi fondamentali: la prevenzione e la riabilitazione. Coinvolgeva anche le famiglie del paziente, le condizioni sociali e le condizioni ambientali. Comincia, soprattutto con le patologie croniche, a farsi largo il concetto di riabilitazione con una serie di accorgimenti che fanno sì che la persona non vada sempre più peggiorando.

Dopo l’approvazione in Italia il problema più rilevante restò sul come fare; scatenò numerose polemiche da parte dei direttori di manicomi che vedevano minacciato il loro potere, dei sindacati che difendevano gli interessi dei lavoratori e dei familiari delle persone ricoverate che avevano la paura di non riuscire a gestire la situazione della persona all’uscita del manicomio.

Si prevedeva, inoltre, che le Regioni individuassero le strutture adeguate per la tutela della salute mentale; ma queste erano del tutto impreparate a gestire un cambiamento così grande.

La rete dei servizi sul territorio era de tutto assente e il rischio della riapertura dei manicomi era molto alto.

Gli anni successivi, alla riforma, diedero importanti risultati, anche se insoddisfacenti; in particolar modo sulle modalità di intervento tra le diverse regioni italiane.

Dall’inizio degli anni ’90, ben 15 anni dopo la legge 180, si cominciarono ad intravedere dei cambiamenti.

Nel ’92 venne approvata la Legge 104 “Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate” con l’obbiettivo di:

  • Garantire il rispetto della dignità umana e i diritti della persona;

  • Prevenire le condizioni invalidanti;

  • Perseguire il recupero funzionale e sociale della persona affetta da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali;

  • Predisporre interventi volti a superare l’esclusione sociale.

Nel ’94 s’impone la chiusura definitiva dei manicomi e nel ’96 ci fù l’attuazione. Venne approvato anche il Progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale dove, per la prima volta, vennero individuate le strutture e i servizi psichiatrici presenti sul territorio; si procedette ad una diversificazione delle competenze professionali delle persone che lavoravano nel campo, consentendo così a gestire meglio i sempre più complessi incarichi affidati. L’obbiettivo era quello di avere processi di cura attraverso la partecipazione dei pazienti e dei familiari, per ridurre al minimo i ricoveri in struttura, attraverso interventi ambulatoriali e domiciliari, comprendendo anche la ricerca programmata di inserimenti formativi e lavorativi.

Dopo la chisura dei manicomi si sono istituiti i servizi territoriali di salute Mentale ( Servizi di Salute Mentale), servizi ospedalieri di Diagnosi e Cura, e strutture riabilitative con diverso grado di accompagnamento all’autonomia.

Recentemente, alcune realtà legate alla salute mentale si sono fatte promotrici di una proposta di legge che vorrebbe definire in maniera chiara il punto sulla territorialità, in particolare sul chi fa cosa, come e quando, cercando di colmare quel vuoto normativo che crea zone d’ombra all’interno dell’attuazione di una norma che in altre nazioni del mondo è stata utilizzata per migliorare la qualità della vita dei cosiddetti “pazzi”.

Anche il Partito Radicale, nella figura dell’avvocato Michele Capano si è attivato per una proposta di modifica della  legge che  renda i TSO (Trattamenti Sanitari Obbligatori) meno cruenti e pericolosi. La modifica prevede :

  • Obbligo di informativa, di notificazione dell’ordinanza del Sindaco con la quale viene ordinato il TSO
  • Obbligatorietà della difesa tecnica per cui il soggetto non in grado di difendersi autonomamente, abbia istantaneamente una tutela legle, sia pure d’ufficio, che consenta il controllo della legalità della procedura, ed eventualmente di fare le dovute rimostranze.
  • Una modifica dei tempi che da sette giorni dovrebbero passare a quattro e un tetto massimo per i rinnovi (massimo tre, per un massimo di sedici giorni)
  • L’attivazione del collegio del garante nazionale detenuti ristretti per fare una relazione annuale per indicare: quanti TSO, di che durata e come sono territorialmente distribuiti. Il garante dovrebbe essere destinataria di una notifica ad ogni nuovo TSO

Intervista ad Angelo Bagni, presidente dell’associazione Idee in Circolo

Per la nostra rubrica – ma esiste veramente un “fuori”?- abbiamo intervistato il presidente dell’associazione Idee in Circolo.

1. Nel quarantesimo anniversario della chiusura dei manicomi dall’alto della sua esperienza che impatto ha avuto questo sulle persone che soffrono di un disagio psichico?

La chiusura dei manicomi ha aperto degli scenari molto importanti per le persone che soffrono di disagio psichico. Innanzitutto si sono aperte, almeno in buona parte d’Italia, purtroppo non in tutta Italia, delle alternative per i malati di mente. A quelli che riescono a gestirsi da soli è stata data una casa popolare e un lavoro socialmente utile in cooperativa sociale oppure sono stati inseriti in case protette e anche loro con un lavoro in cooperativa sociale o anche non in cooperativa sociale. Questo ha permesso loro di acquisire autonomia rispetto un ambiente manicomiale in cui si stava tutto il giorno lì ad annoiarsi e ad essere stra curati. Noi sappiamo anche che si subivano molti abusi che adesso sono molto meno, già sono molto meno da quando sono stati chiusi i manicomi, poi negli ultimi vent’anni, io che soffro di malattia mentale da più di vent’anni, le cose sono molto migliorate, c’è meno psicofarmacologia e più rapporto psicologico e quindi meglio, meglio così.

2. Che cosa vi ha spinti a fondare Idee in Circolo e a continuare la vostra battaglia per coinvolgere attivamente le persone seguite dai servizi di Salute Mentale insieme e non. Che cosa la spinge ancora oggi?

Allora, non sono stato solo io a fondare Idee in Circolo ma è stato un gruppo di utenti e di cittadini. Ribadisco che Idee in Circolo non è solo un’associazione di utenti ma anche di cittadini. Fondare Idee in Circolo mi ha spinto per dare parola anche a persone con disturbi psichici e a far vedere che anche noi, con disturbi psichici, io ed altri, abbiamo la possibilità di fare delle cose importanti. Queste cose importanti possono essere, ad esempio, la collaborazione con la cittadinanza, la ricerca di fondi tramite fondazioni, fondi regionali, fondi statali, fondi comunali e della provincia o fondazione cassa di risparmio per fare corsi, gruppi di auto mutuo aiuto e quant’altro, aperti a tutta la cittadinanza. Mi ha spinto fondare l’associazione per interagire ancora di più con la cittadinanza oltre che con i servizi. Con i servizi, già con la chiusura dei manicomi tramite la legge Basaglia, c’era un rapporto più stretto visto che prima chi aveva un disturbo psichico viveva solo nell’ambiente manicomiale, a contatto solo con gli psichiatri. Dopo ci si è aperti ai servizi sul territorio, almeno in buona parte d’Italia. Questa è stata una spinta molto forte, sono soddisfatto del lavoro fatto, soprattutto dei volontari e dei cittadini, si sono molti impegnati cosi come noi che abbiamo disturbi psichici e mi spinge a farlo ancora oggi il fatto che sia un successo.

3. Lei parlava di altre dimensioni che ci sono in Italia, vuole parlarne un pò?

Purtroppo io, grazie anche alla mia associazione, ho avuto la possibilità di visitare posti meno fortunati del nostro, in cui non ci sono più ambienti manicomiali ma ci sono meno servizi sul territorio. Essendoci meno servizi sul territorio, quando una persona è in crisi si reca al Diagnosi e Cura del posto che è come un ambiente manicomiale, anche se i ricoveri sono di breve durata. Purtroppo non tutte le realtà sono fortunate come quelle del Nord Italia. Io ho girato anche il sud dell’Italia con la mia associazione per vedere anche le altre realtà. Diciamo che fino alla Puglia andiamo abbastanza bene, infatti abbiamo visto delle realtà in Puglia, vicino a Brindisi, in cui si stava molto bene, c’erano i servizi molto aperti, si sono create delle opportunità per gli utenti che erano utenti esperti per esperienza che lavoravano per i servizi ed erano anche pagati. C’erano dei servizi molto disponibili. Soprattutto nelle isole tutto ciò, invece, è un pò latente. Ci vorrebbe più uniformità. La legge Basaglia è stata applicata per lo più bene ma purtroppo ci sono dei posti in cui non si è usufruito adeguatamente dell’abbattimento dei manicomi.

4. Siamo ancora indietro da una reale inclusione sociale, con pari diritti e doveri, delle persone con disagio psichico. Quali interventi secondo lei potremmo attuare?

Allora, innanzitutto, siamo molto avanti con il discorso dell’inclusione di persone con disagio psichico, infatti, molti lavorano o frequentano associazioni come Idee in Circolo o altre associazioni, dandosi un ruolo attivo con la cittadinanza. Ovviamente chi riesce lavora, chi non riesce fa volontariato nelle associazioni. Poi quest’anno a Modena, ad esempio, è stato fatto un corso ESP, esperti in supporto tra pari che dovranno andare a lavorare in ambiti della Salute Mentale, pagati, retribuiti. Quindi anche questo è un grandissimo passo avanti. A Modena hanno fatto il corso circa una trentina di persone, speriamo vengano tutti assunti in cooperative sociali o in associazioni. Dovranno fare le loro ore acquisendo ancora più autonomia. Si può migliorare, si può sempre migliorare. Purtroppo non in tutti i luoghi son stati fatti passi da giganti, purtroppo in certi luoghi del Sud ci sono dei posti che ancora somigliano ai manicomi. Mi dispiace parlare così del sud. Si è fatto poco per andare avanti. Ci vorrebbe più uniformità rispetto la realizzazione della legge, più apertura mentale da parte dei cittadini e anche degli utenti. Anche l’utente deve assumersi le proprie responsabilità, i propri diritti e anche i propri doveri.

5. Cosa ne pensa delle dichiarazioni del Presidente della Regione Sicilia secondo cui se ci fossero meno disabili avrebbero più soldi?

Se n’è parlato, cosi anche in passato. Si era parlato di abbattere le pensioni di quelli che avevano il 75% di invalidità e di alzarle per tutti quelli che avevano una percentuale più alta. Io sono contrario perché, ad esempio, tutti i down hanno il 75% di invalidità. Dunque, cosa fai? Togli la pensione a tutti i down? Io sarei per alzare le pensioni perchè sono da fame.

6. Come vede il ruolo di utente nel suo progetto terapeutico?

La chiusura dei manicomi ha aperto un mondo. Ha aperto il mondo dei servizi di Salute Mentale. Ci sono dei centri territoriali a Modena città e in provincia. I pazienti hanno figure di riferimento presso cui andare a fare colloqui psicoterapeutici o farsi prescrivere i farmaci in base alla loro patologia. Questo è un bene rispetto a quanto si faceva prima. Prima si era proprio chiusi nei manicomi. Adesso si può invece interagire con la cittadinanza. Come ho già detto prima, si sono create associazioni, molti lavorano anche, molti sono impegnati nel volontariato. Si è aperta una rete di servizi in cui l’utente ha dei diritti sacrosanti e anche dei doveri.

7. C’è qualcos’altro che vorrebbe dirci?

Penso si sia fatto molto. Io purtroppo ho una patologia che è iniziata molto presto, io a 23/24 anni ero già sotto patologia. Già con la chiusura dei manicomi si sono fatti dei grossi passi. Si sono fatti ancor più dopo, negli ultimi 15 anni, c’è un dialogo tra paziente e psichiatra. Insieme si concorda la cura nei limiti del possibile ovviamente. Si è molto più attivi sul territorio grazie alle associazioni, cooperative sociali che si sono create. Determinante, per me, è stata la creazione di servizi territoriali per non abbandonare coloro che uscivano dai manicomi, poi la creazione di cooperative sociali per farli lavorare. In ultimo le associazioni, le comunità, i gruppi appartamento. Anche l’utente ha bisogno di soldi. Su questo Basaglia ha sempre battuto il tasto. L’importante è che non ci sia più quell’approccio manicomiale che, a dir la verità, c’è stato anche fino agli anni ’80 e inizi anni ’90. I primi ricoveri che ho avuto in Diagnosi e Cura sono stati terrificanti, si parla di ambienti bruttissimi con le sbarre alle finestre. Ora è tutto cambiato, per fortuna. Si va sempre migliorando e son contento per questo. Si è fatto molto, si è fatto sempre di più. La mentalità negli ultimi anni è cambiata e si può fare sempre meglio. Quindi noi, anche come associazione, dobbiamo batterci affinché ci si renda credibili e capaci di essere cofautori di questo cambiamento di mentalità e circostanze. Il miglioramento dello stile di vita della persona con disagio psichico è migliorata e può ancora migliorare.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla Follia

Per la rubrica  “Ma esiste veramente un fuori?” una raccolta di citazioni di Basaglia ed altri scrittori:

E’ nel silenzio di questi sguardi che egli si sente posseduto, perduto nel suo corpo, alienato, ristretto nelle sue strutture temporali, impedito di ogni coscienza intenzionale. Egli non ha più in sé alcun intervallo: non c’è distanza fra lui e lo sguardo d’altri, egli è oggetto per altri tanto da arrivare ad essere una composizione a più piani di sé, posseduto dall’altro “in tutti i piani possibili del suo volto e in tutte le possibili immagini che di volta in volta possono derivare dai vari atteggiamenti che si possono cogliere”. Il corpo perché sia vissuto è dunque nella relazione di una particolare distanza dagli altri, distanza che può essere annullata o aumentata a seconda della nostra capacità di opporsi. Noi desideriamo che il nostro corpo sia rispettato; tracciamo dei limiti che corrispondono alle nostre esigenze, costruiamo un’abitazione al nostro corpo.»

(Franco Basaglia in Corpo, sguardo e silenzio, 1965)

Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita.

(Alda Merini)

È che se non abbiamo una follia a cui dedicarci, ci sembra di impazzire.

(istintomaximo, Twitter)

«Per poter veramente affrontare la “malattia”, dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dall’istituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono. Ma esiste veramente un fuori sul quale e dal quale si possa agire prima che le istituzioni ci distruggano?»

(in Il problema della gestione, 1968)

Se è vero, come è vero, che una legge dello Stato prescrive la chiusura dei manicomi, come mai l’Italia è ancora aperta?”

Dino Verde

Un’esperienza lontana e vicina: Il mio bisnonno bipolare

Per la nostra rubrica “Ma esiste davvero un fuori?” ho intervistato mio padre Elio, nel ruolo di familiare e di persona che ha vissuto vicino ad un manicomio. Con la delicatezza consueta, mio padre mi ha sorpreso con la storia del mio Bisnonno Arrigo, bipolare, che, come molti bipolari ha unito creatività e depressione. La cosa che mi ha colpito molto è stato l’alto livello di inserimento nella comunità esemplare di Arrigo.

Nel 40esimo anniversario della chiusura dei manicomi, secondo la sua esperienza, che impatto ha avuto questo sui familiari.

Mio nonno ( nato alla fine dell’800) afflitto da quello che oggi si chiamerebbe disturbo bipolare e allora si chiamava depressione, venne curato con elettroshock, con nessun risultato. Si trattava di un uomo che aveva espletato il servizio militare come porta feriti nella Prima Guerra Mondiale e al ritorno, continuò la sua attività di imbianchino e collaborò alla fondazione della Opera Assistenziale Croce Verde di Reggio Emilia. Mio nonno era minuto, ma aveva molta forza. Le prime autoambulanze erano carretti  tirati dai volontari. Nonostate i suoi problemi mio nonno era inserito  nella comunità. I genitori di mio nonno erano osti e mio nonno faceva il vino, molto buono, si occupava anche di altre pratiche contadine. Lui aveva un ordine mentale che trasmetteva a chi gli stava intorno. A quei tempi queste malattie venivano trattate nel silenzio. Si tendeva ad avere il pudore di non nominarle, a quei tempi, chi veniva ricoverato veniva poi segnato a dito.

Come vede il ruolo del familiare nel progetto terapeutico dell’utente.

La mia esperienza mi ha insegnato che la vicinanza dei familiari è stata positiva. Mio nonno Arrigo aveva accanto sua moglie Degarda e sua figlia Carla che gli hanno permesso di vivere Bene.

Partendo dalla sua esperienza personale e ai recenti casi giudiziari, in cui la causa di violenza è stata, erroneamente, attribuita al disagio mentale, lei come vede il rapporto tra salute mentale e pericolosità?

E’ tutto collegato alla salute fisica del soggetto, alla condizione psicologica dal soggetto, alle persone che gli sono vicine e al fatto che si possa creare un appoggio, un legame che porti a superare il disagio psichico e trasformare una situazione negativa in una positiva.

Lei che ha vissuto accanto al manicomio di Reggio, cosa ricorda di quel periodo e cosa pensa della chiusura dei manicomi.

Io ho vissuto una realtà con delle esperienze, dei fatti vissuti o in prima persona o solo notati che mi portano a riflettere. Ho vissuto a Reggio dal 1945 al 1963 e ho vissuto di fianco all’ospedale psichiatrico. Personalmente non mi ricordo di aver ricevuto delle negatività perché si svolgeva tutto a porte chiuse, in reparti, in villette, dove gli ammalati venivano trattati in base all’entità della loro malattia. I reparti portavano il nome di illustri studiosi delle malattie mentali: De Santis, Marro, Esquirol etc. C’era un piccolo rione abitato dagli infermieri che operavano nell’istituto e per quello che ricordo il rapporto tra infermiere e ammalato era profondamente umano e c’era una grossa comprensione da parte dell’operatore verso l’ammalato. Nelle vicinanze c’erano anche case coloniche dove trovavano possibilità di lavorare gli ammalati presso gli agricoltori. Un giorno dalla finestra ho visto una donna che urlava che voleva essere ricoverata circondata da parenti. Immagino che per lei fosse una situazione troppo brutta. Questo episodio, vedendo le reazioni di questa signora era evidente il desiderio di isolarsi da una realtà scomoda e rifugiarsi nella solitudine e nell’isolamento-