Chaos;Child

Introduzione:

Benvenuti alla nostra rubrica sulle visual novel dove io e il mio amico Libby tratteremo questa tipologia di giochi partendo dalla trama fino ad arrivare ad una nostra opinione in merito. Se volete sapere in maniera approfondita che cos’è una visual novel vi consiglio di leggere il nostro articolo al riguardo.

Iniziamo oggi la nostra rubrica sulle visual novel con un titolo facente parte della cosiddetta “Science Adventure Series” o “SciAdv” Chaos; Child.

Trama:

Sei anni dopo un violentissimo terremoto avvenuto a Shibuya, Takuru Miyashiro e i membri del club di giornalismo indagano su una serie di omicidi che sembrano correlati ad altri avvenuti sei anni fa. Allo stesso tempo un gruppo di esper, chiamati Gigalomaniac, col potere di far diventare le loro fantasie reali si risvegliano misteriosamente.

La mia opinione:

Il gioco sembra pieno di eventi filler ossia riempitivi soprattutto nei momenti di scelta del protagonista e lo sviluppo di quest’ultimo mi sembra molto così così perchè all’interno del gioco questi momenti fanno capire meglio i personaggi, in altri sono principalmente eventi ricchi di fanservice inutile ai fini della trama.

Sono filler perchè, nonostante le scelte di gioco siano necessarie a sbloccare i vari finali, il contenuto degli eventi in se è pieno di fanservice che difficilmente fa capire al giocatore l’andamento della trama stessa.

Il character design è molto buono e le CG in moltissime parti di gioco lasciano il giocatore col fiato sospeso e quelle legate puramente al fanservice non sono da meno.

Le musiche sono molto buone e azzeccate per i momenti salienti della trama oltre che a quelli divertenti e la opening mi è abbastanza piaciuta.

I finali li ho trovati molto belli, anche se uno l’ho trovato inutile e un altro non l’ho capito (sarò ignorante io ma sinceramente non ho capito il nesso logico dei due finali).

In conclusione consiglio questo gioco a un pubblico amante degli anime, essendo che da questa visual novel è stato tratto anche un anime, e agli amanti dello sci-fi ricordando che bisognerebbe prima giocare a Chaos; Head per fare chiarezza su alcuni punti della trama. Ricordo inoltre che questo gioco è disponibile solo in inglese e difficilmente si trovano traduzioni amatoriali in italiano.

Spero che possiate godere appieno di questo gioco e alla prossima recensione dove tratteremo della kinetic novel della Key “Planetarian: The Reverie of a little Planet”.

 

https://chaoschild2.fandom.com/wiki/Chaos;Child_Visual_Novel

National Geographic Gli Ultimi Giorni Di Osama Bin Landen

A un anno dalla morte del leader di Al Qaeda, un documentario ricostruisce il blitz che ha portato alla sua cattura. Con testimonianze inedite di chi assistette in prima persona all’operazione.

Sitografia:https://tg24.sky.it/mondo/2012/04/28/osama_bin_laden_ultimi_giorni_national_geographic_speciale

E’ passato un anno dalla morte del leader di Al Qaeda, Osama Bin Laden, per mano dei Navy Seals, l’unità speciale della Marina americana. Ancora adesso rimangono molti lati oscuri sulla sua vita. Per quasi dieci anni, il capo di Al Qaeda è riuscito a sfuggire alla cattura, forse coordinando attacchi terroristici a pochi chilometri da una delle più prestigiose accademie militari del Pakistan, ad Abbottabad.

A far luce sulla vita di colui che è stato, a lungo, il ricercato numero uno al mondo, ci pensa uno speciale di National Geographic, che ricostruisce il blitz dei Navy Seal attraverso un’intervista inedita all’attuale capo della Cia David Patreus, ex comandante delle forze armate Usa in Afghanistan e agli ufficiali dei Navy Seal e a piloti dei Black Hawk. L’indagine è stata condotta da Peter Bergen, il giornalista che realizzò la prima intervista a Osama Bin Laden.

“Nel quartier generale ero stato l’unico a venire informato, perché alcuni miei reparti avrebbero potuto essere coinvolti in operazioni di supporto”. afferma Petraeus che seguì la missione dal suo centro operativo nel quartier generale della NATO a Kabul. “Fu un’operazione militare estremamente delicata, portata a termine in modo efficiente”.

Commento: Questo documentario è stato molto bello ed avvincente perchè parla dell’uccisione di Osama Bin Landen da parte dei Navy Seal Americani.

Grazie alle informazioni del giornalista Peter Bergen, tentiamo di ricostruire gli ultimi giorni di Osama Bin Laden e analizziamo le operazioni che hanno portato alla cattura del pericoloso terrorista.

Bin Laden, 'Geronimo' e la Bigelow, i film sul blitz

Sitografia:https://www.agi.it/estero/bin_laden_geronimo_e_la_bigelow_i_film_sul_blitz-734674/news/2016-04-30/

Roma – La caccia al terrorista piu’ ricercato della storia, Osama bin Laden, si e’ conclusa cinque anni fa con la sua uccisione in un raid americano in Pakistan. La verita’ sull’azione dei Navy Seals non e’ mai stata chiarita del tutto, il giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh sostenne che la versione ufficiale fosse falsa, anche se il cinema e la tv l’hanno accettata e rappresentata in una dozzina di documentari e in due film. Le due pellicole cinematografiche, in particolare, sono piuttosto significative per le polemiche che hano suscitato. I due registi – John Stockwell e Kathryn Bigelow – si sono impegnati in una corsa a ostacoli per uscire per primi. L’ha spuntata Stockwell con ‘Code Name Geronimo’, arrivato nelle sale italiane l’8 novembre 2012 e distribuito da Koch Media dopo aver fatto il suo debutto quattro giorni prima negli Usa su National Geographic Channel e poi su Netflix. La regista premio Oscar per ‘The hurt locker’, invece, ha dovuto attendere ancora un mese per far uscire il suo film, ‘Zero dark thirty’, arrivato in sala negli Usa il 19 dicembre 2012. Entrambe le pellicole svelano i retroscena di quell’impresa: dall’individuazione del nascondiglio di bin Laden all’azione del corpo speciale terminata con l’uccisione del responsabile degli attentati dell’11 settembre. ‘Code Name Geronimo’ e’ realizzato dai produttori di ‘The Hurt Locker’ che valse l’Oscar alla Bigelow, e’ diretto da John Stockwell, regista di thriller e pellicole d’avventura per il cinema (‘Turistas’, ‘Blue Crash’, ‘Trappola in fondo al mare’) e di alcuni episodi di ‘The L-Word’ per la tv. “Una delle sfide piu’ grandi di questo progetto era quella di riuscire a rimanere al passo con le ultime notizie – ha detto in un’intervista lo sceneggiatore Kendall Lampkin -. Sembrava che ogni giorno vi fossero nuove informazioni sull’evento che contraddicevano quelle dei giorni precedenti”. In America ‘Code Name Geronimo’ e’ uscito col titolo ‘Seal Team Six: The Raid On Osama bin Laden’, scatenando polemiche da parte dei repubblicani che accusarono il film di voler influenzare il voto per le presidenziale del novembre 2012. Anche per evitare queste accuse, ‘Zero Dark Thirty’ di Kathryn Bigelow arrivo’ nelle sale solo a dicembre, quando Barack Obama era gia’ stato rieletto.

Dal buio delle schermo escono come lame le voci delle vittime delle Torri Gemelle, il tragico 11 settembre 2001, i loro ultimi accorati appelli di aiuto prima della morte che entrano nella testa e nel cuore degli spettatori con inaudita violenza. Cosi’ inizia la pellicola della Bigelow (5 nomination agli Oscar tra cui miglior film e miglior attrice, Jessica Chastain) che racconta l’uccisione di Bin Laden svelando retroscena veri e fino ad allora inediti. Tanti gli attori nel cast in cui si rinnovo’ il sodalizio da Oscar tra la regista e lo sceneggiatore Mark Boal: oltre alla Chastain, Jason Clarke, Joel Edgerton a Jennifer Ehele, Mark Strong, Kyle Chandler ed Edgar Ramirez. Il titolo del film e’ un’espressione del gergo militare Usa e indica 30 minuti dopo la mezzanotte, ossia cio’ che accade nell’oscurita’, in un orario in cui partono le azioni militari piu’ rischiose, tra cui quella che ha portato all’uccisione del terrorista piu’ ricercato della storia. Malgrado la prudenza, anche nel caso della pellicola della Bigelow non sono mancate le polemiche. Stavolta da parte della Cia che accuso’ il film di aver calcato la mano sulle torture a cui sono stati sottoposti i prigionieri perche’ rivelassero il nascondiglio di bin Laden. Nel film, infatti, vengono mostrate – con una certa remora, senza divagazioni voyeuristiche – le violenze inflitte ad un fiancheggiatore di al Qaeda per carpire informazioni e viene rivelato il vero motore dell’azione che ha condotto all’uccisione di bin Laden. Si tratta di una donna, l’agente della Cia Maya (una magistrale Jessica Chastain gia’ vista in ‘The Help’ e ‘The Tree Of Life’), che passa la sua vita alla ricerca del capo di al Qaeda e che intuisce il suo punto debole, il suo ‘postino’ pakistano. Maya rappresenta un personaggio reale, anche se il nome e’ di fantasia. Una donna all’apparenza fragile che dimostra una tenacia senza pari che condurra’ all’uccisione di bin Laden. (AGI)

Apple II Home Computer 16 Aprile 1977

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Il 16 Aprile 1977 nasceva l’Apple II prodotto dall’Apple Computer. Fu messo in vendita il 10 Giugno 1977 nel 1993 fu finita la vendita del modello IIE

Sitografia:https://it.wikipedia.org/wiki/Apple_II

Storia:

Nel 1976 i due fondatori della Apple, Steve Jobs e Steve Wozniak, costruiscono nel loro garage l’Apple I, un microcomputer appetibile ad un pubblico di appassionati di elettronica essendo composto unicamente dalla scheda madre principale. Chi lo acquista deve poi collegarci un alimentatore, una tastiera per inserire i programmi, un televisore per visualizzare l’immagine ed eventualmente un registratore a cassette per salvare i dati. Le vendite, nonostante tutto, vanno bene portando 50.000 dollari nelle casse di Jobs e Wozniak, ed il successo dell’Apple I attirò un investitore, Mike Markkula, che entra nella neonata azienda versando 250.000 dollari.[7] Grazie a questi soldi è possibile trasformare quel computer in un prodotto molto più raffinato e commerciabile: Jobs, infatti, desidera rendere l’informatica accessibile a tutti,[7] realizzando un computer utilizzabile da chiunque che funzioni appena tolto dalla scatola. Questo computer si chiama Apple II, probabilmente il primo computer veramente user-friendly.[8]

Wozniak lavora quindi al progetto dell’Apple I aggiungendo le caratteristiche che servono per migliorarlo, come la visualizzazione delle immagini a colori ed il suono. Curiosamente, queste caratteristiche sono elaborate da Wozniak mentre cerca di capire cosa mancasse al primo computer per far funzionare il videogioco Breakout, al cui sviluppo, tempo prima, ha lavorato quando ha già collaborato con Atari.[9] Per far sì che il computer sia veramente pronto all’uso si decide di racchiudere tutta l’elettronica in un unico contenitore. Per lavorare al progetto viene incaricato il progettista Jerry Manock che realizza il contenitore in modo da accogliere la scheda madre sotto alla tastiera: il corpo centrale del computer è più alto per lasciare lo spazio necessario all’alloggiamento delle schede di espansione, da inserirsi in slot interni. Per dare comunque un’idea di snellezza al computer, la parte su cui è posizionata la tastiera viene inclinata: in questo modo anche la digitazione risulta comoda, come su una macchina da scrivere. L’Apple II è inoltre il primo computer ad adottare un contenitore in plastica al posto di quelli in metallo in uso fino ad allora, per poter assecondare meglio le forme stilistiche del progetto. I primi modelli sono realizzati con plastica tinta di beige, ma dopo alcuni mesi inizia la produzione in ABS: ecco perché i primi modelli hanno nel corso degli anni perso la verniciatura e mostrano la plastica chiara sottostante.[10] Viene anche scelto un nuovo logo per l’azienda al posto di quello precedente, raffigurante Isaac Newton sotto ad un albero di mele. È contattata la società pubblicitaria Regis McKenna Agency ed il grafico Rob Janoff disegna, sotto la supervisione di Jobs, una mela stilizzata con un “morso” mancante e 6 bande colorate orizzontali, aggiunte per richiamare la capacità dell’Apple II di renderizzare grafica a colori. Il nuovo logo è inserito sulla targhetta con il nome del computer.[2]

Il computer è pubblicizzato sulle riviste con una illustrazione che mostra un uomo seduto in cucina al lavoro su un grafico azionario visualizzato dall’Apple II su uno schermo a colori ed una donna, in secondo piano, che gli sorride mentre sbriga alcuni lavori domestici:[10] si tratta del primo personal computer al mondo fatto su scala industriale.[11]

Hardwere:

Caratteristiche tecniche

L’Apple II è dotato di un microprocessore MOS 6502 funzionante alla frequenza di 1 MHz. La memoria RAM di serie ammonta a 4 kB, espandibili fino a 48 kB grazie a 3 zoccoli su cui è possibile installare chip da 4 o 16 kB l’uno. I primi 4 kB di RAM devono essere sempre presenti perché essi vengono utilizzati dal 6502, dalle routine presenti in ROM e per memorizzare il buffer video.[9] Il prezzo di vendita varia a seconda del quantitativo di memoria acquistato: si va da 1.298 dollari per quello con soli 4 kB di RAM fino ad arrivare ai 2.638 dollari del modello con 48 kB, passando per modelli intermedi con 8/12/16/20/24/32/36 kB.[8]

La ROM contiene le routine per gestire il video, un monitor per disassemblare il codice contenuto in memoria e l’Integer BASIC, un interprete BASIC così detto perché capace di effettuare calcoli solo con interi, disponibile fin dall’avvio della macchina.[9]

L’Apple II può generare un’immagine testuale di 40×24 caratteri con 16 colori oppure un’immagine grafica con una risoluzione di 280×192 pixel a 4 colori.[12] Il computer è dotato di serie solo dell’uscita video per il collegamento di un monitor: Jobs decise di non installare il modulatore RF che stavano sviluppando in Apple, e che era necessario per poter collegare l’Apple II direttamente ad un comune televisore domestico, a causa delle interferenze elettromagnetiche che l’apparecchio generava. Successivamente Jobs contattò la M&R Electronics affidandole lo sviluppo di un buon modulatore RF: questo modulatore, denominato “Sup’R’Mods”, era acquistabile a parte per 30 dollari dagli utenti che volevano vedere la grafica a colori offerta dal computer sul proprio apparecchio TV.[9]

Il gruppo di alimentazione è un altro punto di forza del computer. Esso è compatto e silenzioso perché non richiede nessuna ventola di raffreddamento. Jobs aveva pensato fin dall’inizio ad un computer silenzioso, che non disturbasse l’utente durante il suo funzionamento: l’adozione dei comuni alimentatori non poteva permettere di ottenere questo risultato per via della rumorosa ventola che era necessaria al loro raffreddamento. Contattò perciò Rod Holt, che realizzò un nuovo tipo di alimentatore, detto a commutazione, che non necessitava di nessuna ventola. Questo sistema di alimentazione fu così innovativo che fu poi adottato da molti computer costruiti in seguito.[11]

L’Apple II è dotato nativamente di un’interfaccia per pilotare un registratore a cassette. Il supporto ai floppy disk da 51/4 arriva solo nel 1978 con la messa in vendita dell’unità floppy denominata Disk II: il prezzo è di 595 dollari al pubblico, anche se Apple offre l’unità in preordine a 495 dollari prima dell’inizio ufficiale della sua commercializzazione.[13] Il primo disco rigido arriva solo nel 1985: è il ProFile, con capacità di 5 MB (al costo di circa tremila dollari). Il primo lettore di floppy da 3,5″ è invece l’Unidisk 3.5″, con 800 kB di capacità[14].

Data la semplicità costruttiva dei primi modelli, in particolare II e II+, nel mondo furono costruiti diversi cloni, alcuni realizzati sotto licenza Apple altri illegali.[15] Per contrastare questo fenomeno, Apple costruì i modelli Apple IIE e Apple IIC utilizzando chip realizzati ad hoc.

Scheda di espansione:

Un punto di forza del computer rispetto ai concorrenti dell’epoca, come il TRS-80 o il Commodore PET, è l’espandibilità: l’Apple II possiede 8 porte grazie alle quali è possibile installare schede di espansione che aggiungono funzionalità alla macchina. Il numero di porte è stato oggetto di discussione all’interno di Apple: Jobs voleva solo 2 porte, una per il modem ed una per la stampante, ma Wozniak insistette affinché le porte fossero 8, dato che la sua precedente esperienza lavorativa nel reparto computer di Hewlett-Packard gli aveva insegnato che gli utenti desiderano sempre qualcosa in più rispetto a quanto offerto di serie da una macchina.[9]

Grazie alle sue porte di espansione, l’Apple II è ampiamente personalizzabile. Tra le prime schede di espansione ad essere prodotte vanno citate: la Apple II Parallel Printer Interface Card, per collegare una stampante (una di esse, la “Silentype”, è prodotta direttamente da Apple ed è di tipo a carta termica a rullo); la Apple II Centronics Parallel Printer Card, dedicata a connettere le stampanti Centronics; la Apple II Communications Interface Card, per connettere un modem; la Apple II Serial Interface Card, per collegare periferiche seriali; la Apple II Super Serial Card, che sostituiva la Communication Card e la Serial Card. In seguito arriveranno altre schede, tra cui diverse schede per visualizzare 80 colonne di testo ed altre per aumentare le capacità grafiche dell’Apple II, come la Synetix SuperSprite, che introduce il supporto agli sprite. Diffuse sono anche le schede per aumentare la memoria: tra queste, molto nota è la Apple II Language Card che, oltre ad integrare l’Apple Pascal, permette di portare un Apple II con 48 kB di RAM a 64 kB grazie a 16 kB di memoria aggiuntiva. La Language Card permette anche di utilizzare altri linguaggi di programmazione oltre al BASIC ed al Pascal grazie al fatto che i 16 KB di RAM che monta vanno a sostituire i 16 kB di ROM del computer mediante la tecnica del bank switching, disattivando quindi il BASIC preinstallato. Un’altra famosa scheda è la Microsoft SoftCard, dotata del microprocessore Z80 grazie al quale l’utente può utilizzare sull’Apple II il sistema operativo CP/M ed i suoi programmi.[16

Software:

Sistema Operativo:

Inizialmente il computer è stato distribuito con solo il software sviluppato da Wozniak integrato in ROM, ossia l’interprete BASIC, il monitor, che permette, tra le altre cose, di lanciare programmi letti da un mangianastri, l’unica periferica di massa disponibile al momento del lancio dell’Apple II, e SWEET 16, un emulatore di una CPU a 16 bit che Wozniak ha utilizzato per semplificare la scrittura di alcune routine in ROM, ad esempio quella per rinumerare le righe dei programmi in BASIC. Il codice a 16 bit è più semplice da scrivere anche se l’emulazione lo rende più lento.[9]

Dopo l’inizio della commercializzazione, Wozniak inizia a sviluppare un’unità a dischi, la Disk II, ma questo compito gli richiede molto tempo e Wozniak e Randy Wigginton, il programmatore che gli sta dando una mano, non ha il tempo di scrivere un DOS molto raffinato perché l’unità deve essere presentata al Consumer Electronics Show nel 1978: il DOS che sviluppano può solo caricare dei file da posizioni fisse del disco.[17] Dopo la presentazione della Disk Il, fu contattata la Shepardson Microsystems per sviluppare un vero DOS: il contratto è stilato ad aprile per una cifra di 13.000 dollari, e la Disk II viene messa in commercio a metà del 1978 in abbinamento con la prima versione del sistema operativo (la 3.1), sviluppato da Wozniak insieme al programmatore Paul Laughton di Shepardson MicroSystems, chiamato Apple DOS.[17][18]

L’ultima versione dell’Apple DOS è stata la 3.3, pubblicata ad agosto del 1980. Dopo l’Apple DOS, la Apple inizia a lavorare ad un nuovo sistema operativo che ne risolvesse i limiti. L’Apple DOS è stato progettato per operare principalmente da BASIC, e se un programmatore vuole accedere al disco da un programma in linguaggio macchina deve fare uso di chiamate a basso livello a funzioni non documentate dell’Apple DOS stesso. Inoltre l’Apple DOS si rivela lento perché ogni byte letto dal disco passa per più memorie buffer prima di essere disponibile al programma che lo aveva richiesto. Infine, l’Apple DOS riesce a gestire solo l’unità a dischi Disk II per il quale è stato progettato: dato che per gestire i primi dischi rigidi disponibili per il computer bisogna applicare delle modifiche all’Apple DOS, diventa impossibile utilizzare più unità diverse sulla stessa macchina dato che le patch applicate per far funzionare un tipo di disco impediscono l’utilizzo di un altro tipo. E ciò era un fattore molto limitante.[19]

La soluzione è il ProDOS, pubblicato nel 1983, un nuovo sistema operativo capace di gestire più tipi di dischi differenti. Il ProDOS deriva dall’Apple SOS, il DOS dell’Apple III: rispetto all’Apple DOS, il ProDOS risulta 8 volte più veloce ed ha un sistema standard di accesso alle unità per cui può gestire tutte le nuove periferiche in circolazione, dai dischi rigidi ai nuovi floppy disk da 3,5″. Un’altra modifica introdotta con il ProDOS è stato l’abbandono del supporto all’Integer BASIC dato che il ProDOS si carica in memoria nelle stesse locazioni utilizzate dall’interprete BASIC.[19]

Mediante l’uso delle porte di espansione possono essere installate delle schede che permettono di eseguire altri sistemi operativi. Ad esempio, acquistando la Language Card viene fornito sia il linguaggio di programmazione Pascal sia il sistema operativo Apple Pascal, basato sull’UCSD Pascal creato dall’Università della California, San Diego (UCSD). Apple ha pubblicato quattro versioni di questo sistema, dalla 1.0 alla 1.3 del 1985.[19] Acquistando invece la Microsoft SoftCard, che monta un processore Zilog Z80, il computer può eseguire sia il sistema operativo CP/M sia tutti i software scritti per questo sistema. Il CP/M era all’epoca il sistema operativo di riferimento, essendone state vendute più di 600.000 copie, e la maggior parte dei software erano scritti per il CP/M:[20] supportarlo permetteva quindi l’accesso ad un vasto parco programmi scritti in esclusiva per questo sistema.[21

La difficoltà nel chiedere aiuto

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Perché da adulti diventa più difficile chiedere aiuto?

 

Quando siamo bambini chiedere aiuto non risulta difficile, anzi è proprio tramite gli altri che ci sviluppiamo e cresciamo. Più andiamo avanti più chiedere aiuto sembra un segno di debolezza.

 

A cos’è dovuto questo? Sicuramente alle pressioni sociali che ci vogliono integri e performanti sempre, senza segni di vulnerabilità.

 

L’uomo è però un animale sociale e ha bisogno degli altri in tutto il corso della vita.

Quando ci si trova in un momento di difficoltà è importante saper chiedere aiuto. A chi ci sta intorno o a professionisti. La vulnerabilità dovrebbe essere normalizzata perchè riguarda tutti quanti.

 

La vulnerabilità non ci rende meno amabili e non significa che verremo lasciati indietro, anzi chiedere e accettare aiuto può essere proprio un modo per crescere e per accrescere la propria personalità.

 

Parlando della mia storia personale, quando ho cominciato a stare male avevo 15 anni ed ero ignara del mondo della salute mentale. Fu una mia compagna di classe che vedendomi spesso in crisi mi portò dalla psicologa della scuola. La ringrazio tutt’ora. Senza quella mano tesa verso di me non sarei stata in grado di avanzare nella mia crescita personale.

 

Marta Capraro

 

Che cosa sono le Visual Novel?

Le Visual Novel sono una categoria di gioco in cui vi è una grande componente di testo quasi come se fosse un libro, ma caratterizzato dalla presenza di molteplici finali raggiungibili solo facendo determinate scelte all’interno del gioco stesso, queste scelte vengono chiamate flag. I personaggi sono tutti in stile anime, le ambientazioni di gioco molto curate e molte volte prese da fotografie reali e le musiche di gioco molto suggestive che fanno da contorno ai vari momenti di gioco dai più divertenti ai più toccanti.

Tra le varie categorie esistenti possiamo trovare:

Dating sim: tipologia di visual novel caratterizzata dalla presenza di un personaggio maschile o femminile che sia che deve conquistare la persona amata attraverso la varie scelte di gioco, tra questi possiamo trovare i galge o gal game in cui il protagonista maschile deve conquistare una ragazza e gli otome che sono l’esatto opposto dei galge.

Sound Novel: tipologia di visual novel caratterizzata dalla presenza costante di effetti sonori che rendono suggestiva l’esperienza di gioco e in cui le scelte di gioco sono molto rare se non introvabili.

Eroge: Tipologia di visual novel in cui vi sono scene erotiche, ma molti di questi sono stati adattati tagliando queste scene per adattarsi ad un pubblico più giovane, tra questi possiamo trovare anche gli yuri in cui c’è un’amore fra 2 ragazze e gli yaoi dove ci sono solo ragazzi.

Nakige: tipologia di visual novel in cui si cerca di dare al giocatore un’esperienza emotiva di gioco, solitamente sono molto toccanti e dai finali molto tristi. Un esempio di questo tipo sono le visual novel della casa di produzione Key.

In questi ultimi anni le visual novel stanno spopolando in Occidente, probabilmente dal fatto che molte di esse hanno avuto una conversione dalla versione PC alla versione per console e anche alla trasposizione anime di quest’ultimi.

Se volete avere un’esperienza di gioco unica nel suo genere vi consiglio di giocarne almeno una, io ne ho giocate tante e devo dire che non sono quasi mai rimasta delusa, anzi nonostante sia un genere di nicchia trovo le storie di questi giochi molto suggestive e introspettive (a secondo del gioco che ho giocato).

I giorni di Elisa – Storia di una madre e di una figlia adolescente

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”I giorni di Elisa – storia di una madre e di una figlia adolescente” è un romanzo del 2019 scritto da Silvia Senestro per la casa editrice piemontese Baima Ronchetti.

 

La storia inizia con Elisa, madre di Federica, che si reca ad un appuntamento dalla psicologa della figlia. Durante il colloquio Elisa viene a conoscenza del fatto che Federica soffre di autolesionismo.

 

Ad Elisa crolla il mondo addosso perchè ha sempre visto la figlia come una studentessa e una ballerina modello, ma soprattutto non aveva idea della sua sofferenza. Inoltre Elisa è una maniaca del controllo e non accetta che una cosa del genere possa esserle sfuggita di mano.

Dopo alcuni tentavi falliti di aggiustare la situazione, Elisa capisce che solo un drastico cambiamento può aiutare la figlia ad uscire da questo circolo vizioso. Decide dunque di partire per una settimana in montagna nella disabitata casa dei nonni per avere più tempo per stare con la figlia, anche a contatto con la natura.

Il piano inizialmente sembra fallimentare; madre e figlia si scontrano continuamente. Elisa decide che è giunto il momento di confessare alla figlia una suo personale segreto d’infanzia…

Questo avvicinerà le due donne e anche se non sarà da subito la risoluzione finale del problema aiuta madre e figlia a creare un legame più aperto e sincero.

 

Consiglio questo breve romanzo perchè si legge tutto d’un fiato, perchè tiene incollati alle pagine fino all’ultimo, perchè fa commuovere ed empatizzare coi personaggi.

 

Marta Capraro

Una vita degna di essere vissuta – Marsha Linehan

 

”Una vita degna di essere vissuta” è un autobiografia della famosa psicologa americana Marsha Linehan, pubblicato nel 2020.

La Linehan è nota per aver inventato la DBT, la dialectical behaviour therapy, trattamento d’eccellenza per il disturbo borderline di personalità, di cui la stessa autrice soffre.

Marsha racconta di essere sempre stata allegra e popolare da giovane, fino ai 18 anni, quando, citando le sue parole, inizia la sua ”discesa all’inferno”. E’ la fine degli anni 60 e viene rinchiusa in una clinica psichiatrica privata, l’institute of Living. Di quei due anni ricorda poco, ricostruisce gli eventi sulla base delle cartelle cliniche e dei racconti delle amiche e dei genitori.

Venne definita la paziente peggiore che il reparto avesse mai visto: indisciplinata e restia alle cure. Passa più volte per l’isolamento. Non mancano tagli e bruciature autoinflitte.

Marsha, persona estremamente religiosa, fa una promessa a Dio: avrebbe aiutato le persone come lei ad uscire dal proprio inferno personale. Proprio per questo studia e studia fino ad arrivare a teorizzare la DBT, alla quale verrà dato credito intorno agli anni 80. Questa terapia si compone di esercizi pratici di fronteggiamento della crisi e di gestione delle emozioni. Non si basa sulla modifica del pensiero ma del comportamento.

Tutt’oggi questa terapia è diffusa a livello mondiale, non solo per il disturbo borderline ma anche per il trattamento delle tossicodipendenze ed altri problemi psichiatrici.

 

Consiglio a tutti questo magnifico libro perchè è una storia di rivoluzione, di coraggio, di spinta al cambiamento. E credo che tutti abbiamo bisogno di sapere che si può uscire dal nostro inferno personale, piccolo o grande che sia.

 

Il Regno Unito è in lutto per la morte del principe Filippo, marito della regina Elisabetta II. Ecco perché il popolo britannico è profondamente legato alla Royal Family.

Elisabetta II e il principe Filippo

Elisabetta II (21 aprile 1926) e il principe Filippo (10 giugno 1921 – 9 aprile 2021).

Sitografia: Focus.it

Il Regno Unito è in lutto per la morte del Principe Filippo, duca di Edimburgo. Il marito di Elisabetta II aveva 99 anni: era nato il 10 giugno 1921 ed era sposato con la regina dal 20 novembre 1947. La coppia reale ha avuto quattro figli: Carlo, Anna, Andrea ed Edoardo. Il popolo inglese è profondamente legato alla Royal Family, baluardo della tradizione ma anche esempio di una Corona che ha saputo adeguarsi alla modernità attraverso ben 69 anni di regno: era infatti il 6 febbraio 1952 quando Elisabetta divenne regina del Regno Unito, ricorrenza che tuttavia la sovrana non ha mai festeggiato dato che la sua assunzione al trono coincise con la morte del padre, Re Giorgio VI. 

Ma come si spiega il fascino che la monarchia britannica continua a esercitare sulla gente del suo Paese? Lo raccontiamo con God save the queen, articolo di Riccardo Michelucci pubblicato per la prima volta su Focus Storia 149 (aprile 2019).

God save the queen

Niente sembra poter scalfire il prestigio e la popolarità della Corona inglese. Nell’ultimo secolo è passata attraverso guerre, crisi istituzionali, scandali e divorzi mantenendo sempre intatto il suo fascino, sia in patria sia all’estero. Tra tutte le monarchie ancora al potere nel mondo, è forse l’unica che è riuscita ad adeguarsi alla modernità restando un baluardo della tradizione nazionale. «La forza dei reali britannici», spiega Sarah Gristwood, giornalista e storica inglese esperta di questioni riguardanti la monarchia del suo Paese, «è sempre stata quella di essere pronti a cambiare al momento opportuno, quando è la Storia a richiederlo». Basti ricordare il modo in cui la regina Elisabetta decise di partecipare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi del 2012. Ovvero recitando a fianco dell’attore Daniel Craig, che indossava i panni di 007. Appena tre anni più tardi, quello di Elisabetta è diventato anche il regno più longevo dell’intera storia del Regno Unito.

Vi consiglio “The Queen, Il Discorso Del Re” e “The Crown” trasmessa su Netflix

Marco R.

 

“Da Quassù La Terra è Bellissima, Senza Frontiere Ne Confini Vostok 1 Восток-1”

Sitografia: https://it.wikipedia.org/wiki/Vostok_1

Il 12 aprile 1961 il cosmonauta Jurij Gagarin divenne il primo essere umano a orbitare intorno alla terra con la missione spaziale Vostok 1.

Il Primo volo nello spazio durò 1 ora e 48 minuti e vide l’allora 27 enne Gagarin orbitare per la prima volta intorno allo spazio. Prima di lanciare l’uomo nelLo spazio furono pianificate diverse missioni con degli animali.

Il 19 agosto 1960, infatti, vennero portati con successo nell’orbita terrestre i due cagnolini Belka e Strelka. L’atterraggio avvenne il giorno successivo e i due animali, completamente incolumi, poterono essere recuperati. Era la prima volta che degli esseri viventi sopravvivevano al rientro dopo aver orbitato intorno alla Terra. La missione fu chiamata in occidente Sputink 5.

Fu il primo eroe russo e pionere delle missioni spaziali e fece capire come l’uomo poteva raggiungere lo spazio e infatti gli anni successivi ci furono le famose missioni americane che portarono l’uomo sulla luna in 6 occasioni diverse con le missioni apollo

Jurij Alekseevič Gagarin (in russo: Юрий Алексеевич Гагарин?; Klušino, 9 marzo 1934Kiržač, 27 marzo 1968)

Morirà giovane ad appena 34 anni in proncito di tornare nello spazio; un personaggio ancora adesso iconico e di ispirazione per le generazioni future